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lunedì 21 settembre 2020

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Partito Democratico: la partita inizia ora

Superato lo choc per l'addio di Veltroni, il PD ha congelato l'analisi della crisi interna per qualche mese e ha proceduto alla votazione del nuovo leader. Ora parte la costruzione vera del partito.

23.02.2009 - Stefano Tretta



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Non è una questione partitica, questa degli assetti interni del PD. Ha valore nazionale, poiché interessa il modo e le pratiche di opposizione al governo Berlusconi e la strategia di riscossa e di radicamento di un partito che ha raccolto, appena nato, il consenso di 12 milioni di italiani. Si riparte dal quel 33%, insomma.

Ma, da un risultato tutt'altro che disprezzabile, pur nella sconfitta netta delle elezioni politiche di aprile, si è arrivati a una crisi seria, che addirittura mette a rischio il futuro del partito. Perché? Cos'è successo? Qual è la chiave per uscirne?

L'addio di Walter

Il problema del PD non sono le correnti. O perlomeno, non solo, ma si limitano ad aggravare il quadro, non essendo movimenti valoriali ma cordate di potere. E' certo che un grado maggiore di solidarietà interna e di senso di squadra aiuterebbe.

Ma i problemi del PD sono l'indeterminatezza del profilo e la poca organizzazione interna.

Per il primo ci vuole un Congresso. E ci tornerò.

Per il secondo, quello che è mancata, finora, è stata l'implementazione dell'idea di PD: non si è capito, nella pratica, come dovesse strutturarsi il partito. L'equivoco iniziale sul partito leggero, più dei blog che delle sezioni, più dei forum che delle tessere, ha portato Veltroni a scivolare su un pericoloso pendio, quello dell'eccessiva americanizzazione del partito, non solo nella comunicazione e mediatizzazione, ma anche nella forma-partito. L'ex segretario ha poi compreso l'errore, lo ha metabolizzato, ma ha cambiato strada con difficoltà: ma l'errore va a braccetto con il peccato originale, ossia la sua elezione a leader. La sua candidatura dell'ottobre del 2007, nata da un unanimismo (di facciata) fra gli oligarchi dei due partiti di provenienza - e quindi, Fassino, Rutelli, Marini, D'Alema, Fioroni -, legittimata dalla partecipazione strabiliante del "popolo delle primarie", aveva forse illuso Veltroni di poter schivare l'organizzazione radicata del partito, quindi il conto sulle tessere, la strutturazione del partito sul territorio, la cura della militanza: proprio per evitare, quindi, i ricatti dei capicorrente, Veltroni voleva far da sé. E farsi un partito leggero.

Ma l'Italia non è l'America. Fu chiaro rapidamente che un partito di centro-sinistra, riformista, democratico, non poteva non essere un partito popolare e di massa, radicato e strutturato. E, di qui, il cambio di rotta: da partito leggero a partito pesante. Senza spiegare, però, che l'attività dei forum tematici, le primarie, la consultazione dei non-iscritti, poteva andare a braccetto con il ruolo dei tesserati, la burocratizzazione della forma-partito, il contatto con il territorio. Imbrigliato quindi dalle richieste dei "big" e dalla volontà suicida della ricerca spasmodica dell'unanimismo, Veltroni ha alzato le mani in segno di scusa, e ha dichiarato: "Ho fallito", lasciando un partito nel potenziale caos e facendo partire la caccia al successore.

Ma il suo gesto nobile e dignitoso non può non lasciare spazio a una considerazione: non è il fallimento di un uomo, ma di un intero gruppo dirigente, anzi, di più, di un'intera classe generazionale. E le dimissioni di Veltroni, peraltro fautore e tenace propugnatore dell'idea di Partito Democratico, della sua necessità, dell'esigenza di costruirlo, non vanno lette come un fallimento del progetto. Perché, e Veltroni l'ha detto chiaro, non è il progetto a cadere, ma è lui ad aver sbagliato.

Franceschini, il nuovo che avanza?

Eccoci dunque all'Assemblea Nazionale del 21 febbraio: convocata in fretta e furia in tre giorni, ha raccolto 1300 delegati da tutta Italia (nemmeno il 50% dell'intera platea congressuale eletta a ottobre 2007). All'ordine del giorno, il comma 2 dell'articolo 3 dello Statuto: come cavarsi d'impaccio in seguito alle dimissioni del segretario? Tre le soluzioni: l'Assemblea elegge un Segretario al suo interno con voto congressuale; si scioglie l'Assemblea, si convoca un Congresso (Convenzione Nazionale) e si va a primarie; si modifica lo Statuto e si va a primarie subito.

Ha vinto la strada dell'autoconservazione: l'istinto di sopravvivenza dell'attuale gruppo dirigente ha fatto sì che il Coordinamento nazionale presentasse alla platea la proposta di eleggere Dario Franceschini, vice di Veltroni, cattolico popolare, come nuovo Segretario, all'interno dell'assise congressuale. Ora, l'arricciamento è evidente: per un segretario che se ne va, in un momento di crisi, cosa fa un partito che vuole risollevarsi? Elegge il vice, che ammette gli errori del predecessore (assumendoli come suoi), perdipiù all'interno di mille delegati, senza un passaggio di legittimazione della base. La scelta si giustifica così: tempo per un Congresso non c'era, a giugno si vota per amministrative ed europee. Franceschini è bravo, ascolta tutti ma decide per sé, ha il mandato fino a ottobre quando si ridiscuterà del progetto davanti a un Congresso politico-programmatico.

Vero è che le primarie in solitario, senza momento di dibattito politico, sarebbero state soltanto un giro di partecipazione della base, ma forse si è fatta una scelta troppo di breve respiro. Considerando anche che, non a caso, tutti i big si sono schierati con Franceschini, persino chi, come Bersani, aveva già dichiarato la sua candidatura, o Letta, Rutelli e la Bindi, sempre critici sulla gestione Veltroni: eleggere un capro espiatorio sul quale riversare l'eventuale sconfitta? Non bruciare la propria candidatura? Prendere tempo? Non si sa, in ogni caso, il metodo della scelta può apparire debole all'esterno e all'interno.

In ogni caso, Franceschini ha fatto un discorso forte, "di sinistra", laico e riformista, prendendo posizioni serie su testamento biologico, collocazione europea, alleanze e organizzazione del partito. Insomma, la volontà di dare un'impronta c'è. Ma i nodi restano: qual è la linea del partito? Su quali temi vuole parlare? Chi vuole rappresentare? Quale forma-partito? Come vuole scegliere la propria classe dirigente? Si avverte il tema del ricambio generazionale e si pone un principio di autocritica sugli errori fatti? Qual è il rapporto con i "vicini di casa", vecchi e nuovi,e quali alleanze quindi vorrà fare?

Ma il punto rimane sempre uno: la validità del progetto.

E' palese che emergano due strade.

La prima: l'unità dei riformisti. Il PD serve, ha senso, deve lavorare per essere fortemente maggioritario nella sua coalizione, crede nel bipolarismo con due partiti forti, cerca di unire e non di dividere identità precedenti e mira a costruire una cultura politica nuova, sinceramente democratica. Le alleanze si fanno solo sul proprio programma e mai in contrapposizione all'avversario. Il leader è importante e meglio sarebbe se fosse un nome nuovo, magari un giovane Segretario Regionale o Amministratore locale.

La seconda: il pragmatismo di una nuova strategia. Il PD, così com'è stato congegnato, non ha futuro, non ha potenziale elettorale di vittoria per essere maggioritario, deve rimettere al centro del suo agire un'identità forte, social-democratica, così da costruirsi un bacino solido del 20%, lavorando per un'alleanza con un centro rinnovato e più ampio (a cui affuirebbero anche alcuni dei leader democratici attuali) e una sinistra non antagonista. Alleanze quindi per vincere e governare, con priorità di punti, ma non con un programma di lavoro condiviso su tutto.

E su questo, proprio qui, sul nodo principale, serve un Congresso. Sarebbe stato meglio farlo ora, si farà a ottobre.

Per Franceschini, intanto, un lavoro duro: puntare su iniziativa politica, tesseramento e ricambio di direzione politica. Con la speranza che l'oligarchia non gli tolga la sedia dalla poltrona su cui l'ha messo, tornando a fare polemiche incrociate e liti sugli strapuntini. Stavolta, nemmeno è l'ultima chiamata: o si cambia registro, o si muore.

 

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