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giovedì 01 ottobre 2020

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Oltre la riforma della legge elettorale

Tra ingegneria elettorale e sistema dei partiti, alla ricerca di ciò che manca alla politica italiana

19.02.2007 - Pietro Parisella



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Superato lo scoglio della legge finanziaria, altri temi-chiave si impongono nell’agenda politica del governo Prodi. Spesso gettata nel calderone, vuoi come priorità da affrontare, vuoi come reticenza del governo dettata da fragili equilibri di coalizione, la riforma della legge elettorale non ha trovato ancora un autonomo spazio politico di discussione. Su un punto è parsa emergere convergenza: bisognerà prima o poi riformare il porcellum con cui si è votato nell’aprile scorso.
La legge elettorale del precedente governo di centrodestra, quella definita “porcata” dal suo autore, l’ex ministro Calderoli, fu l’ultimo atto di un governo tanto storico quanto contestato: quello del primo quinquennio legislativo portato a termine nella storia della Repubblica, con una coalizione piuttosto solida sempre al governo; ma anche quello del conflitto d’interessi e delle cd leggi ad personam, della riforma della scuola e dell’università, dello scontro sull’articolo 18, dell’impegno in Iraq, della tentata riforma costituzionale. E della la legge elettorale, criticata da molti per alcune ambiguità manifeste, tra le quali spicca il dichiarato intento di garantire “democraticità” attraverso il ritorno alla proporzionale, salvo poi aver previsto liste bloccate (in cui l’elettore non può manifestare la preferenza per un candidato al seggio, il quale è invece predeterminato dal partito). Simili ambiguità coesistono con importanti elementi di stabilizzazione del risultato elettorale: se il governo Prodi si è potuto formare con relativa facilità e restare al vertice nonostante le diatribe intestine e gli scossoni portati dall’opposizione, lo deve anche in parte significativa al premio di maggioranza con cui ha ottenuto, in presenza di uno scarto ridottissimo in sede elettorale, un cospicuo numero di seggi alla Camera. D’altronde, la classe politica italiana doveva garantire al paese una maggioranza di governo, fosse essa di destra o di sinistra, fosse essa più o meno legittimata elettoralmente.
Nell’impianto del porcellum è presente una significativa connotazione in senso bipolare: la previsione delle coalizioni con soglia di sbarramento è tesa ad introdurre un assetto competitivo unificatore all’interno degli opposti schieramenti, in un momento in cui la fase di superamento della frammentazione in direzione di una competizione bipartitica aveva conosciuto un’interruzione. In altre parole, si è voluto affermare in sede elettorale una dinamica che politicamente stentava a prendere forma. Desta perplessità il risultato personalizzante di coalizioni così formatesi, le quali in assenza di grandi partiti fondati su valori e politiche costituenti, si sono ridotte ad essere aggregati elettorali costruiti intorno ad un leader e con programmi ora ambigui, ora indecifrabili.
Parlare di riforma elettorale senza considerare il sistema dei partiti, il tessuto politico vivente, è sterile. Da questo punto di vista, la disponibilità di strati della maggioranza e dell’opposizione a dialogare nel medio periodo per arrivare ad un impianto di riforma elettorale condiviso è un segnale positivo dato dalla classe politica all’elettorato, che oggi più che mai vuole chiarezza, responsabilità, programmi efficaci. Nel pensare una nuova legge elettorale non bisogna poi disconoscere la specificità del fenomeno politico in Italia, bruciando le tappe del bipartitismo, costruendo soggetti senza identità reali e valori politici partecipati dalla società civile. Tentazione, questa, forte nei fan acritici tanto del Partito Democratico, quanto dell’indefinito Partito delle Libertà o Popolare che dir si voglia.
La proporzionale raccoglie ciò che è la politica in Italia, ed i partiti piccoli, di sicuro elementi di frammentazione, troppo spesso stigmatizzati quali unici destabilizzanti, rivestono tutt’ora un ruolo propulsivo notevole: quello di portatori di istanze specifiche spesso ignorate dalla politica dei grandi numeri, affannosamente concentrata nella distribuzione delle cariche e nella composizione dei suoi equilibri interni. A livello giovanile poi è in quelle istanze che ci si immedesima, che si maturano idee, che si vive davvero la politica. È evidente però che un governo deve poter contare su una maggioranza solida e fedele per poter promuovere riforme significative.
Mi viene da pensare che l’unico modo per costruire nuovi grandi soggetti politici, stabili, propulsivi e al passo con i tempi, sia quello di recuperare il valore politico, la politica delle idee libere e sentite, dei programmi efficaci, della dialettica responsabile. In ciò, contemplando l’indole partecipativa della società italiana verso il fenomeno politico, ed infondendo una dose di fiducia ad un paese che stenta ancora a superare la stagnazione degenerativa di troppi anni di politica autoreferenziale e sprecona. Quindi, una politica che riguadagni credibilità, madre accorta e figlia rispettosa della società civile.
Nello stendere una nuova legge elettorale, bisognerebbe tener conto di ciò. Poiché accondiscendendo più alle necessità di ripartizione delle poltrone che ai bisogni del sistema-paese, si finirebbe per riportare la vita istituzionale alla stagnazione politica, espressa da maggioranze funzionali, “create” per così dire attraverso il meccanismo di riparto dei voti in seggi, senza un riscontro effettivo.
In conclusione, pensando una nuova formula elettorale un compito non più trascurabile si impone alle forze politiche: considerare il reale stadio di avanzamento nella costruzione dei nuovi partiti e nell’ammodernamento di quelli esistenti, ed in particolar modo vagliarne l’effettiva solidità tanto delle fondamenta politiche quanto delle basi sociali e culturali di riferimento. Insomma, fare un check-up interno ed esterno. Altrimenti, potrebbe riemergere la propensione ad elevare lo strumento giuridico-istituzionale, la legge elettorale, a determinante principale dell’equilibrio parlamentare, tentando così di supplire alle deficienze di una classe politica ancora troppo rivolta a sé stessa, sconnessa dalla società civile, scarsamente capace di interpretarne le istanze fondamentali e farsene portatrice in aula.
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