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Come chiudere la transizione italiana/3

Bipolarismo mite; referendum elettorale, pro e contro

03.12.2007 - Redazione



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Per un bipolarismo mite - di Stefano Tretta
Il sistema politico è a una svolta. A sinistra, al centro e a destra. La nascita del PD ha iniziato a sparigliare le carte: Berlusconi ha risposto in maniera attiva e muscolare, al solito con il tempismo geniale che lo contraddistingue, mentre la CDL va in pensione e priva il paese di un'alternativa seria a questo governo traballante; alla sinistra del PD, un altro movimento aggregatore, di cui ancora i contenuti e le linee programmatiche sono un mistero.
Per non parlare del centro. E la domanda è: serve un centro? Occorre un ago della bilancia, un perno su cui tutto ruoti? Il fatto è che abbiamo avuto la riprova che questo bipolarismo forzato e coatto non funziona. Ma la risposta, secondo me, non è tornare alla staticità e all'immobilismo della Prima Repubblica, alle coalizioni cucite su misura e decise a tavolino rigorosamente dopo il voto. Serve un bipolarismo mite, rispettoso, che permetta l'alternanza, legittimi l'avversario e permetta di governare. Che doni responsabilità e capacità di decisione.
A questo servirà la legge elettorale. A costruire un modello che permetta di governare con coerenza e omogeneità. Basta con le coalizioni da Mastella a Caruso o dalla Mussolini a Tabacci.
Due partiti forti e catalizzatori del consenso, che si sfidano. Coalizioni decise prime del voto. Legge elettorale senza premio di maggioranza, magari sul modello spagnolo, con l'aggiunta delle preferenze. Ed inoltre, fine del bicameralismo perfetto, un Senato Federale, davvero. Riforma dei Regolamenti Parlamentari, affinchè in Parlamento non si riproducano la molteplicità attuale di gruppi che la nuova riforma elettorale dovrà necessariamente ridurre. Serve volontà politica e, soprattutto, grande senso di responsabilità. Per questo, sono scettico. Ci vediamo al referendum? Sarebbe un dramma.

I vantaggi del referendum - di Paolo Ribichini
Io credo che il referendum sia un dramma non per l’Italia, ma per i piccoli e litigiosi partitini. Certamente il referendum è un rischio per l’attuale governo ma, pur essendo un elettore di centro-sinistra, ritengo che sia più utile sacrificare Prodi pur di divenire un paese governabile. Il referendum genererebbe un sistema bipartitico nel medio periodo che consentirebbe al PD o alla forza che prevarrà nel centro-destra di governare. Il rischio che si costituiscano cartelli elettorali e che dopo eletti i parlamentari, ogni partito costituisca il proprio gruppo parlamentare, potrebbe essere un fenomeno iniziale ma che alla fine porterà inesorabilmente ad una reale fusione di piccole componenti politiche perché non più in grado di misurare la propria credibilità politica attraverso le elezioni.

I danni del referendum - di Stefano Tretta
Non si risponde a porcata con un'altra porcata. Il referendum va bene come minaccia, come stimolo, come pungolo, ma non è la soluzione ideale, nè tantomeno auspicabile.
Leggi così importanti si fanno in Parlamento, non certo abrogando e tagliuzzando alcuni articoli di una orribile legge come quella precedente. Verrebbe fuori un pasticcio ancora peggiore. Due polpettoni giganti, il premio di maggioranza al vincente e la stessa ingovernabile situazione. Sono d'accordo che l'eccessiva frammentazione sia un problema a cui porre rimedio. Ma se non modifichi i regolamenti parlamentari prima del prossimo voto, i due polpettoni di cui prima si decomporranno in tantissime polpettine un minuto dopo il voto, rendendo il sistema assolutamente incontrollabile. Tanto clamore per nulla, anzi peggio.
La soluzione che ritengo migliore è, come detto, arrivare ad una legge elettorale nel contorno di una riforma istituzionale complessiva, che contempli la riforma delle Camere, il Senato federale, la riforma dei regolamenti e un nuovo modo di fare politica. Riconoscersi prima ancora di azzuffarsi. Confrontarsi e dialogare prima ancora di obbligare. E questo non lo ottieni di certo con gli effetti del referendum. Che non danneggerebbe i piccoli partiti, che si riformerebbero prima di subito in aula, ma proprio il paese stesso.

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