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giovedì 24 settembre 2020

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Distinti saluti

Le dichiarazioni pro-25 aprile di Fini e Alemanno stupiscono: la nostra classe dirigente li aveva per parte sua già sdoganati senza nulla pretendere in cambio

05.06.2008 - Dario Pasquini



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Personalmente, l’immagine di decine di saluti romani al Campidoglio che acclamano il nuovo sindaco, oltre che fare una certa impressione, mi suscita alcuni interrogativi sia di natura etico-politica che di tipo “scientifico”. Come cittadino, mi sento umiliato. Più che con i rappresentanti del post-fascismo e i loro “supporter” (che seguono le loro inclinazioni) o con la “gente” che ha votato Pdl (bisogna farsi ben entrare in testa che per moltissimi la politica non è il centro del mondo e che quindi votano con poco interesse o in vista di obbiettivi pratici o vagamente ideali) ce l’ho con la classe dirigente del Paese, la cui scarsa responsabilità e la fame di vantaggi ha fatto sì che una “cultura politica” di questo tipo non trovasse adeguata riprovazione. Lo so, è una brutta parola “classe dirigente”. Non si sa bene cosa si intenda. Eppure se pensiamo alla disinvoltura con cui i rappresentanti del partito erede del fascismo sono stati già da tempo “sdoganati” da politici, giornalisti, intellettuali, industriali, poteri dello Stato, la notizia su Alemanno appena eletto che rifiuta “tutti i totalitarismi”, fascismo incluso o su Fini appena eletto presidente della Camera che onora “il 25 aprile”, fa un certo effetto. Stupisce quasi, perché sembrano espressioni “generose”, nel senso di non richieste, che potevano essere anche risparmiarsi. Non perché non fossero doverose dal punto di vista etico-politico. Anzi. Ma semplicemente perché nessuno li avrebbe obbligati a dire cose del genere. Io non so se queste frasi siano state dettate da considerazioni di convenienza politica. O se invece siano il frutto di un sincero percorso di revisione delle proprie idee. Non è assurdo: gli uomini cambiano, soprattutto se vedono aprirsi orizzonti insperati. So però che una classe dirigente responsabile non avrebbe dovuto, non dico scommettere, ma neanche legittimare chi non aveva fatto a tempo debito necessaria chiarezza con il proprio passato. E, a parte le rispettive e diverse responsabilità storiche nella storia d’Italia (An erede dell’Msi, a sua volta erede del partito fascista al potere in un regime dittatoriale; i Ds eredi di un partito antisistema, il Pci, che non andò praticamente mai al governo), An non ha mai seriamente fatto i conti col passato, mentre gli ormai ex Ds sì. Certo, non si può dimenticare la storia del Paese, dove l’antifascismo in senso stretto è sempre stato una minoranza rispetto all’ a-fascismo di chi non lo riteneva più un’opzione valida o semplicemente se ne infischiava. Detto questo, però non ci si può chiudere nel determinismo dell’ “era già tutto scritto”. Da una parte ci sono le ragioni strutturali, ma dall’altra ci sono persone in carne e ossa che dovevano porre questioni, fare domande precise alla destra erede del fascismo e non le hanno fatte (principali responsabili, secondo me, l’informazione TV e un grande giornale come il Corriere della Sera). E’ inutile pensare che se la ricerca storica fa progressi, questi automaticamente vengono recepiti dalla società: i libri li legge solo una minuscola élite di specialisti. Chi come me lavora nel campo della ricerca storica sul fascismo, se vuole direttamente influire sulla politica attraverso il proprio lavoro è meglio che lasci perdere. Primo perché farebbe un cattivo servizio alla conoscenza scientifica, che deve essere l’unico scopo. E secondo perché solo attori come la politica stessa, la società, il giornalismo, la famiglia e la scuola possono “formare” interpretazioni del passato diffuse a livello di massa.

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