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sabato 08 agosto 2020

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Università: perché manifestare. Proposte da uno studente in mobilitazione

Il movimento studentesco ha avuto il grande merito di portare agli occhi dell’attenzione pubblica il tema dei tagli all’università. Ma ancora non basta: oltre la protesta, occorre metterci le proposte. Otto brevi riflessioni per chiarire e spiegare.

02.11.2008 - Stefano Tretta



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foto di Indra Galbo www.flickr.com/photos/indrasensi/2968564929
foto di Indra Galbo www.flickr.com/photos/indrasensi/2968564929

Primo: questa non è una riforma.

I tagli li ha decisi Tremonti. La Gelmini, muta e ubbidiente, ha eseguito.

Ma non ha riformato, ha solo tagliato. Tre articoletti inseriti in una legge finanziaria: in poche righe si uccide l'università pubblica.

Secondo: una riforma serve.

Spesso si etichetta il movimento studentesco come amico dei conservatorismi e ostile all'idea di cambiamento nell'università. E' falso. Noi una riforma la vogliamo, anzi la pretendiamo. Ci sono tanti sprechi, tante cose che non vanno, tante migliorie da apportare. A noi quest'università non piace così com'è. E vogliamo essere soggetti attivi nel cambiarla.

Terzo: il merito dei provvedimenti di taglio.

Detto che questa non è una riforma, il decreto n.133 sancisce la ridefinizione del turnover dei docenti, portandolo al 20% (per cinque professori che escono, ne verrà assunto uno); il taglio consistente al FFO (finanziamento di fondo ordinario agli atenei), partendo dai 63,5 milioni di taglio per il 2009 fino ai 455 milioni di euro previsti per il 2013. Infine: la facoltà di trasformazione delle università pubbliche in fondazioni in diritto privato.

Quarto: a cosa portano i tagli?

Invecchiamento della classe docente, stop alle assunzioni dei ricercatori, università di serie A, B e C a seconda del capitale privato investito, innalzamento delle tasse, serio colpo al diritto allo studio (mense, biblioteche, borse di collaborazione per studenti, edilizia, etc...).

Quinto: e il merito? E i baroni?

Questa è una delle imprecisioni più grandi: ci accusando di difendere i baroni. Falso. Noi chiediamo trasparenza nei concorsi e meritocrazia. Ma nel decreto non c'è nulla di tutto questo. Si taglia senza un criterio, senza una logica: non c'è nulla che incentivi il merito, non c'è nulla che falcidi i baroni. E' il governo a difenderli, non noi. Il resto è propaganda.

Sesto: il metodo e il (non) dialogo

Com'è passato questo decreto? A luglio, senza discussione parlamentare, senza confronto con i rettori, con i docenti, con gli studenti. Inserendo tre articoli di soppiatto in una legge di spesa. Non mi sembra un gran modo di affrontare il tema dell'università. Ora la Gelmini vuole presentare le linee della "vera" riforma. Aspettiamo.

Settimo: uno schieramento trasversale e il segno della mobilitazione

Non solo studenti. I professori non sono la nostra controparte. Inoltre, a protestare, spesso, sono "i primi della classe", non i fuoricorso. Ulteriore segno che sono veramente tagli che rubano il futuro. Le mobilitazioni sono ampie, plurali, civili, democratiche, partecipate, senza cappelli partitici. E sono politiche, nel senso che la politica universitaria la vogliamo fare noi, e per noi intendo quella massa di studenti, docenti, ricercatori e personale TAB che spontaneamente si raccoglie nelle assemblee e discute: facendo politica, appunto.

Ottavo: proposte concrete

Già sono state raccolte tante idee e progetti. Esempi concreti: basta con gli investimenti a pioggia, razionalizzare gli atenei, abolire alcune sedi distaccate, premiare le strutture virtuose, investire di più in ricerca, ma secondo criteri di merito e valutazione (ripristino del CIVR del precedente governo), rendere meno precaria la figura del ricercatore, pretendere trasparenza nei concorsi, rinforzare il diritto allo studio. E potrei continuare per lungo tempo.

Mi pare evidente che una riforma serve. E noi la vogliamo. Ma questi tagli, così, come sono, uccidono il futuro dell'università pubblica e della parte più debole, studenti e ricercatori. Per questo è giusto manifestare. Per questo si deve anche proporre.

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