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domenica 15 dicembre 2019

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Kosovo: rischio per l’Europa

Il 10 dicembre la Trojka UE, USA e Russia si pronuncerà sullo status del Kosovo. L’indipendenza è prossima, ma il pericolo di un nuovo conflitto non è lontano

11.12.2007 - Paolo Ribichini



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Fonte: http://www.flickr.com/photos/mademoiselleloli/541300745

Hanno suonato un po’ come una profezia le parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che durante la festa delle Forze Armate del 4 novembre ha annunciato: «Prepariamoci a nuove emergenze internazionali». Non so se il Presidente si riferisse ad una o più situazioni di cui fosse specificamente a conoscenza. Eppure, nel silenzio dei giornali e delle TV, e mentre gli occhi dell’opinione pubblica sono concentrati sull’Iran e sul Pakistan, una nuova crisi, quella del Kosovo, sta prendendo forma. Non si tratta della lontana Asia, ma di nostri vicini di casa nei Balcani.

In Kosovo la tensione sta salendo in maniera preoccupante. Ci si era illusi che con l’intervento militare della NATO si fossero risolti tutti i problemi; si pensava che con una massiccia presenza militare la situazione si sarebbe stabilizzata. Così non è stato. Nel 1999, con l’armistizio chiesto dalla Repubblica federale jugoslava, allora composta dalla sola Serbia-Montenegro, si concluse la guerra del Kosovo. La regione fu occupata dalle truppe NATO e russe e si stabilì provvisoriamente uno status di forte autonomia da Belgrado. Iniziò una missione ONU che, oltre ad essere di peacekeeping, avrebbe dovuto creare condizioni di democrazia e governabilità nella regione. Dopo otto anni si può dire che, se da un lato la missione militare è riuscita sostanzialmente nello scopo di mantenere la pace e l’ordine pubblico, dall’altro quella civile è stata quasi del tutto un fallimento. Oggi il Kosovo è il crocevia europeo di traffici di droga e di armi, il regno delle mafie. Non solo. La situazione etnica non è stata risolta in alcun modo ed oggi il Kosovo è diviso come otto anni fa.

La relazione definitiva sullo status del Kosovo è stata più volte rinviata. Dal dicembre 2006 si è slittati avanti di un anno, a causa del veto della Russia, non disposta a cedere alle pretese americane senza avere nulla in cambio. Mosca pretende di avere le mani libere dagli USA per quanto riguarda la situazione etnica nell’Ossezia del sud, ed il nulla osta internazionale per il riconoscimento della Transnistria. Il 10 dicembre è la data fissata per la conclusione dei lavori della Trojka. Di fatto, qualsiasi fosse la risoluzione presentata al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il governo kosovaro, forte del sostegno statunitense, sarebbe intenzionato a dichiarare unilateralmente l’indipendenza. Ma quale sarebbe, di fronte a questa secessione, la reazione dei serbi, da sempre contrari ad un Kosovo indipendente? Belgrado sta armando 25 mila paramilitari, pronti ad intervenire per creare una “secessione nella secessione”, muovendo da quel 10% degli abitanti del Kosovo di origine serba. Questi sono la maggioranza nel nord del Kosovo, nell’area intorno alla città di Mitrovica, ma per i 2/3 vivono sparsi nelle varie enclavi della zona est. I paramilitari serbi potrebbero tentare di riportare Mitrovica entro i confini serbi e di far evacuare le varie enclavi.

Una situazione potenzialmente esplosiva si profila dunque in Kosovo; una crisi di ampie dimensioni potrebbe investire poi i Balcani tutti. Esiste anzitutto una sottile linea rossa che lega il Kosovo alla Bosnia: la secessione del Kosovo sarebbe un precedente legittimante per la secessione della Repubblica serbo-bosniaca dalla Bosnia-Erzegovina, con la prospettiva conseguente di riaccendere vecchi rancori mai sopiti, nonostante il massiccio intervento della comunità internazionale. Inoltre, potrebbe essere proprio la Serbia, dopo aver subito un pesante arretramento geopolitico, con l’indipendenza del Montenegro prima, e con la possibile secessione del Kosovo poi, ad incoraggiare la secessione della Repubblica dei serbi di Bosnia. Tuttavia, gli effetti a catena potrebbero andare al di là degli stessi confini ex-jugoslavi: potrebbero riaccendersi i contrasti etnici nel sud dell’Albania, dove vi è una minoranza consistente di greci, nella Transilvania, dove vi è una minoranza ungherese, e persino in Spagna, per quanto riguarda i Paesi Baschi.

La soluzione? Considerando la complessità della situazione, non ne esiste una univoca. Sarebbe senz’altro necessario rinviare di un altro anno la definizione dello status del Kosovo, cercando nuovi accordi con Belgrado. Personalmente credo che la soluzione potrebbe essere rappresentata da un accordo tra tutte le parti in causa che stabilisca la separazione della parte settentrionale del Kosovo dalla regione circostante, e la creazione di grandi, e ridotte in numero, enclavi in territorio albano-kosovaro. In questo modo il Kosovo potrebbe – il condizionale è d’obbligo – dichiarare la propria indipendenza senza che la guerra caratterizzasse l’ennesimo passaggio traumatico della storia contemporanea dei Balcani.

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