Strict Standards: Only variables should be passed by reference in /web/htdocs/www.mpnews.it/home/archivio/config/routing.php on line 4
MP News | Archivio
collabora redazione chi siamo


martedì 31 marzo 2020

  • MP News
  • Mondo

La chiamavano Al Jamahiriya

Il nome dato da Gheddafi alla Libia nel 1969 si è rivelato profetico.

23.02.2011 - Valentina Palumbo



Gheddafi alla Sapienza: le parole e i fatti…

In occasione della sua visita in Italia, Gheddafi incontra, in un’affollata aula magna, studenti e docenti de La...
Leggi l'articolo

Iran, il Paese del boia: in cinque mesi 190 esecuzioni

l’Iran è il primo Paese al mondo, in rapporto alla popolazione, per numero di esecuzioni, ben 190 dal primo gennaio...
Leggi l'articolo

ASIA - Afghanistan, una terra senza medici.

In Afghanistan si possono attendere ore prima di arrivare al più vicino ospedale. Mancano medici e risorse. 
Leggi l'articolo

AMERICHE - Il Papa verso Cuba

A meno di un mese dal viaggio del Papa a Cuba, opinioni a confronto sui risvolti possibili della sua visita a Raul...
Leggi l'articolo

L’ha chiamata Jamahiriya anche se il termine in arabo non esiste. L’ha inventato Muammar al- Gheddafi, vuol dire “Repubblica del Popolo” e dal 1969 è il cognome della Libia.

Ed ora, dopo più di quaranta anni, il nome rischia di rivelarsi profetico.

La storia della Jamahiriya nasce allo stesso modo in cui minaccia di finire: con la rivoluzione libica promossa dall’allora ventisettenne al-Gheddafi e con il putsch militare che portò alla deposizione del re Idris.

Da subito Gheddafi si distinse per il corso internazionale impresso al suo paese, proponendosi come terza alternativa al conflitto bipolare e come stendardo del nazionalismo panarabo.

Rivoluzionò la politica tradizionale dello Stato, ordinando la chiusura delle basi americane ed inglesi e nazionalizzando parzialmente le compagnie petrolifere sul territorio; fu uno dei maggiori sostenitori dell’embargo delle esportazioni di oro nero durante la crisi del 1973, facendone uno strumento di pressione durante la guerra dello Yom Kippur. Supportò l’OLP, la cui direzione era appena stata assunta da Arafat, riconoscendo la sua leadership in anticipo rispetto al resto del mondo arabo. La sua propaganda anti-israeliana e la maggiore apertura rispetto all’Unione Sovietica, fecero si che gli Stati Uniti lo considerassero un regime pericoloso per i propri interessi: fornendo armi e supporto economico ai suoi vicini (Tunisia, Egitto e Sudan), questi sperarono di prevenirne l’espansionismo, un’aspirazione dimostrata soprattutto in occasione dell’intervento nel conflitto in Ciad, nel 1980.

La sua rottura con il blocco occidentale si manifestò in più occasioni aprendo crisi internazionali rimaste nella nostra storia recente: la nazionalizzazione del Golfo della Sirte, l’interruzione dei rapporti diplomatici con gli Usa negli anni ‘80 a seguito di scontri nel paese, nelle acque del Mediterraneo e nello spazio aereo libico, il presunto coinvolgimento nell’attentato alla discoteca di Berlino, l’attentato al volo 103 della Pan Am da Londra a New York (noto come disastro di Lockerbie) e al volo 772 UTA da Brazzaville a Parigi.

Alla fine degli anni ‘90 tuttavia, a seguito di numerosi tentativi di negoziato da parte delle Nazioni Unite e il ruolo di primo piano di Kofi Annan, la politica del dittatore libico parve subire una svolta notevole; il caso Lockerbie venne gestito da una Corte Scozzese costituita in Olanda e il Consiglio di Sicurezza dell’Onu accettò di rimuovere le sanzioni una volta che i sospetti fossero stati assicurati alla giustizia.

Dopo l’11 settembre, oltre alla condanna libica degli attentati, il governo annunciò la sua intenzione di abbandonare i propri programmi di produzione di armi di distruzione di massa; i rapporti con l’Unione Europea e gli Stati Uniti parvero normalizzarsi a partire dal 2003 e progressivamente non solo le sanzioni economiche vennero rimosse completamente, ma Libia ed Usa poterono riprendere normali relazioni diplomatiche. Il crollo dell’Unione Sovietica e il ripristino dei rapporti con l’Occidente fecero si che la Libia acquisisse un ruolo sempre più prominente in Africa e nella guerra al terrorismo internazionale.

Dal 2009 il ruolo in Africa si è rafforzato con l’assunzione da parte del rais del titolo di Segretario Generale dell’Unione Africana, leadership persa tuttavia l’anno successivo a seguito del boicottaggio da parte dell’Uganda e del Sud Africa del progetto degli “Stati Uniti d’Africa”.

Nel 2008 l’Italia diventava uno dei primi partner internazionali della Libia a seguito della firma dell’Accordo di Bengasi che prevede il pagamento da parte del nostro paese di 5 miliardi di dollari come compensazione dei danni della colonizzazione in cambio dell’impegno da parte di Gheddafi contro l’immigrazione di massa ( la Libia è la tappa finale delle rotte migratorie provenienti dall’Africa sud orientale) e nell’incoraggiamento degli investimenti italiani nella regione. Nel Giugno del 2009 Gheddafi effettuava la sua prima visita in Italia e nel Luglio successivo prendeva parte, su invito italiano, al G8 a L’Aquila, in qualità di Segretario Generale dell’Unione Africana.

 

Dapprima la chiusura all’Occidente e poi, paradossalmente, il miglioramento dei rapporti con questo hanno tuttavia comportato una scarsa conoscenza del retroterra libico e della sua politica interna.

La Libia è un paese molto vasto, prevalentemente desertico, dalla bassissima densità demografica. Gli alti proventi petroliferi e la scarsa popolazione, fanno si che il suo PIL procapite sia molto elevato. Questi dati tuttavia non rendono conto delle forti sperequazioni sociali ed economiche: come per il resto del Maghreb il tasso di disoccupazione è molto alto (almeno il 21%). Le privatizzazioni crescenti e la riduzione dei sussidi sociali, hanno comportato, da un lato, un incremento delle attività produttive (in crescita il settore turistico) e dall’altro, un immiserimento ulteriore delle classi più povere, private di parte del sostegno statale. Le condizioni climatiche e la scarsa fertilità dei suoli fanno si che l’agricoltura non possa essere praticata agevolmente al punto che la Libia importa il 75% dei suoi beni alimentari. Il 28% circa della popolazione non ha accesso all’acqua potabile.

 

A fianco a questa realtà materiale si è associata, in questi anni, la frustrazione per il mancato rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali.

Dal 1972, con la legge 71, i partiti politici sono stati messi al bando e le organizzazioni non governative, pur potendo formalmente esistere ai sensi della legge, sono soffocate nella loro esistenza da severe restrizioni che le porta a sopravvivere a fatica. Lo stesso codice penale limita e condiziona fortemente la libera espressione delle opinioni e il diritto di associazione.

In Libia, inoltre, non esistono Sindacati ma numerose associazioni professionali integrate nella struttura statale prive del diritto di sciopero. La pena di morte, oltre ad essere prevista per una lunga lista di reati, è applicabile anche in caso di violazione delle norme suddette in materia di opposizione ed associazione “illecita”.

Le restrizioni in materia migratoria, indotte da fasi altalenanti nell’economia del paese e rafforzate dai trattati con i paesi occidentali, hanno comportato detenzioni arbitrarie di migliaia di migranti in campi attrezzati di concentramento; i racconti giunti in Occidente e la documentazione raccolta dalle principali organizzazioni umanitarie, ha portato alla luce episodi di abusi e maltrattamenti in massa. Uno dei peggiori e più recenti episodi di violenza ai danni dei migranti si è registrato nell’agosto 2010, a seguito di un tentativo di fuga dal Centro di detenzione di Gafouda, nei pressi di Bengasi.

In questa situazione, i venti tunisini ed egiziani hanno facilmente avvolto la Libia dove, da giorni, sono in corso manifestazioni contro il regime.

Il 17 febbraio è ricorso il quinto anniversario della rivolta di Bengasi, durante il quale la polizia sparò su alcuni giovani che manifestavano davanti al consolato italiano protestando per le vignette su Maometto divulgate in Italia da alcuni esponenti della Lega Nord. Della repressione di allora si è ricordato nelle città libica qualche giorno fa. Oggi come allora ed in toni ben più aspri, la rivoluzione sta soffrendo della reazione del regime. L’interruzione delle comunicazioni telefoniche e di internet ha fatto si che il conto dei feriti e dei morti si sia ormai perso; le immagini trafugate da telefonini e telecamere nascoste rivelano tuttavia quello che le Nazioni Unite hanno oggi definito per la prima volta come crimini di guerra.

Al Jazeera è stata la prima a denunciare i raid aerei sulla folla. Human Rights Watch denuncia dai 300 ai 400 caduti a seguito delle violenze.

L’Alto Commissario per i Diritti Umani sta chiedendo l’avvio di una inchiesta internazionale indipendente per indagare e sottoporre a giustizia i responsabili di tali violazioni dei diritti umani.

L’Unione Europea e gli Stati Uniti, pur screditando le repressioni e le violenze e chiedendone l’immediato arresto, hanno manifestato una particolare prudenza nei confronti della situazione in Libia mai spingendosi, sino ad ora, a criticare apertamente il regime ( nemmeno nella “Dichiarazione dei 27” del 22 febbraio) e gli Stati sono ad oggi divisi circa l’opportunità di riprendere le sanzioni nei confronti del paese.

Questa incertezza va ricondotta ad una serie di ragioni strategiche che hanno rappresentato fino ad ora lo stesso presupposto dei trattati di amicizia con questo regime. In primis certamente il suo essere esportatore di petrolio: particolarmente ingombrante in questo momento è la presenza di ENI e BP, le cui sorti nella regione dipenderanno da come si evolverà la situazione politica interna.

Seconda ragione, comune ad Egitto e Tunisia, è quella del presunto coinvolgimento e ruolo dei leader di questi paesi nella lotta al terrorismo internazionale. Purtroppo le questioni di sicurezza hanno indotto l’Occidente a chiudere gli occhi innanzi ad episodi in cui individui, sommariamente giudicati e condannati come terroristi, hanno patito dell’unica colpa di essere oppositori al regime.

Infine, sono le questioni migratorie ad aver indotto l’Europa, ed in prima linea l’Italia, a vedere nel regime di Gheddafi “il tappo” dell’Africa. Non a caso la minaccia apocalittica e i timori rimbalzanti da una parte all’altra del Mediterraneo circa ondate di migranti in procinto di riversarsi sull’Europa, stanno avendo un forte effetto mediatico, quasi pari alle immagini dei morti di Bengasi, a prescindere dalle minacce di Gheddafi di una nuova “Tienanmen” e di una repressione sanguinosa di tutti i manifestanti armati.

Forse la vera rottura con questo regime è stata la defezione da parte di alcuni ministri, diplomatici e quadri militari libici, i primi a farlo sentire per la prima volta isolato.

Il futuro tuttavia è incerto e le previsioni sono certo meno ottimistiche di quelle per Egitto e Tunisia. La società di stampo tribale, gestita in modo quasi feudale, potrebbe indurre in modo relativamente rapido la frammentazione del potere in una molteplicità di centri; il passaggio dei poteri nelle mani dell’esercito non potrà non tenere conto del fatto che le armi stanno circolando rapidamente e che sia Seif al Islam, figlio di Gheddafi, che il dittatore stesso, hanno dichiarato più o meno apertamente l’imminenza di una guerra civile.

Tanto più oscuro appare il futuro quando l’Occidente guarda inerme riflettendo se il gioco valga o meno la candela, esprimendo il proprio disappunto ad intervalli irregolari, quasi a voler mantenere il contegno. Ma in questo imbarazzante silenzio ciò che sta succedendo non può che risuonare ancora più forte.

 

 

 

BlinkListDiggFacebookFurlGoogleLinkedInLiveMySpaceNetscapeNetvibesNewsVineOk NotiziePliggPliggaloPostanotiziePrintRankaloSegnaloStumbleUponTechnoratiTechnotizieTwitterYahooBuzzdel.icio.usemailfainformazione.it

Commenti

Per poter lasciare un commento devi prima effettuare il login o registrarti al sito.