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domenica 05 aprile 2020

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MEDITERRANEO - Il Fantasma islamista nel Mediterraneo

La vera svolta, dopo la "primavera araba", sarà nell'islamismo moderato

06.12.2011 - Valentina Palumbo



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Con la vittoria di Ennahda alle elezioni in Tunisia dello scorso 24 ottobre, e in generale con il rovesciamento dei regimi a seguito delle Primavere Arabe, i timori di una deriva islamista dei paesi del sud del Mediterraneo spingono a fare un po’ di chiarezza sull’essenza delle Rivoluzioni che hanno interessato questi Paesi, in particolare la Tunisia, l’Egitto e la Libia e sulle ragioni del risveglio religioso, per giungere infine a tracciare dei possibili scenari futuri.Si può innanzitutto iniziare con il chiedersi il motivo per cui partiti o movimenti islamici siano suscettibili di avere un grande peso nei panorama politici futuri di questi Paesi.

L'opposizione al regime

Una delle ragioni principali per cui en’Nahda ha vinto alle elezioni dello scorso 23 ottobre in Tunisia, come i Fratelli Mussulmani, candidati ad avere un ruolo centrale nel futuro politico dell’Egitto o, spingendosi più indietro nel tempo, il Fronte Islamico di Salvezza, che nel 1991 vinse alle elezioni legislative in Algeria, è innanzitutto il ruolo centrale nell’opposizione ai precedenti regimi. Lo stesso vale per altri movimenti. I membri di en’Nahda, originariamente “Movimento della Tendenza islamica”, sono vissuti in esilio o sotto persecuzione sin dai tempi di Habib Bourgiba. I tentativi di registrazione come partito ai fini della partecipazione alle elezioni sono stati sempre respinti tanto dal padre della nazione tunisina quanto da Ben Ali. La folla oceanica che ha atteso Rached Ghannouchi all’aeroporto il 30 gennaio 2011, non solo gli ha reso omaggio come leader del partito islamista, ma anche come simbolo dell’opposizione al regime. en’Nahda è stato uno dei fondatori del Movimento del 18 Ottobre, nel 2005, portatore di rivendicazioni in materia di diritti umani e libertà civili. Di converso, alle elezioni, non sono stati premiati quei partiti che, tollerati dal regime di Ben Ali, proprio per questo stesso riconoscimento avevano dovuto in qualche modo scendere a patti con il regime pur di sopravvivere.

Con i Fratelli Mussulmani in Egitto, che nell’aprile 2011 hanno fondato il Partito della Libertà e della Giustizia , Moubarak ha alternato periodi di apertura a periodi di repressione; la loro situazione sotto il regime è stata senza dubbio migliore che ai tempi di Sadat, quando la loro stessa esistenza venne bandita. Non hanno tuttavia mai potuto presentarsi alle elezioni come partito ma solo con candidati indipendenti. Rispetto ad En’Nahda erano in qualche modo inseriti nel panorama istituzionale, detenendo seggi in Parlamento, ma il regime non consentiva loro, di fatto, la partecipazione al potere. Nelle elezioni del 2010 sono stati vittime di frodi accertate e hanno boicottato il secondo turno.

Il ruolo sociale

Un’ulteriore ragione è imputabile al ruolo sociale che i movimenti islamici hanno avuto soprattutto nelle zone più povere del paese, sostituendosi in determinati casi allo Stato nell’erogazione di servizi di base e di educazione religiosa. Ciò spiega pertanto l’enorme successo soprattutto nelle fasce più povere e rurali. Il fatto infine che essi abbiano molti proseliti va imputato alla mancanza di libertà di associazionismo sotto i regimi di Ben Ali, come pure di Moubarak o Gheddafi. Il sentimento religioso e le Moschee, pur sottoposti essi stessi ad un rigido controllo, hanno avuto una funzione coesiva importante.

Occorre tenere presente come en’Nahda o i Fratelli Mussulmani, siano solo una parte di un sistema complesso costituito da una miriade di partiti e movimenti più o meno suscettibili di avere un peso determinante nel futuro dei loro paesi. In Tunisia al riconoscimento di en’Nahda non ha fatto seguito quello di Attahrir, di Assalam e del Partito sunnita , partiti e movimenti di stampo islamico accusati di accogliere tra le proprie fila elementi salafiti. La Tunisia conserva ancora una legge del 1988 che vieta riferimenti espliciti alla religione nei nomi dei partiti ed è sulla base di queste disposizioni che la loro registrazione all’Istance supérieure indépendante pour les élections è stata rigettata. Gli episodi a sapore integralista che hanno avuto saltuariamente luogo in Tunisia dopo la fine della rivoluzione (quali l’incendio al cinema Africa dopo la proiezione del film “Ni Allah ni Maitre” portante sulla laicità di Stato o le recenti manifestazioni davanti alla TV privata Nessma per aver mandato in onda il film “Persepolis” in cui Dio veniva raffigurato con fattezze umane) vanno attribuiti a quegli elementi che non sono rappresentati attualmente nella Costituente tunisina.

Gli stessi Fratelli Mussulmani in Egitto sono distribuiti, oltre che nello già citato Partito della Libertà e della Giustizia, tra una serie di movimenti e partiti di stampo più moderato e “modernista” come Al Wasat o en’Nahda Egitto e quelli invece di carattere salafista come Al Nour. Un’ulteriore distinzione ha carattere generazionale. Il partito At-tayar è nato il 21 giugno da un gruppo di giovani Fratelli Mussulmani che dicono addirittura di ispirarsi alla laicità dello Stato. È stata la sezione giovanile della Fratellanza a spingere i dirigenti a prendere parte alle rivoluzioni.

Ciò mette in evidenza anche un’ulteriore caratteristica delle rivoluzioni in Egitto e in Tunisia, ovvero il fatto che esse non abbiano originato da rivendicazioni di carattere islamico. La guida delle rivoluzioni da parte dei Fratelli Mussulmani è avvenuta solo tardivamente e soprattutto nelle zone del delta del Nilo. Vale anzi la pena ricordare che prima del 25 gennaio, sia i Fratelli Mussulmani che i Salafiti avevano ingiunto ai loro fedeli di non partecipare alle proteste. E’ vero che molti dei punti di raduno, sin dall’inizio delle rivoluzioni, sono state le Moschee ma solo perché erano gli unici luoghi dove le autorità tolleravano assembramenti di persone. Non a caso il 25 gennaio, giovani egiziani, sia mussulmani che copti, si sono riuniti attorno ad una Moschea salafita. Ancor più rilevante è il fatto che, quando alcuni giorni dopo, i Fratelli mussulmani hanno cercato di cavalcare l’onda delle proteste, assumendone la guida, i salafiti abbiano fatto la stessa cosa: ad Alessandria gli imam in piazza sono stati due, quello della Fratellanza e quello della moschea salafita di ‘Asr Al Islam.

Quando nel dicembre 2010, le manifestazioni contro il regime di Ben Ali hanno iniziato a diffondersi in tutto il paese, per la prima volta sprezzanti del pericolo, per la prima volta di massa, nessuno per le piazze e le vie del piccolo paese ha sollevato bandiere verdi o si è appellato al nome di Allah. Le rivoluzioni sono state l’espressione di un malessere sociale divenuto incontenibile, di una richiesta di maggiore equità nella distribuzione delle risorse ad un regime corrotto dal quale il popolo si sentiva sfruttato e depauperato da ventitré anni.

Il caso Libia

Un discorso a parte va fatto invece per la Libia. Il fenomeno jihaidista era già fortemente radicato nella società libica anche prima della guerra civile. Innanzitutto, se è vero che anche in Libia la realtà islamica è composita, stanno prevalendo gli elementi più integralisti, soprattutto a livello verticistico delle forze armate. Tra i movimenti, quello islamico libico è senz’altro uno dei più moderati. E’ presente anche la Fratellanza Mussulmana (Gruppo Islamico Libico) che tiene contatti con i suoi omologhi negli altri paesi. Il Movimento dell’alleanza islamica è il risultato di una scissione all’interno della Fratellanza; dopo tentativi di riannessione negli anni 90, se ne è definitivamente allontanato e pare ora protendere per i salafiti del Gruppo Islamico Combattente Libico (LIFG). Quest’ultimo è costituito da un gruppo di reduci della guerra in Afghanistan contro i sovietici; i suoi membri hanno stretti rapporti con organizzazioni jihadiste e sono stati protagonisti di azioni armate contro il regime di Gheddafi sin dagli anni 90. Il LIFG, basato in Cirenaica, ha avuto un ruolo centrale nell’ultima guerra civile. Uno dei suoi leader, Abdel Hakim Belhaj, è stato protagonista della presa di Tripoli ed è il più importante leader militare delle forze ribelli. Il peso preponderante della Cirenaica rispetto alla Tripolitania nell’attuale composizione del Consiglio Nazionale di Transizione e il peso crescente dei ribelli del LIFG, fanno prospettare scenari molto diversi per la Libia, rispetto a Tunisia ed Egitto.

Il riscatto arabo

Ultimamente, nei vari paesi analizzati, si sta assistendo ad un recupero della simbologia e dei rituali tradizionali ed islamici, quasi nella direzione di una de-occidentalizzazione delle società interessate dalle rivoluzioni. L’Occidente, in tutti questi anni di regime, ha fatto da vetrina di un mondo economicamente e culturalmente sviluppato. I paesi del Mediterraneo hanno vissuto l’Europa come un’entità vicina in termini geografici, tangibile per via della presenza fisica nel Maghreb di persone e capitali europei e statunitensi ma irraggiungibile per il sistema rigidissimo di visti e quote. Questa spessa vetrina ha mostrato al mondo arabo il lato migliore della nostra cultura, quello democratico e delle libertà. I paesi che hanno rovesciato i loro regimi negli ultimi mesi si sono appellati a quegli stessi diritti umani, economici e sociali che i paesi occidentali dichiarano di difendere, promuovere e che scaturiscono dalla loro storia e dall’evoluzione degli ordinamenti giuridici.

Il fatto che, con un trend che in realtà dura da decenni, ci sia stato un rigetto progressivo dei modelli occidentali (tradottosi in determinati casi in forme di nostalgico ritorno al passato, che in ambito religioso ha favorito l’emergere di movimenti salafiti) va imputato in parte ad una sorta di sovra imposizione storica di questi modelli da parte dei precedenti regimi, che hanno sacrificato, in nome della loro alleanza occidentale, alcune delle caratteristiche originali dei propri paesi. Ne sono un esempio l’educazione in francese in Tunisia, o la proibizione di forme di religiosità quali il velo per le donne o l’istruzione religiosa. Il maturare di un sentimento di riscatto nei confronti dei propri regimi è avvenuto parallelamente ad una necessità di riappropriazione dei propri elementi identitari. Ciò spiegherebbe il rapido recupero della lingua araba nell’insegnamento, o l’appoggio fornito a programmi come quello di en’nhada e dei Fratelli Mussulmani di riapertura delle scuole religiose. Contribuirebbe anche a spiegare la rapidità con cui le donne hanno recuperato il velo dopo la caduta dei regimi; per non tralasciare nulla emblematica è anche la dimensione maschile del recupero “estetico” dell’Islam, ovvero la riapparizione delle barbe lunghe segno dell’ortodossia islamica. In parte il rigetto dei modelli occidentali va anche spiegato come segno di rifiuto nei confronti di quella che viene considerata l’incoerenza dei governi occidentali. La memoria è viva, perché recente, del sostegno fornito dai paesi occidentali a quegli stessi regimi che oggi vengono accusati di essere stati dispotici. Un sostegno fornito in determinati casi come contropartita di interessi economici o come risultato della collaborazione contro il terrorismo ed in chiave antimigratoria.

E’ chiaro tuttavia che il recupero di certe simbologie, sta assumendo in determinati casi dimensioni che possono incutere preoccupazioni. Se l’hijab, ovvero il velo che copre soltanto la testa, è stata per anni un diritto rivendicato e negato dal regime tunisino, la caduta dello stesso ha portato le donne a recuperare forme di velatura anche integrale. Ciò fa riflettere sulle conseguenze della repressione culturale. Conseguenze che, nel tempo, possono sfociare in quelle forme di estremismo che per anni si è cercato di combattere. In altre parole, anche le culture hanno una loro evoluzione naturale. Laddove esse subiscano violenze, il risultato potrebbe essere quello di una frustrazione che trova, e di fatto sta trovando, nel momento della libertà, espressione nell’esagerazione e nell’ostentazione.

Conclusioni

Tutti gli elementi forniti contribuiscono a ricostruire un quadro complesso. Ne emerge un’immagine di un Islam che non è monolitico, che aspira a ritrovare se stesso e che trova il sostegno della popolazione per motivazioni che vanno oltre la mera dimensione religiosa. I movimenti religiosi sono stati in determinati casi il simbolo della resistenza; il sostegno di cui essi godono è anche il segnale di una volontà di recupero culturale dei propri modelli, a lungo sacrificati. La pluralità dei movimenti a sfondo islamico, le caratteristiche che essi stanno assumendo ma anche ciò che sta accadendo alla base, in termini di riappropriazione culturale, dovrebbe far riflettere sulla necessità di trovare forme di dialogo nuove, che tengano conto dell’elemento religioso nel panorama politico futuro di questi paesi, sostenendone le espressioni più moderate, anziché reprimerlo a prescindere sulla base di definizioni che spesso peccano di approssimazione.

 

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