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sabato 18 gennaio 2020

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Le Europee alle porte e la sconfitta annunciata

Il neo-segretario del Pd sposa il progetto di una nuova alleanza europea di centro-sinistra, distinta dal Partito dei Socialisti Europei ma che metta insieme tutti i «riformisti», socialisti inclusi

23.02.2009 - Lorenzo Biondi



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A Bruxelles ormai non ci capiscono più niente: le simulazioni sul voto per le prossime elezioni europee sono ormai complete, ma l'Italia rimane una macchia nera. «Abbiamo quasi finito, - mi dice uno degli esperti che se ne sta occupando - circa 200 seggi ai socialisti e 260-70 al Partito Popolare Europeo. L'Italia però ci sta creando un sacco di problemi.» Già prima non si capiva in quale dei gruppi dell'Europarlamento si sarebbero seduti i cattolici del Partito Democratico. Ora poi, con le dimissioni e la nuova segreteria, i vecchi sondaggi sono praticamente carta straccia.

Le elezioni europee, queste sconosciute. Se ne parla poco, ma a quanto pare i leader del PD ci hanno pensato eccome. Sabato scorso, prima dell'Assemblea, si diceva: «La base del partito vuole le primarie». Poi l'Assemblea comincia, e tutti sono d'accordo per non fare le primarie, ed eleggere Dario Franceschini con un (quasi) plebiscito. Ma c'è poco da sorprendersi: il punto è che tutti si aspettano un'altra disfatta alle europee del 6 e 7 giugno. E quale leader vorrebbe vincere le primarie ora, per poi sentirsi dire tra due mesi di aver guidato il partito all'ennesima sconfitta elettorale? Se le primarie si fossero fatte adesso, vincerle sarebbe stata una sciagura.

Meglio Franceschini, allora. Che in fondo non ha niente da perdere, visto che comunque - in quanto vice di Veltroni - ormai le sue chances se le è già giocate. Ma l'ex democristiano, cresciuto alla scuola di Zaccagnini, non ha alcuna intenzione di essere un segretario-fantoccio. E anche guardando all'Europa, lo ha chiarito da subito con una presa di posizione netta. «Non entreremo nel Pse, ma non potremo mai stare in un luogo in cui non siano insieme a noi i socialisti europei.» Il neo-segretario sposa il progetto di una nuova alleanza europea di centro-sinistra, distinta dal Partito dei Socialisti Europei ma che metta insieme tutti i «riformisti», socialisti inclusi. Un po' come aveva detto Francesco Rutelli qualche tempo fa: «Caro Walter, mai nel PSE.» In barba a tutti quelli - Piero Fassino in primis - che spingevano per una piena adesione del PD al gruppo socialista.

Peccato che, nel Parlamento Europeo tutt'ora in carica, una parte dei deputati del PD (la maggior parte, gli ex-diessini) già sieda nel gruppo socialista. E peccato che l'ipotesi di un'alleanza tra socialisti e liberal-democratici (il gruppo di cui fanno parte gli ex-margheritini) sia lontana anni-luce, visto che dello stesso gruppo «lib-dem» sono membri-partiti - come quello liberale danese - che partecipano al momento a coalizioni di centro-destra.

Tutta questa confusione, forse, può aiutare a spiegare perché la campagna elettorale per queste europee non sia ancora iniziata. Fatto sta che, a quanto pare, nessun leader dei democratici (Franceschini escluso) voleva prendersi la responsabilità di guidare il partito alle prossime elezioni, perché nessun leader pensa che il risultato delle elezioni possa essere positivo. Visti i precedenti, si fa fatica a dargli torto. Ma se persino i grandi del PD si aspettano una catastrofe dalle prossime elezioni, come si può immaginare che il risultato possa essere positivo? E con che spirito guidare la campagna elettorale?

Il voto di giugno è una delle tante sfide che aspettano il nuovo segretario. Dal punto di vista di Franceschini, un risultato dignitoso in Europa non sarebbe importante solo per il partito, ma soprattutto per la sua sopravvivenze politica. Una sconfitta onorevole (più vicina al 33% delle ultime politiche che al disastroso 25% della Sardegna) gli consentirebbe di partire da una posizione più solida al Congresso di ottobre. Sarebbe una sorpresa. Sembra che nessuno ci creda.

 

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