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sabato 08 agosto 2020

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Il palazzinaro di Stato consente la licenza d’abuso

Verrà proposto ad alcune Regioni un presunto piano per l’edilizia che costituirebbe l’ossatura di una riforma da discutere nelle prossime riunioni dei Ministri

16.03.2009 - Daniele Maurizi



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Tra le pieghe dei provvedimenti per far risorgere l'economia dalle ceneri della crisi finanziaria si possono trovare soluzioni che a prima vista potrebbero sembrare auspicabili, ma che ad un'analisi lievemente più ragionata mostrano i loro punti deboli e gli enormi costi che comportano, non necessariamente economici.

Lo sblocco, da parte del Cipe (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica), delle risorse del cosiddetto FAS (Fondo per le Aree Sottoutilizzate) ha consentito di inserire all'interno dell'elencazione delle destinazioni delle quote spettanti al settore delle Infrastrutture provvedimenti che utilizzano solo in parte quei fondi ma che hanno bisogno di molta pubblicità per ottenere il loro effetto. L'esempio è fornito dalla presentazione di un fumoso piano per l'edilizia che prevederebbe la destinazione di un'inezia (appena 550 milioni di euro) per la costruzione di case da dare in affitto a giovani coppie, anziani, studenti e così via. Se si considera che questa è grossomodo la somma che ha stanziato lo scorso anno la Regione Lazio (per il triennio successivo) per l'edilizia agevolata e sovvenzionata, si può comprendere l'esiguità delle dimensioni e della reale efficacia del provvedimento quando si spalmano le stesse risorse su tutto il territorio nazionale.

Il provvedimento più consistente, che nulla ha a che vedere con l'utilizzo delle risorse del FAS e che rende assolutamente risibile il piano di edilizia sociale (diventando di mero accompagnamento), è palesato nel disegno di legge presentato alle amministrazione regionali del Veneto e della Sardegna riguardante il sostegno del settore edilizio e, marginalmente, per promuovere l'utilizzo delle fonti di energia alternative e rinnovabili.

È previsto che i Comuni possono autorizzare, in deroga alle previsioni dei regolamenti e degli strumenti urbanistici locali, l'ampliamento degli edifici esistenti ad uso residenziale o associati entro determinati limiti volumetrici. Il secondo provvedimento coinvolge proprio le Regioni, le quali sarebbero chiamate a promuovere la sostituzione e il rinnovamento degli edifici realizzati più di vent'anni fa (non gravati da forme di tutela del patrimonio architettonico o artistico) tramite incentivo alla loro demolizione e ricostruzione concedendo anche un ampliamento della cubatura preesistente entro una determinata percentuale. Il vantaggio sarebbe quello dell'adeguamento ad alcuni standard qualitativi, architettonici, energetici e tecnologici (dei quali non sono specificate le fonti). Sono previsti anche degli incentivi fiscali che riguardano riduzioni sui "contributi di costruzione".

Il disegno è ancora al varo in seno al Consiglio dei Ministri, ma queste (molto in breve) sono le principali linee guida. È necessario fare un po' di chiarezza, con i dati per ora a disposizione. Innanzitutto, è evidente che la politica sociale non è una priorità del Governo. Si rivelano del tutto insufficienti le misure adottate per l'edilizia popolare, per la quale manca un vero piano strutturale. Pochi interventi a pioggia, i cui criteri di attuazione sono tutti da stabilire, non porranno fine alla domanda di circa tre milioni di persone che hanno bisogno di un alloggio e non vi possono accedere. Detto questo, cioè esclusi i cittadini "bisognosi" come destinatari dei provvedimenti relativi alla casa, chi è veramente interessato al provvedimento è chi l'abitazione già la possiede. Solo i proprietari di immobili potranno usufruire della possibilità di allargamento delle proprie abitazioni aggiungendo una o due stanze in più. E potrebbero essere tante le persone potenzialmente interessate, se pensiamo che circa il 65% della popolazione italiana vive fuori delle città, dove spesso si vive in case non inserite all'interno di condomini.

Ad avvantaggiarsene saranno anche le società di costruzione di ogni dimensione, le quali potrebbero operare all'interno di un contesto sgravato da vincoli burocratici, essendo prevista l'abolizione del permesso di costruire, sostituito da una certificazione di conformità rilasciata da esperti (privati).

Il rilancio dell'economia passerebbe per un aumento di spesa da parte dei cittadini e non attraverso la via degli investimenti strutturali, questa è la politica del Governo. Ancora una volta si torna al mattone, con un disegno di legge che non è neanche l'anticamera di un serio piano di urbanizzazione nuovo, moderno, che sia utile per i cittadini e che possa essere ecocompatibile. Dopo i condoni edilizi del 1994 e del 2003 è stata proposta questa deregulation strutturale che sostanzialmente sancisce l'abolizione di un sistema di controlli pubblico e lascia all'autonomia dei privati un'autoregolazione che prepara al disordine. Questo laissez faire che non ha nulla di liberale è la sconfitta dello Stato di fronte al suo territorio.

 

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