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lunedì 19 agosto 2019

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Obiettivo Europa

Abbiamo intervistato l’Ambasciatore della Bosnia in Italia, Midhat Haračić, sullo stato del paese balcanico e le sue prospettive europee

23.12.2007 - Valentina Vivona



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«C’è poco da discutere, la Bosnia-Erzegovina appartiene all’Europa. Non è solo un fattore geografico, è soprattutto un fatto storico e culturale». Midhat Haračić, Ambasciatore della Bosnia-Erzegovina in Italia, è ottimista: il suo paese firmerà il Patto di Stabilizzazione ed Associazione con l’Unione Europea «entro la fine di quest’anno, al più tardi nei primi mesi del 2008. I nostri politici possono essere divisi, ma condividono la visione di una Bosnia democratica, decentralizzata ed europea».

L’attuale crisi istituzionale è legata, secondo l’Ambasciatore, alla difficile situazione economica: «Abbiamo un tasso del 40% di disoccupazione e purtroppo gli investimenti dall’estero sono piccoli e pochi. Le grandi imprese internazionali aspettano che la nostra situazione migliori, ma in questo modo la ripresa è ancora più lenta».

Un circolo vizioso che potrebbe essere spezzato dalle scelte dei giovani: «I problemi della Bosnia hanno radici antiche, le divisioni sono nella testa delle persone e la mente degli adulti è difficile da cambiare». Per questo Haračić augura ai suoi studenti di partire, «assimilare i principi europei» e formarsi fuori dalla Bosnia. «Non posso pretendere che rimpatrino, il nostro paese non saprebbe valorizzarli. Possono tornare come ospiti, andare nelle scuole ed incoraggiare gli altri ragazzi ad imitarli. Più di ogni altra cosa, però, possono contribuire alla crescita del nostro paese inviando le rimesse, avanzando in imprese straniere delle quali possono dirigere gli investimenti, facendosi portavoce delle nostre necessità e del nostro potenziale».

Ad intralciare lo sviluppo del paese concorre, inoltre, la criminalità organizzata. A marzo, il Ministero degli Affari Esteri Italiani segnalava il traffico d’armi come uno dei problemi principali in Bosnia: «La questione è mondiale, il nostro problema è che siamo un paese di transito. Negli ultimi mesi abbiamo aumentato i controlli e migliorato i servizi doganali, la stessa comunità internazionale si è congratulata. Droga, clandestinità e prostituzione sono decisamente diminuiti. Stiamo tagliando le catene». L’unificazione della polizia potrebbe sciogliere ulteriormente il giogo. L’Ambasciatore assicura che «il governo, sotto mandato tecnico, continua a lavorare anche dopo le dimissioni del Presidente del Consiglio. Siamo vicini ai criteri europei».

La missione di pace rimane, ciò nonostante, uno strumento indispensabile per lo sviluppo del paese: «Dobbiamo approfittare della sua presenza per attuare le riforme costituzionali. Dayton non risponde più alle nostre esigenze, ma per il suo cambiamento occorre l’accordo di tutti i popoli costituzionali della Bosnia-Erzegovina». Saranno gli istituti internazionali a proteggere la Bosnia-Erzegovina dalle ripercussioni interne di una dichiarazione unilaterale d’indipendenza da parte del Kosovo la quale «il mio paese, come l’Italia, non appoggia. Una soluzione concordata insieme dalla parti sarebbe invece ottimale e so che si stanno impegnando per ottenerla. Tutto ciò che Belgrado e Pristina decidono tra loro è benvenuto».

Quando gli chiedo come giudica l’operato di Lajcak (OHR) risponde che non è suo compito. C’è poco da discutere, il futuro della Bosnia-Erzegovina prescinde dagli slogan dei singoli: «Rappresento l’unità del mio paese. Non ho il diritto e non voglio fare nomi».
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