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martedì 29 settembre 2020

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POPOLI IN LOTTA - Lo Yemen al voto per il nuovo presidente

Abdallah Saleh lascia ufficialmente il potere

25.02.2012 - Edoardo Maria Lofoco



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10 milioni di yemeniti si sono recati alle urne per eleggere il nuovo presidente, martedì scorso. Unico candidato Abd Rabuh Mansur al-Hadi, vicepresidente e braccio destro di Abdallah Saleh.

Il despota, alla guida del paese da 33 anni, ha deciso di cedere il passo dopo un fallito attentato nei suoi confronti nell’ambito delle ondate rivoluzionarie che hanno attraversato la regione araba lo scorso anno.

Rifugiatosi negli Stati Uniti e abbandonato il paese nel caos di una guerra civile, Saleh ha dovuto accettare di lasciare il potere anche per effetto delle pressioni diplomatiche di USA e Arabia Saudita, tradizionalmente molto attenti a quanto accade nello Yemen, stato di notevole importanza strategica situato come è nel punto di incontro fra Mar Rosso e Oceano Indiano.

Con un unico candidato da poter scegliere, le elezioni hanno una portata essenzialmente simbolica e resta da capire l’effettivo peso che il cambiamento istituzionale potrà avere nel Paese.

Il dato confortante è che il futuro presidente al-Hadi, per ora, unisce le diverse anime politiche della nazione: i sostenitori del presidente hanno votato perché le elezioni sono state approvate dallo stesso Saleh; gli oppositori, invece, hanno votato per decretare l’uscita di scena ufficiale del tiranno. Per la prima volta, da un anno a questa parte, nel paese aleggia uno spirito ottimista, confermato anche dalle reazioni dei giovani attivisti, primi artefici della primavera yemenita.

«Noi supporteremo questo processo, vogliamo che Saleh vada via e che la guerra civile finisca. Hadi è una brava persona», osservano alcuni di essi a Sanaa. E tra i sostenitori del voto c’è anche il premio Nobel per la Pace 2011 Tawakkol Karman, giovane attivista aderente al partito islamico moderato Islah e balzata alle cronache mondiali per la sua lotta non violenta per i diritti umani e civili.

L’atmosfera positiva creatasi attorno alla figura di Hadi, potrà solo essere di giovamento al nuovo leader, il quale, oltre ad assicurare al paese un’indolore transizione verso la democrazia, dovrà risolvere i numerosi problemi che attanagliano il paese: dalla progressiva riduzione delle disponibilità petrolifere alla disoccupazione, dal traffico di esseri umani alla pirateria, dalla scarsità di risorse idriche al terrorismo (Al-Qaeda è attivissima nelle aree più lontane dal controllo statale).

Lo stesso leader dell’opposizione, il socialista Yassin Said Noman riconosce il lavoro duro che spetta al nuovo presidente alle prese con quelli che definisce “problemi molto complessi”. Sono segnali di apertura al dialogo che non possono che incoraggiare. Solo con una politica di solidarietà nazionale, infatti, lo Yemen potrà riuscire a scrollarsi di dosso l’etichetta di “failed state” in balia di al-Qaeda.

Imprescindibile, come si legge nei commenti post elettorali di tutti i principali giornali arabi e yemeniti, sarà anche l’aiuto della comunità internazionale, specialmente di quegli stati che hanno appoggiato la cacciata di Saleh e l’inizio di una nuova era politica. Lo stesso Hadi ha già lanciato un appello ai “paesi amici e fratelli” per aiutare lo Yemen a rilanciare la propria economia, in crisi a causa degli estenuanti conflitti interni.

 Eraclito, il filosofo del “panta rei”, diceva: “Non c’è nulla di immutabile, se non l’esigenza di cambiare”. Lo Yemen ha saputo rispondere, seppur con tutte le riserve del caso, all’esigenza di cambiare, deponendo dopo oltre trent’anni, il dittatore Saleh. Adesso, però, ai nuovi regnanti spetta dimostrare che la situazione politico-economica yemenita non è immutabile, iniziando quel processo di crescita, che i giovani richiedono a gran voce. Anche nello Yemen, la primavera araba reclama i suoi frutti.

 

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