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giovedì 01 ottobre 2020

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PD e PDL tanto fumo…

Sembrerebbe che il tanto agognato bipartitismo stia divenendo realtà, ma all’orizzonte dei due principali partiti italiani vediamo programmi assolutamente vacui e fumosi

06.04.2009 - Carlo Guglielmo Vitale



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Come ho già avuto modo di dire in precedenza, l'unione dei vari partiti non e' stata accompagnata da una vera fusione dei contenuti, ci ritroviamo così con uno pseudo - bipartitismo. Se analizziamo il  panorama programmatico dei partiti, soprattutto nei momenti antecedenti le elezioni (2008 e ora con le europee) vediamo una nebbia intorno a PD e PDL: questo avviene volutamente, infatti il tipo di fusione avvenuta non permette di esplicitare i contenuti di un'eventuale azione di governo, perché ogni partito e' in realtà una coalizione, cambiano i nomi ma la sostanza e' la stessa. Dopo la vittoria si contano le forze interne, si misura la potenza di ogni corrente e si cerca qualche compromesso; e' facile fare un'accozzaglia e costruire un partito dal semplice accostamento di partiti già esistenti, niente di più che coalizioni mascherate!

Il PD trova l'apice di questa unione forzata nello stridore tra radicali, cattolici (se vogliamo chiamare così i rutelliani) e post-comunisti: infatti il PD non sceglie con passo deciso la sua posizione sui temi etici. Il PDL non e' messo molto meglio però si salva grazie alla forza unificante del suo leader indiscusso (e indiscutibile, d'altronde chi potrebbe coagulare tutti come Berlusconi?). Già Forza Italia raccoglieva idee e posizioni differenti, dalle richieste federaliste e liberiste del Nord a quelle del Sud, più centraliste e assistenzialiste. L'esatto collante di FI trattiene nel PDL forze centrifughe che altrimenti si sparpaglierebbero sul tavolo del panorama politico.

Come meravigliarsi dell'impalpabilità' dei programmi? Se Berlusconi, che avrebbe il carisma e la forza sufficienti, scegliesse obiettivi e posizioni ben precisi, perderebbe quella parte dell'elettorato che risultasse scontento. Il primo leader del PD, Veltroni, non aveva possibilità di questo tipo, avrebbe spezzato il partito nei precedenti DS e Margherita vanificando l'unificazione. L'attuale Franceschini sa bene di dover continuare, almeno in parte, la "tradizione" veltroniana poiché rimarrà in carica (o meglio in sostituzione) fino al congresso del partito, dunque non può fare azzardi, tantomeno durante questa campagna elettorale.

Vediamo poi come nei momenti elettorali i programmi sembrano molto concreti, interessanti ma pian piano si nebulizzano. Ecco che durante la campagna del 2006 Prodi aveva il suo cavallo di battaglia nella serietà per la soluzione di una crisi già in atto nel nostro Paese, ma poi, anche a causa del crollo del governo, la promessa e' stata disattesa. Nel 2008 Berlusconi prometteva la sicurezza, in realtà il decreto sicurezza e' stato lo scudo per nascondere i tagli sulla sicurezza. L'abolizione delle province tanto decantata e' finita nella pattumiera.

Come facciamo ad avere fiducia di fronte a tutto ciò, che rappresenta una minima parte dei fatti (come dimenticare il tentativo di abbassare i prezzi, già ridicoli, della mensa del senato?).

Esistono tante spiegazioni sociologiche ed economiche sul vero funzionamento della politica. La visione di Nordhaus e' interessante: ritiene che l'obiettivo primario dei politici e' rimanere in carica (chi può negarlo?) e che abbiano delle proprie preferenze; l'elettore in questa teoria e' miope e immemore, cioè non guarda oltre il breve periodo e si dimentica ben presto dei  fatti avvenuti. In parte e' condivisibile, certo e' difficile poter fare dei cambiamenti se tutta la classe politica e' omogenea, nel senso che mira al potere e fa di tutto per perpetuarlo. L'obiettivo non e', e non sarà mai ahimè, il bene pubblico, se non in casi eccezionali. E Nordhaus crede che i politici siano in parte schiavi degli elettori: se l'elettore e' miope e spesso  il bene pubblico non viene percepito come tale il rischio per il politico di perdere il posto e' alto. Quale politico si "suiciderebbe" per il Bene pubblico? Dobbiamo forse ritenere che questo tipo di democrazia non funzioni? Ma come si potrebbe modificare e con cosa? Non certo con una deriva autoritaria, come si potrebbe essere forse tentati. La via delle riforme condivise potrebbe aiutare per un vero rinnovamento del sistema.

 

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