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venerdì 24 maggio 2019

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ASIA - Accordo Cina-India, svolta storica nel continente asiatico

Cina e India non si pesteranno più i piedi, ma altri temono per i propri

16.06.2013 - Valentina Berdozzi



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L’accordo fa la forza. O, perlomeno, impedisce alle parti di pestarsi reciprocamente i piedi.

Nel caso del recente documento, siglato il 20 maggio scorso a Nuova Delhi, tra Cina e India, i risultati sono anche di più: perché l’accordo permette ai due Paesi che l’hanno firmato di impostare una duratura partnership economica; perché attraverso i volumi d’affari garantirà loro, a breve, un peso mondiale non ignorabile; perché limita la volontà di portare avanti singolarmente battaglie volte all’affermazione del proprio ruolo di potenza del Sol levante, trasformando così la guerra in solitaria di Cina e India in un’avanzata a due; perché, in definitiva, permette in più ai due – rigorosamente insieme – di unirsi saldamente tra loro e fare in modo - se non di pestarli – almeno di camminare al fianco di altri piedi internazionali. Come parigrado, ovviamente: non più da subalterni.

L’accordo, così, fa la forza, l’unione e una garanzia: un biglietto firmato a quattro mani verso un futuro che porterà le due parti ad affacciarsi dalla finestra della parte del mondo economicamente rispettabile.

L’accordo dei giganti”

A siglarlo sono il primo ministro indiano Manmohan Singh e il premier cinese Li Keqiang, nell’affascinante cornice di una Nuova Delhi tirata a lucido per accogliere in India il nuovo, promettente, partner economico - l’altra metà di quella auspicata, ma anche tanto temuta Cindia.

Preparato dalla visita a Pechino a fine aprile del ministro degli Esteri indiano Salman Kurshid – e messo in crisi solo momentaneamente dalle schermaglie territoriali cinesi ai danni dell’India dello scorso aprile e dallo sfondamento di un plotone dell’Esercito di Liberazione del Popolo nella zona indiana di confine di Ladakh, lungo i 4 mila km di frontiera indo-cinese che si snodano tra il Karakorum e l’Himalaya – il negoziato tra le due potenze in crescita dell’Asia estrema è, essenzialmente, una pace economica e un impegno duraturo al partenariato che, in nome del commercio e del libero scambio tra i due Paesi, copre con la coltre della convenienza, del progresso e dell’affermazione economica, anni – o forse è meglio dire secoli – di odi e guerre.

Avvicinando due nazioni separate da una storia diversa e minate da un destino di lotta e opposizione e che - archiviate le frizioni per la divisone della zona indiana del Kashmir tra Cina, India e Pakistan e tacitate le rivendicazioni territoriali indiane riguardo la zona a ridosso della parte orientale del confine nepalese (strappata con la forza all’India delle truppe di Nehru dall’Esercito Popolare cinese nel 1962) – si avviano ora all’unisono verso un cammino di collaborazione che le vede procedere fianco a fianco verso un solo obiettivo: cementare un’unione possibile – a patto di seppellire vecchi rancori – e divenire di diritto il cuore propulsore di una stagnate economia mondiale, legittimando di fatto agli occhi della comunità internazionale il proprio ruolo di conduttore e fornendo al mondo un’egregia prova di forza e importanza.

Economia

E così, a quei piedi internazionali cui affiancarsi non resta che rimanere a guardare la firma di un accordo che, partendo dalle peculiarità economiche dei due Paesi, sa assicurare loro reciprocamente quella parte di forza e peso che a entrambe manca per impiantare una supremazia assoluta e incontrollata nella zona e nel mondo e che ora permetterà loro di affermarsi sul palcoscenico globale.

Se la produzione cinese è soprattutto manifatturiera, infatti, l’apparato produttivo indiano è orientato, invece, nei servizi – registrando a livello artigianale e industriale una forte specializzazione nella manifattura legata alle nuove tecnologie.

E così – ammettono soddisfatti le due autorità politiche – se questo accordo permetterà alla Cina di importare farmaci e software indiani, oltre quei prodotti che Li Keqiang ha definito in sede di trattativa le “sette necessità di base quotidiane dei cinesi” – ovvero legna, riso, olio da cucina, sale, salsa di soja, aceto e thé - permetterà anche al paese di Sonia Gandhi di beneficiare dei 100 miliardi di dollari di scambi bilaterali – che è il volume di affari che tramite accordo ci si è impegnati a raggiungere tra i due Paesi entro il 2015 – scontando il pesante deficit di quasi 30 miliardi di dollari nei confronti della Cina a causa proprio delle ingenti esportazioni che da qui partono dirette al suo mercato. Talmente consistenti, con i suoi 54,4 miliardi di dollari, da contendere a Giappone, Germania e Usa il primato dell’import indiano e annientare i 13,52 miliardi di export indiano in Cina.

Cultura

Collaborazione economica, stabilità politico-territoriale, programmi di ammodernamento militare condivisi, affermazione e legittimazione mondiale e nuove alleanze geo-strategiche: ecco, così, nella sostanza dei suoi otto punti, il nerbo dell’accordo.

Con una sorpresa in più però: se la firma dell’accordo impegna i due Paesi come leader di una pax principalmente economica, li richiama però contemporaneamente alla tutela di una stabilità che passi anche attraverso la testimonianza della cultura - e dell’influenza che questa può avere in una regione del mondo ricca, quanto più possibile, di storia e tradizioni ancestrali.

I punti della dichiarazione congiunta tra Cina e India prevedono, così, l’incremento delle traduzioni reciproche di classici letterari e l’accordo sul pellegrinaggio Keilash Mansarovar Yatra, che prevede la visita da parte dei devoti indiani di alcuni dei templi in territorio tibetano.

Controllo delle risorse

Ulteriore apertura, poi, verso un tema piuttosto caro alla comunità indiana, con la garanzia cinese di inviare quotidiane informazioni all’India sul livello delle acque del fiume Brahmaputra che, nascendo in Tibet e sfociando nel golfo del Bengala dopo essere confluito nel Gange una volta entrato nel Bangladesh, attraversa gli stati indiani dell'Arunachal Pradesh e dell'Assam: è già pronto infatti il progetto che prevede la creazione di tre nuove dighe sul lato cinese del fiume, nei confronti del quale massima è l’attenzione dell’India.

Si tratta di un punto di confronto delicato per i due Paesi, che si contendono il controllo delle riserve idriche della regione e della relativa quantità di energia rinnovabile da loro prodotta: i grandi fiumi che irrigano la regione indiana nascono tutti dall’immenso bacino himalayano, per gran parte sottoposto all’autorità di Pechino che, in passato, si è mostrata sempre decisivamente arroccata e ferma nella volontà di controllare autonomamente la gran parte del corso dei fiumi e di amministrare in solitaria i proventi derivanti dalla produzione e vendita dell’energia.

La disponibilità alla collaborazione – o comunque alla condivisone dei dati - da questo punto di vista suona decisiva e promettente – sebbene, rilevano gli esperti, si tratti di una piccola concessione e non di quell’apertura a tutto tondo sulla tematica dell’acqua e dell’energia rinnovabile verso cui, negli ambienti indiani, era sorta una flebile speranza.

Prove di superpotenza

Ma se la Cina apre - seppur solo spiragli rispetto all’auspicato e all’auspicabile – a questioni ed attori importanti nel panorama, lo fa però a largo raggio nella sua regione: l’accordo siglato con il paese del Gange prevede anche la volontà di creare tra i due paesi un corridoio economico che includa Birmania e Bangladesh e che avvicini ai due principali mercati della zona quelli delle due nazioni satelliti, che verrebbero così a beneficiare dell’ingresso laterale e subalterno in una partnership bilaterale lanciata verso le alte mire economiche del G8.

Lo sguardo congiunto riguarderà, inoltre, anche il Pakistan – storico nemico giurato della Cina in versione anti-occidentale e altrettanto ancestrale alleato dell’India - e l’Afghanistan, oggetto della proposta cinese di un accordo per la cooperazione di Difesa del Paese dopo il ritiro delle truppe internazionali previsto per il 2014.

Le reazioni internazionali

Il tutto in un accordo che, sfruttando la logica della dualità, si porta prepotentemente all’attenzione del mondo intero e di una sua porzione decisiva, attraversata dalla nuova spinta propulsiva e ottimistica che la Cindia vuole dare ad un’economia che, dopo i terremoti finanziari e i disastri dell’economia irreale, si radica nuovamente nel territorio - perdendo sempre più la sola valenza locale ma facendosi globale e a trecentosessanta gradi.

Così, se il mondo saluta questo rinsaldato vincolo tra Cina e India - che porterà presto le due potenze più popolate della terra (si calcola che nei territori dei due stati si concentri il 40% della demografia mondiale) a divenire un partner economico in grado di dialogare con i leader mondiali - tra le riserve occidentali e i timori americani di perdere un alleato essenziale in quella porzione di geografia globale, contemporaneamente avverte e punta il dito su come, di fatto, quello firmato a Nuova Dehli il 20 maggio scorso tra il primo ministro Singh e il premier Li Keqiang, sia e rimanga pur sempre un accordo squisitamente economico e di profitto, in cui le questioni ideologiche, storiche e territoriali – ereditate da anni di bellicosa vicinanza – costituiscono un elemento non affrontato alla luce del sole ma solo tacitato, irrisolto e sacrificato alla voce dell’interesse.

E se gli scettici, buttando benzina sul fuoco, avvertono che il progetto della creazione di una nuova superpotenza asiatica geo-strategicamente determinate sia lungo a realizzarsi, i più fiduciosi salutano l’alba che viene dalle terre del Sol Levante.

Le previsioni – e per di più quelle legate alla volatilità economica - sono difficili da farsi: tutto dipende dalla tenuta dei vincoli concordati dai due paesi e dalla volontà condivisa di fare in modo che le ragioni commerciali rimangano il collante adatto di questo progetto che, attraverso gli scambi e i volumi d’affari, sappia sopravvivere all’urto dei tempi e ai bacini di resistenza culturale e ideologica.

La comunità internazionale, così - in un orizzonte che prevede cambiamenti, riassetti, sbilanciamenti di assi economici consolidati e ondate di piccole grandi rivoluzioni geo-economiche - rimane in osservazione dei fermenti dell’estremo Oriente e della sua volontà di affermazione.

Pronta sempre a calzare, però, solide scarpe contro quei piedi emergenti così pronti a pestare.

 

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