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Come chiudere la transizione italiana/4

03.12.2007 - Redazione



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Servono nuovi contenuti - di Pietro Parisella
Si fa un gran parlare di bipolarismo, legge elettorale e quant'altro. In tempi non sospetti ("Oltre la riforma della legge elettorale", in Meltin'Pot on Web 19/02/2007) avevo espresso le mie perplessità in merito all'eccessiva e strumentale attenzione data alla priorità di riforma della legge elettorale, perplessità che può in parte estendersi alle riforme istituzionali, quasi come la riforma del «porcellum» fosse una salvifica redentrice del sistema politico italiano; una cattedrale nel deserto, quando il germe consociativo e partitocratico di una politica senza qualità continua a serpeggiare da Destra a Sinistra.
Parlando quasi un anno fa con Dario Pasquini, dissi qualcosa del tipo: «Una riforma prima di una decisiva presa di contatto dei partiti e delle coalizioni con le loro basi di consenso e con le loro idee fondative è assai meno auspicabile di una riforma concertata tra forze politiche con programmi e basi consensuali aggiornati». Il compimento della transizione avviene se la sostanza cambia; se alcune pratiche da Prima Repubblica sono imperanti, poco cambia nel tessuto e nella qualità della nostra politica.
Quella di Grillo e del suo popolo non è "antipolitica", ma domanda (aggressiva, populistica, inflazionata etc.) di politica migliore. Ciò sempre ricordando che le riforme elettorali e istituzionali sono mezzi, non fini della politica, e quando questa è priva di contenuti (vedi opposizione in sé e per sé, come sostanza politica anziché come forma di lotta politica) ogni transizione e riforma può diventare fine a se stessa.

Riforme istituzionali? Andiamoci piano - di Dario Pasquini
Il centro-sinistra, nonostante le innumerevoli mazzate subite, dimostra sempre molta buona volontà verso Silvio Berlusconi. Si dirà: non ci si può scegliere gli avversari, dialoghiamo con chi abbiamo di fronte. Questo è vero, anche se in alcuni casi (quando ad esempio manca il minimo rispetto reciproco e si usa ogni arma per ferire l'avversario) il muro contro muro può costituire un'opzione più efficace, dato che in politica il comandamento cristiano «porgi l'altra guancia» non paga, almeno nell'immediato.
Non sono contro le consultazioni che Walter Veltroni sta conducendo con i leader dell'opposizione. Vorrei solo far notare che Silvio Berlusconi, dalle estreme difficoltà sulla scena mediatico-politica in cui era piombato dopo l'ammutinamento di Fini e Casini, ha recuperato credibilità, forza e autorevolezza nella sua frantumata coalizione.
Sarebbe stato più saggio, a mio modo di vedere, farlo prima "cuocere" un altro po' nel suo brodo e poi dare meno visibilità possibile all'incontro Pd-Forza Italia (magari facendolo condurre a livelli di "consiglieri del Re", Letta e Bettini), cercando anzi di mostrare più apertura e simpatia verso Fini e Casini. Divide et impera...?
Probabilmente sì, soprattutto se si tiene conto che il centro-sinistra sta imboccando la strada delle riforme ANCHE per senso di responsabilità verso il Paese, mentre Silvio Berlusconi (per Fini e Casini i motivi sono più complicati, ma non tutti disprezzabili) lo fa solo come via di ritorno al potere. Prodi ne è consapevole e per questo mostra freddezza verso le aperture veltroniane.
Per passare dalle stalle delle strategie di breve periodo (dove però si possono decidere i destini del Paese) alle stelle di una prospettiva di transizione italiana finalmente completata, il fenomeno dell'aggregazione a sinistra attorno a valori moderni e democratici con la nascita del Pd mi sembra molto positivo.
Sulla legge elettorale sono d'accordo con Pietro che non cambia le cose, tuttavia qualche passo in più (dal punto di vista della quantità, non proprio su quello della qualità del sistema partitico) può consentirlo. Con le riforme isitituzionali io ci andrei piano, almeno fino a quando la possibilità che il premier con rinnovati poteri, con potere di scioglimento delle Camere ecc. ecc. possa essere S. B.
A quest'ultimo proposito chiudo con un pensiero che può sembrare contraddittorio con il mio articolo sul marxismo, basato com'è (apparentemente) su considerazioni sul possesso dei «mezzi di produzione». La riforma più urgente per il Paese riguarda la normalizzazione del «peso specifico» dei leader che partecipano alla corsa elettorale: non è accettabile che il Cavaliere, grazie al potere che gli deriva dalle sue proprietà, parta a diversi metri più avanti rispetto alla linea di partenza di tutti gli altri «atleti». Non mi illudo che le utlime rivelazioni sulla Rai «concertata» convincano gli scettici di sinistra ammiratori di Ferrara o di qualche altra intelligenza (asservita o meno) che nega i pericoli fondamentali del conflitto d'interesse nel contribuire a indirizzare le opinioni delle persone. Mi limito a ripetere però che una transizione verso una normalità non si potrà raggiungere senza che alcuni «valori» (e qui si va ben oltre i fattori economici) della nostra democrazia, intendo la legalità o l'antifascismo (non è anormale che da Storace si facciano i saluti romani, è anormale che il capo dell'opposizione vada lì entusiasta) siano ritenuti, anche dal centro-sinistra, qualcosa di "negoziabile" in vista di altri raggiungimenti (ad esempio proprio le riforme!).

 

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