Strict Standards: Only variables should be passed by reference in /web/htdocs/www.mpnews.it/home/archivio/config/routing.php on line 4
MP News | Archivio
collabora redazione chi siamo


giovedì 24 settembre 2020

  • MP News
  • Attualità
  • Politica

La strada in Europa è più difficile del previsto: Sarkozy riuscirà a salvare il Trattato?

17.06.2007 - Giuseppe Agostinacchio



PD e PDL tanto fumo…

Sembrerebbe che il tanto agognato bipartitismo stia divenendo realtà, ma all’orizzonte dei due principali partiti...
Leggi l'articolo

Il palazzinaro di Stato consente la licenza d’abuso

Verrà proposto ad alcune Regioni un presunto piano per l’edilizia che costituirebbe l’ossatura di una riforma da...
Leggi l'articolo

Le Europee alle porte e la sconfitta annunciata

Il neo-segretario democratico sposa il progetto di una nuova alleanza europea di centro-sinistra, distinta dal Partito...
Leggi l'articolo

 

Sarkozy è conscio che l'inaugurazione della presidenza di turno francese dell'Unione europea segna l'avvio di un periodo cruciale non soltanto per il destino di Bruxelles, ma anche per la sua stessa affermazione politica (sia interna che internazionale). Purtroppo mai come in queste ore, i sei mesi che la Francia si appresta a presiedere rischiano di trasformarsi in un autentico naufragio. Dopo il no irlandese al Trattato di Lisbona, il Titanic europeo non sta certo navigando in buone acque. Le correnti sono diventate così pericolose che tra il boom delle tariffe petrolifere, la crisi alimentare, quella dei subprimes e un carovita alle stelle, buona parte dell'opinione pubblica europea non vede l'ora di abbandonare una nave considerata alla deriva. E come se non bastasse, il presidente polacco Lech Kaczynski sembra non voler ratificare il Trattato di Lisbona, che considera una "Costituzione leggera" dell'Ue e che ha perso totalmente di significato dopo il "no" irlandese. Per scongiurare le conseguenze tragiche di una sciagura annunciata, Sarkozy è ben deciso a riportare l'imbarcazione in terraferma con lo scopo di rimetterla in sesto entro il 1 gennaio 2009. La ricostruzione è prevista in cinque cantieri: Trattato di Lisbona, Ambiente, Agricoltura, Immigrazione e Difesa.
Da Parigi a Londra, da Roma a Berlino, i leader dei 27 Stati membri sanno che la sconfitta incassata il 12 giugno scorso con il "no" irlandese rimanda alle calende greche l'adozione di una Carta europea. Per Nicolas Sarkozy, protagonista assieme alla cancelliera tedesca Angela Merkel del rilancio di un "mini-Trattato" che potesse superare il "no" francese nel referendum del 2005 e le reticenze dei cittadini dell'Unione, il colpo è durissimo. Fu proprio Sarkozy, in un discorso pronunciato a Bruxelles nel settembre 2006, a preconizzare un Trattato che riprendesse le tre riforme istituzionali in grado di suscitare consenso tra gli Stati membri: una presidenza del Consiglio europeo per due anni e mezzo con poteri rafforzati rispetto alla Commissione; la nomina di un super ministro degli Esteri e, soprattutto, un ampliamento delle decisioni da sottoporre alla maggioranza qualificata (e non all'unanimità come previsto dall'attuale Trattato di Nizza). Nel tentativo di metterlo in cassaforte, la coppia Sarkozy-Merkel optò per un'adozione parlamentare del Trattato, sicuri che i deputati e i senatori dei Paesi membri non avrebbero ostacolato il processo riformistico dell'Ue. Ma era senza contare con l'Irlanda, unico paese ad essersi arrogato il diritto di dare il proprio consenso attraverso le urne. Ora che il "no" ha prevalso in modo perentorio (con 53,4% di voti contrari al Trattato di Lisbona), quali sono le opzioni rimaste a disposizione? La prima, definita la "passerella giuridica", propone a Dublino una forma di associazione con gli altri 26 Stati membri. La seconda, sostenuta dalla Francia, offre la possibilità agli irlandesi di votare una seconda volta. Sarkozy è tanto più conscio dei rischi che l'Europa incorre con un altro referendum irlandese, che si è deciso ad affrontare il male alla sua radice: il crollo del potere d'acquisto dei cittadini europei. Tra le idee escogitate all'Eliseo, si pensa alla possibilità di fissare un tetto all'Iva sui prodotti petroliferi per controbilanciare la crescita del prezzo del barile e sul porre un freno alla Banca centrale europea, accusata da Sarkozy di prestare troppa attenzione all'inflazione tralasciando le strategie per rilanciare la crescita.

Per quanto concerne l'ambiente, il boom del barile chiama in causa il dossier più spinoso della presidenza francese: il compromesso sul pacchetto ‘clima/energia' attualmente sotto esame presso la Commissione europea.

Per Sarkozy, si tratta di una sfida fondamentale. Nel marzo 2007, la Commissione europea ha adottato tre misure vincolanti: ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 20% da qui al 2020; consumare 20% in energia rinnovabile e risparmiare il 20% dell'attuale consumo energetico. L'Ue spera di trovare un accordo comune in dicembre 2008 per un'adozione in prima lettura presso il Parlamento europeo entro giugno 2009, ma la partita non si annuncia per niente facile. Sotto tiro sono i paesi dell'Est, i cui consumi sono quasi totalmente vincolati alla produzione di carbone. "La Polonia" ha ricordato Sarkozy, "dipende al 95% dal carbone, la Francia all'85% dall'energia nucleare, una risorsa contro la quale si dichiarano contrari il 95% degli austriaci". Di fronte a tali divergenze, la strada per adottare il pacchetto "clima/energia" presentato dalla Commissione nel gennaio scorso per accelerare l'armonizzazione del sistema delle quote di emissioni di gas carbonico in ambito industriale (attraverso un sistema unico di mise aux enchères delle quote di CO2) si scontra di continuo con le reticenze delle imprese est-europee. Da Varsavia a Bucarest, i governi sono ancora convinti che l'applicazione di un sistema ecologico troppo vincolante mette a rischio la rincorsa economica dei paesi dell'Est sui loro vicini occidentali. Ma la Commissione europea non vede l'ora di poter incassare le decine di miliardi di euro generati dal sistema di mise aux enchères per sostenere la lotta contro il riscaldamento climatico. Per Le Monde, le capitali dell'Europa orientale non hanno molte alternative: "il boom del prezzo del barile di petrolio, attorno ai 140 dollari, rende indispensabile la formulazione di una strategia comune, in particolar modo per produrre energie rinnovabili o creare degli stock strategici".

 

 

BlinkListDiggFacebookFurlGoogleLinkedInLiveMySpaceNetscapeNetvibesNewsVineOk NotiziePliggPliggaloPostanotiziePrintRankaloSegnaloStumbleUponTechnoratiTechnotizieTwitterYahooBuzzdel.icio.usemailfainformazione.it

Commenti

Per poter lasciare un commento devi prima effettuare il login o registrarti al sito.