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giovedì 02 aprile 2020

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MEDITERRANEO - Cinque studenti marocchini si danno fuoco per protesta, vogliono il cambiamento.

Emuli del tunisino Bouazizi, i cinque studenti cercano di far germogliare la “primavera araba” anche nel paese di re Mohammed VI

22.01.2012 - Fortunato Mangiola



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Dopo quanto accaduto ai vicini capi di Stato di Egitto e Tunisia, il re del Marocco Mohamed VI, scorgendo le nubi del cambiamento addensarsi anche nell'orizzonte del suo paese, aveva pensato bene di mettersi al riparo da eventuali temporali rivoluzionari. Così, quando il 20 febbraio dello scorso anno le piazze del paese, da Fez a Casablanca, da Rabat a Tangeri, erano state invase da migliaia di sudditi, che chiedevano riforme economico-sociali contro la miseria dei ceti più poveri e riforme politiche contro la corruzione dilagante negli apparati pubblici, il sovrano si era mostrato subito pronto ad intervenire, promettendo investimenti statali a sostegno dell'occupazione e avviando il processo per la concessione di una Costituzione più liberale.


L'orizzonte si rasserenava e il Paese sembrava avviato verso un'epoca di transizione politica di importanza storica. A luglio veniva finalmente varata la nuova Costituzione, con cui il Re rinunciava a gran parte dei suoi poteri esecutivi a favore del governo. Il nuovo governo lo si sarebbe deciso con le elezioni per la Camera Bassa del Parlamento, previste a fine novembre. A tutti i marocchini fu chiaro che dalle elezioni sarebbe dipeso il cambiamento del paese verso il liberalismo e la modernità.


In primis era Re Mohamed ad essere ben conscio della loro importanza: un esito troppo sbilanciato a favore delle forze democratiche e radicali, infatti, rischiava di mettere a repentaglio le importanti prerogative che la Corona conservava con conseguenze inimmaginabili sul futuro stesso della monarchia. Partendo da questa consapevolezza, il monarca tentava di influenzare le elezioni per ottenere un risultato favorevole e così il Ministro degli Interni Taieb Cherkaoui escludeva dalla competizione i due attori principali della rivoluzione di febbraio: il partito islamico radicale “Giustizia e Carità”, che gode di un ampissimo consenso popolare e il movimento liberale “M20”, che fa presa soprattutto sull'elettorato giovanile.


La decisione si rivelava quanto mai nefasta, perché proprio questi partiti, sfruttando i social network e gli altri strumenti della rete, conducevano una campagna a tutto spiano di boicottaggio alle elezioni. Il tam-tam cibernetico determinava una scarsissima affluenza alle urne (solo il 45 % degli aventi diritto, poco più di 6 milioni di persone su una popolazione totale di 33 milioni) e privava di fatto le consultazioni della sufficiente legittimazione popolare. Consultazioni, che, tra l'altro, vedevano la netta affermazione del partito islamico “Giustizia e Sviluppo”, il più ostile al re fra i “partiti sistemici” (ossia quelli tollerati a corte e ammessi tradizionalmente alla competizione elettorale fin dai tempi dell'indipendenza).


Non avendo trovato la possibilità di esprimersi attraverso le procedure democratiche, l'istanza di rinnovamento dei marocchini si spostava nuovamente nelle piazze. A dicembre ecco che scioperi e manifestazioni cominciavano nuovamente a susseguirsi in tutte le principali città. Insorgevano anche gli studenti universitari, giunti persino ad occupare la sede del Ministero dell'Istruzione a Rabat.


Per re Mohammed VI e i suoi la situazione iniziava a prendere una brutta piega: le nubi all'orizzonte si rivelavano molto più scure di quelle dell'anno precedente e all'orizzonte si profilava una tempesta dal quale il re difficilmente si sarebbe salvato ancora col compromesso e la mediazione.

Appena pochi giorni fa, il 18 gennaio, il cielo di Rabat era squarciato dai primi fulmini di questa tempesta: cinque studenti marocchini, di quelli di stanza al Ministero dell'Istruzione occupato, si davano fuoco davanti alla folla in protesta. In fiamme, come quel venditore ambulante tunisino di nome Mohamed Bouazizi che un anno fa dava inizio alla rivoluzione in Tunisia. Il loro gesto sarà sufficiente a scuotere anche le coscienze dei loro connazionali? Non si sa. Quel che è certo, però, è che il trono di re Mohamed comincia a traballare pericolosamente.

 

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