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venerdì 23 agosto 2019

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L’attualità dell’Europeismo di Napolitano

Decisa affermazione d’orgoglio europeista e attenta lettura delle sfide del presente, la lezione del Presidente della Repubblica ha proposto uno spirito e una strada da seguire per l’Europa politica

04.12.2007 - Pietro Parisella



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La lectio magistralis sull’Europa, tenuta dal Presidente della Repubblica lo scorso 27 novembre alla Università “Humboldt” di Berlino, merita davvero una attenta riflessione. Espressione di una profonda comprensione della fase storica che viviamo, di quel presente globale che presenta enormi sfide, ma offre al contempo un potenziale unico di opportunità per la pace e per la cooperazione internazionale, il discorso del Presidente ha indicato una strada, quella dello “sforzo comune”, che Francia e Italia hanno condiviso nel recente vertice bilaterale, già solcata dalla Germania di Angela Merkel. Una linea politica che ha permesso di “salvare” il Trattato costituzionale, e che ricollega positivamente i vertici del triangolo-cardine della storia dell’integrazione europea.

Napolitano è partito dai limiti dell’attuale fase del processo di integrazione europea, dal timore che si sia finiti per “smarrire lo slancio” delle origini, per dimenticare gli ideali dell’Europa unita e per nascondere il “legittimo orgoglio” per “il progetto politico più innovativo e di maggior successo concreto che sia stato concepito e portato avanti nel mondo nella seconda metà del Ventesimo secolo”. L’accento federalista di Napolitano, da sempre alfiere dello spirito europeista del Manifesto di Ventotene di Spinelli, Rossi e Colorni, ha indubbiamente connotazioni idealistiche; ad un osservatore incauto esso potrebbe apparire anacronistico, sconnesso con la realtà del funzionalismo, dell’Europa per passi intermedi, che è stata la via praticata e praticabile nel corso del processo di integrazione, e che dà forma alle istituzioni e alla vita politica dell’Unione di oggi. Invero, in un continuum ideale con la perseverante forza propositiva di Spinelli, è proprio dallo slancio idealistico che Napolitano trae la convinzione necessaria per guardare in modo propositivo al presente reale e alle sue difficoltà, leggendovi la risposta che l’Europa può dare ad esse. Sono “risposte alla sfida della mondializzazione” quelle che un’Europa unita può cercare in sé stessa, per non arretrare “gravemente per effetto del processo di globalizzazione” ma anzi per “riuscire a influenzare il corso di quel processo”.

Globalizzazione è interdipendenza, azionata e alimentata dal continuo traboccamento, dagli argini dello Stato-nazione, della capacità attiva degli agenti economici e delle dinamiche sociali da essa innescate. In questo contesto lo Stato-nazione europeo, che non ha la dimensione continentale degli omologhi statunitense, cinese, russo o indiano, non è più uno strumento idoneo per trattare adeguatamente i flussi catalizzati dalla crescente integrazione mondiale, né per far valere politicamente il peso dell’economia europea che si fa una attraverso il completamento del mercato comune. Oggi l’Europa unita, almeno economicamente, vive in un mondo a sua volta sempre più integrato in cui tutto, dai beni, ai capitali, alle persone, alle informazioni, si muove più velocemente e più diffusamente, e tende a influenzarsi reciprocamente per via di questo movimento. È a questo tempo e questo spazio, a questo novero di dinamiche e interrelazioni che si riferisce Napolitano quando si appella alla necessaria azione comune della politica europea. Individua chiaramente le quattro “sfide” per le quali questa risposta comune è necessaria: “politica climatica ed energetica”, “movimenti migratori”, “sicurezza internazionale” e costruzione di un “nuovo e più giusto ordine internazionale”. Campi questi in cui ogni Stato europeo preso singolarmente non sarebbe in grado di fornire le adeguate risposte. Un quadruplice “banco di prova” per l’Unione europea, che deve mostrare “non di sopravvivere stancamente, ma di portarsi al livello delle sue responsabilità”.

L’estrema attualità della lettura del Presidente ha costituito la premessa ai contenuti ella seconda parte del suo discorso, dedicata ai mezzi di rilancio dell’Europa unita. Non manca una velata critica all’allargamento senza politica, al fatto che “l’idea di un’Europa fortemente integrata e governabile” è il pre-requisito per ogni futura espansione dei confini comunitari. Questa idea politica di Europa è il fine da perseguire, non disdegnando ove necessario forme di cooperazione rafforzata, secondo la lettera del Trattato di Riforma condiviso, grazie agli sforzi della Presidenza di turno tedesca, nel Consiglio dello scorso giugno. Bene quindi la ripresa del triangolo cruciale franco-tedesco-italiano, ma “costruire e attuare le decisioni e le politiche cui è legato il futuro dell’Europa non può essere l’opera di alcun direttorio, a due o a tre e comunque composto e assortito”. C’è bisogno della “più forte volontà politica europea” scaturita da “sinergie ben più ampie”.

Ogni passo della storia dell’integrazione europea ha avuto bisogno dei suoi Spinelli come dei suoi Monnet, dell’idealismo federalista come del pragmatismo funzionalista. Oggi il passo da compiere è decisivo, perché ne va della capacità europea di competere a livello internazionale, di assumersi le proprie responsabilità politiche e di agire nel mondo per veder rispettati quei principi di pace e cooperazione che costituiscono il patrimonio valoriale dell’Unione. Il metodo di analisi, i contenuti e i mezzi proposti dal Presidente Napolitano a Berlino rappresentano la forma e la sostanza da seguire per compiere questo passo.

Foto da: http://www.europarl.europa.eu/

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