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sabato 04 aprile 2020

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Nadia, Adam e Khabeb ci raccontano la rivoluzione del Maghreb

Presa diretta sulla crisi in Tunisia attraverso gli occhi di tre giovani

09.03.2011 - Valentina Palumbo



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Popoli, folle, ondate di migranti: in questi giorni in cui il Maghreb è sotto i riflettori, i numeri prendono il sopravvento.

E' facile dimenticare allora che dietro vi sono persone e, ancora prima, pensieri, la cui unica somma costituisce la volontà manifestatasi ultimamente in modo così inaspettato. Molto di ciò che ci arriva è mediato da considerazioni politiche, di massima; molto nasce da speculazioni geopolitiche ed è condito da considerazioni economiche, da proiezioni statistiche. E’ proprio per eliminare questa pellicola artificiale che abbiamo scelto tre giovani.

Nadia Tebbini lavora a Tunisi, è laureata in lingue e lavora per un ente italiano.

Khabeb Ferjani è tunisino ma studia a Parigi. E’ ingegnere informatico e al momento segue un Master a Nizza. Non ha partecipato alla rivolta ma l’ha seguita da lontano, scambiando idee e condividendo preoccupazioni con i suoi connazionali espatriati e chiedendo informazioni ai suoi amici e familiari in patria.

Adam Ouertani è tunisino, vive a Tunisi, si è diplomato in manutenzione elettronica dei sistemi automatizzati e lavora come tecnico di produzione in una società della capitale.

Li abbiamo scelti perché ci aiutassero a capire com’è stato vivere la rivoluzione in Tunisia, cosa sta succedendo a livello politico, quali sono le speranze per il futuro.

Qual è il clima che si respira per le strade di Tunisi in questi giorni?

Nadia: I tunisini sono molto preoccupati per il futuro del Paese dal punto di vista economico e politico, non riescono ancora ad avere fiducia nei media e la tentazione è quella di diffondere tante “teorie del complotto”. Inoltre ci si sente molto insicuri e si ha la fastidiosissima sensazione di non aver potuto festeggiare degnamente la rivoluzione, immersi da subito nel caos, nel pericolo e in queste trame oscure.

Come ha reagito la popolazione alla caduta di Ben Ali?

Adam: Il 14 gennaio, dopo attimi di incredulità, il popolo è sceso per le strade a festeggiare. La festa è tuttavia durata poco, interrotta dalla presa di coscienza che l’ex presidente, alla sua partenza, aveva lasciato un solido gruppo di milizie pronte a seminare terrore e a curare i suoi interessi anche in sua assenza. Ben Ali era evidentemente convinto di poter tornare, dimostrando al popolo che senza di lui non sarebbe stato capace di autogestirsi.

Nadia: Quando abbiamo saputo della fuga di Ben Ali, abbiamo provato un incredibile sollievo. Ciò avrebbe, almeno stando ai nostri pensieri, posto fine al bagno di sangue protrattosi da almeno un mese in reazione alle manifestazioni popolari. E’ prevalsa la fierezza e l’orgoglio di essere tunisini, in modo assolutamente nuovo rispetto al passato. Ma gli attacchi delle milizie sostenitrici di Ben Ali non ci hanno permesso di festeggiare più di tanto. E’ subentrata da subito paura e rabbia contro l’ex Presidente ed il suo clan. Ciononostante i primi giorni senza il dittatore sono stati esemplari per la solidarietà dimostrata dal popolo tunisino. Con la caduta del regime è venuta meno anche la struttura poliziesca del potere. L’assenza totale di polizia ha significato tuttavia, almeno all’inizio, un calo della sicurezza. Sono stati così organizzati spontaneamente comitati popolari di protezione dei beni pubblici e privati. Questi gruppi informali, a composizione esclusivamente maschile, si sono armati di bastoni, coltelli e varie armi “bianche” allo scopo di difendere i quartieri dagli attacchi delle milizie. Le donne nel frattempo provvedevano a preparare da mangiare e a distribuire bevande calde e dolci. La chiusura di molti negozi alimentari ha significato per alcuni giorni riduzione della disponibilità di beni di prima necessità. I vicini hanno messo in comune quello che avevano. E’ stato bellissimo!

Quali sono state le misure prese per la transizione e cosa è accaduto nei giorni immediatamente a ridosso della fine del regime?

Adam: Dopo la caduta del regime, il potere è stato assunto da Ghannouchi (ex primo ministro di Ben Ali) conformemente all’articolo 56 della costituzione (il Primo Ministro assume le redini del paese laddove il Presidente sia impossibilitato a ricoprire il suo incarico). Il popolo ha tuttavia rifiutato l’applicazione dell’ articolo 56 evidenziando come Ben Ali non fosse impossibilitato per cause di forza maggiore ma come invece la sua fuga rendesse applicabile l’art . 57 (se la presidenza è vacante, il Presidente del Parlamento ne fa le veci). Le manifestazioni hanno ottenuto l’applicazione dell’articolo giusto.

Nadia: Per gestire il dopo Ben Ali si è ritenuto necessario affidarsi ad un governo di transizione che aveva ventilato la possibilità di elezioni da sostenersi entro due mesi; tuttavia, ritenendosi la data troppo vicina, esse sono state rimandate di circa un semestre. Il presidente della camera dei deputati, Foued Lembazzaa, è diventato Presidente della Repubblica e Mohamed Ghannouchi è rimasto Primo ministro fino a qualche giorno fa quando si è dimesso sotto la pressione delle manifestazioni.

A tuo avviso continuare le manifestazioni è ragionevole? A cosa mirano le proteste?

Nadia: Ci sono due tipi di proteste: quelle per chiedere miglioramenti della situazione professionale personale (aumento dei posti di lavoro, incrementi degli stipendi, riconoscimento delle qualifiche…) e quelle di carattere politico (caduta del governo, riforma della costituzione, arresto dei membri del RCD il partito di Ben Ali…). Penso che l'esplosione di manifestazioni sia più che normale dopo decenni di censura e di silenzio forzato. Trovo intollerabile pero' che l'unione sindacale UGTT, i cui capi sono direttamente coinvolti nei soprusi e nella corruzione del regime Ben Ali, incoraggino scioperi continui ed inutili degli operai ed impiegati fino a paralizzare il paese. Penso che a manifestare debbano essere in primis i giovani ed i disoccupati. Se vogliono farlo gli impiegati e gli operai utilizzino i week end o manifestino per poche ore. Non abbiamo più turisti e l'economia è in crisi, chi ama il proprio paese adesso deve lavorare e manifestare fuori dagli orari di lavoro!

Khabeb: a mio avviso le manifestazioni hanno come scopo quello di fare pressioni sul governo perché prenda in considerazione le istanze del popolo e faccia le scelte più opportune. A ciò si aggiunge come parte del governo e dei dirigenti fossero, e siano in parte, ancora troppo legati al passato e quindi non totalmente “puliti”; la sopravvivenza dell’RDC si è rivelata inaccettabile non solo per il suo coinvolgimento nel regime di Ben Ali ma soprattutto per il fatto di prorogare lo status e i privilegi di coloro che ne avevano usufruito in passato per effetto del clientelismo e della corruzione.

Adam: Penso che per noi sia stato utile continuare a manifestare perché in ventitré anni di dittatura avevamo perso tutto e ci ritroviamo ora a ripartire da zero costruendo basi solide. Il popolo ha capito che non avrebbe ottenuto nulla senza azioni incisive; questi sono stati i giorni della consapevolezza di dover salvare i risultati della rivoluzione mostrandoci forti; dovevamo obbligare il nuovo governo a modificare le istituzioni e lo Stato per evitare un ritorno al passato. Lo scopo delle proteste è stato quello di far dimettere Ghannouchi perché già Primo Ministro nel regime di Ben Ali e quindi troppo legato al passato; modificare in senso democratico la costituzione; eliminare l’RCD, il partito di Ben Ali, dalla vita politica; epurare il governo dai personaggi ancora legati al vecchio regime; abbattere la censura; distribuire in modo equo i beni del paese. Siamo riusciti ad ottenere una parte di questi risultati, ma c’è ancora molto da fare e da costruire.

Si danno date certe per le prossime elezioni? Quali sono i partiti “papabili”?

Nadia: Qualche giorno fa il Presidente provvisorio ha annunciato che a luglio si terranno le elezioni per l'Assemblea Costituente la quale nominerà nuovi ministri, riformerà la costituzione e deciderà il tipo di regime politico da adottare. Abbiamo quindi un po' di tempo per informarci sulle eventuali liste per l'assemblea. Nel frattempo, a prendere le redini dello stato, sarà il governo provvisorio attuale. La questione dei partiti è quindi per il momento relegata in secondo piano. Sulla scena politica ci sono attualmente una ventina di partiti, i più noti dei quali sono quello Democratico Progressista, il Partito del Rinnovamento (attajdid, comunista), il Partito del Congresso per la Repubblica, Ennahdha (islamista), il Partito Democratico Socialista. A mio avviso è tuttavia presto per parlare di partiti "in vista" o veramente popolari. Il popolo non conosce bene nessuno di questi. Diciamo che, di quelli elencati, il popolo in un modo o nell’altro ne conosce i leader, perché attivi con o senza “la tolleranza” di Ben Ali anche durante il suo regime.

Adam: In questi giorni Ghannouchi si è dimesso ed il suo posto ora è ricoperto da Beji Caid Sebsi. Questi ha dichiarato che le elezioni si terranno entro la fine di luglio. Riguardo ai partiti politici ad oggi nulla è chiaro, il popolo non ha fiducia in nessuna forza politica in particolare e quindi, per il momento, attende azioni e dichiarazioni dell’Assemblea Costituzionale. La valutazione dei partiti in campagna elettorale avverrà, a mio avviso, in un secondo momento.

Com’è percepita la possibilità di un partito islamico al governo? Cos’è Ennahda?

Khabeb: Non credo proprio si verificherà in Tunisia la possibilità di un partito islamista in posizioni di potere. Salvo i partigiani, che sono una minoranza, il popolo tunisino non vuole islamisti al potere. Definirei Ennahda una forza di carattere populista, molto attenta alle dinamiche e alle esigenze popolari per incanalarsi nelle sacche di consenso.

Adam: Io ritengo che su questo tema il popolo sia spaccato in due tronconi: c’è chi teme l’ascesa al potere di questo partito, auspicando la laicità dello Stato e c’è chi si augura che la partecipazione di un partito islamico in seno alle istituzioni possa permettere al popolo di esprimere liberamente la propria identità religiosa anche in vista di una piena solidarietà del mondo mussulmano in generale. A queste due fazioni si aggiunge una terza, minoritaria, che vorrebbe uno stato religioso nel quale applicare la Sharia.

Com’è percepito il ruolo dell’Italia in Tunisia in questo momentoE il ruolo dell’Italia in Libia?

Adam: La Tunisia in questo momento non vede nell’Italia il suo interlocutore prioritario. Sono state particolarmente criticate le prime dichiarazioni del governo italiano riguardo a quanto stava accadendo in Libia.

Khabeb: Ritengo che la situazione interna italiana non dia la credibilità sufficiente a questo paese per potersi proporre come interlocutore affidabile.

Cosa dice la gente degli sbarchi a Lampedusa?

Adam: Quello che vorrei mettere in chiaro è che gli attuali sbarchi non dipendono dalla situazione politica in Tunisia. Se c’è stato un aumento di clandestini, questo dipende solo dalla diminuzione dei controlli alla frontiera perché la polizia e i militari hanno avuto un gran da fare nella gestione dell’ordine sia nella capitale che nell’entroterra. Oltretutto chi sta fuggendo in questi giorni non lo fa per ragioni politiche; sono per lo più criminali in fuga dalle prigioni o disperati che approfittano della situazione per coronare il loro sogno europeo. C’è chi pensa anche che tra i clandestini ci siano degli infiltrati inviati per creare discordia tra i due paesi.

Khabeb: A mio avviso la gente non ha avuto nessuna reazione. Chiunque, messo nelle condizioni di partire lo avrebbe fatto!

Cosa vi aspettate dall’Europa?

Adam: Sotto il profilo più propriamente della ripresa dello sviluppo è logico che ci si attenda un aumento degli investimenti europei per sollevare la situazione economica. Ma una delle speranze più grandi al momento, forse perché più immediata, è quella di recuperare il denaro che Ben Ali ha fatto uscire dal paese e bloccato in diversi conti delle banche europee. Sono soldi nostri, tesorizzati dal dittatore in tutti questi anni di soprusi e corruzione. Una somma importante che potrebbe aiutare sicuramente la situazione difficoltosa in cui versa al momento il paese. Per la ricostruzione della fiducia nell’avvenire e per avere la sensazione di aver avuto realmente giustizia, si auspica anche una collaborazione occidentale nei processi e nelle condanne verso di lui e i membri della sua famiglia.

Khabeb: Al momento l’aiuto percepito come più importante ed urgente è quello di carattere umanitario per la gestione dei profughi libici. Come si sta vivendo la questione profughi libici? Khabeb: Come ulteriore fonte di orgoglio. Stiamo ancora una volta dando una lezione al mondo. Ci siamo dati da fare per la nostra libertà e ce l’abbiamo fatta. Ora ci stiamo impeg nando in prima linea per sostenere i nostri amici libici. L’immagine di un popolo povero come il nostro, che nonostante questa povertà ha la voglia e la passione di aiutare gli altri, ha una forza indicibile. Del resto…gli arabi sono conosciuti per la loro ospitalità!

Adam: C’è una grande solidarietà! Dal più povero al più ricco tutti i tunisini hanno collaborato e stanno collaborando nella raccolta di medicine, di cibo e di beni di prima necessità. Nonostante questo la preoccupazione è molta e ci si chiede fino a quando la Tunisia, già in crisi economica e con un altissimo tasso di disoccupazione, potrà sopportare e resistere a un’ondata di profughi di tale portata…

Quali sono le speranze per il futuro?

Adam: Non potremo essere un paese perfetto, ma speriamo di poter vivere tranquilli, di poter avere una vera democrazia e di eliminare la corruzione e la censura.

Khabeb: La speranza più grande è quella di diventare una vera democrazia. Certo sarà un obiettivo ambizioso, difficile da realizzare soprattutto a breve termine. Ma se non ci riusciremo subito ci riproveremo ancora fino a che non diverremo la prima democrazia araba del mondo !

Abbiamo sentito Nadia, Khabeb e Adam perché sono giovani come noi e perché nelle loro speranze in fondo ci sono anche le nostre. Perché nonostante la forza necessaria per tutto questo e le difficoltà affrontate, la memoria di ciò che hanno vissuto li accompagnerà nella loro vita di cittadini. Per la prima volta in tanti anni hanno capito il senso di essere popolo, di essere patria e di essere uniti. La grandezza di quello che hanno ottenuto, fa affrontare loro con più coraggio le grandi ed inevitabili sfide future del loro paese.

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