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La Francia è oggi più vicina agli Stati Uniti?

05.08.2007 - Giuseppe Agostinacchio



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In Francia qualcuno ha supposto che una squadra Sarkozy-Kouchner, se fosse stata al potere nel 2003, avrebbe condiviso l'invasione americana in Iraq.

Oggi una cosa è certa: Sarkozy critica l'impiego eccessivo della forza armata fatto dagli Usa, deplora le conseguenze dell'intervento in Iraq, esprime le sue riserve sulle priorità militari degli americani in Afghanistan e prende anche in considerazione l'idea di rimpiazzare le basi militari francesi in Africa, la cui presenza è sempre meno compresa dalle nuove generazioni africane, con forze dell'Unione africana.

Ma questa distanza in rapporto al dramma attuale dell'Iraq non conduce a una critica in tutti i sensi della politica dell'amministrazione americana. Allontanandosi da quello che egli considera come un punto di schadenfreude anti-americano emerso durante gli ultimi mesi dell'amministrazione Chirac, egli constata che nessuno può rallegrarsi nel vedere gli Stati Uniti impantanati in Iraq. Scommettere su un indebolimento degli Stati Uniti è, ad avviso di Sarkozy, una politica poco lungimirante e contraria all'interesse della Francia e dell'Europa.

All'epoca della sua visita negli Stati Uniti nel settembre del 2006, il candidato Sarkozy è stato accusato dai media francesi - e anche dall'opposizione socialista - di essere un ammiratore incondizionato del presidente Bush. Questo per due ragioni: innanzitutto perché Bush ha accettato di riceverlo alla Casa Bianca (fatto decisamente raro per un semplice candidato di un paese estero, e privilegio che non è stato accordato a Royal, che ha persino dovuto annullare la sua visita negli Stati Uniti, nella primavera del 2007, per la mancanza di interlocutori di alto livello) e poi, perché Sarkozy, in un discorso alla Fondazione Francia-America, è sembrato criticare la politica irachena di Chirac.

In seguito, tuttavia, Sarkozy, ha sfidato i giornalisti a trovare un testo o una registrazione in cui avrebbe sostenuto la politica estera di Bush in Iraq (tant'è che in piena campagna elettorale, egli è arrivato al punto di redigere un articolo di denuncia sull'esecuzione di Saddam Hussein). Manifestare l'amicizia tra il popolo francese e il popolo americano, ai suoi occhi, sembra essere un assioma perfettamente gollista (nel suo libro uscito durante la campagna elettorale egli cita il generale de Gaulle al tempo della sua visita negli Stati Uniti nel 1960: "Americani, sappiatelo! Nulla conta di più per la Francia che la ragione, la risoluzione, l'amicizia del grande popolo degli Stati Uniti. Sono venuto a dirvelo"). Al tempo del discorso della vittoria, la sera del secondo turno delle elezioni presidenziali, egli ha voluto tendere la mano "ai nostri amici americani per dire loro che la Francia sarà sempre al loro fianco quando avranno bisogno di essa" , ma contemporaneamente concludeva questo discorso sottolineando che "l'amicizia è accettare che gli amici la possano pensare in maniera diversa". Allo stesso tempo però, è verosimile che il nuovo presidente si concentri sulla politica europea piuttosto che sui rapporti problematici tra l'Ue e gli USA di Bush.

Una cosa è chiara: sta evitando, al contrario del suo predecessore Chirac, di spargere i semi della discordia tra i membri dell'Ue sulla politica americana.

 

 

 

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