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Alla ricerca di una nuova legge elettorale

09.12.2007 - Paolo Ribichini



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Il sistema politico necessita una riforma, a partire dalla legge elettorale. Su questo, concordano (quasi) tutti. Ma quali sono gli obiettivi da raggiungere? E quali rischi occorre evitare? Ne parliamo con Stefano Ceccanti, professore di Diritto Costituzionale Italiano e Comparato all’Università “La Sapienza” di Roma.

Professore, la transizione italiana, generata dalla nascita della cosiddetta “Seconda Repubblica”, avrebbe dovuto concludersi dando vita ad un sistema bipolare, basato sull’alternanza. Perché ancora oggi il Paese ed il sistema politico non riescono a normalizzarsi?
Molte sono le cause. Innanzitutto il modo tumultuoso con il quale si è venuto a creare il bipolarismo, per cui c’è un grado eccessivo di polemica tra le forze politiche. Inoltre, il sistema complessivo degli incentivi: non solo un problema di legge elettorale quanto un sistema di finanziamento pubblico dei partiti che tende a favorire la frammentazione invece di favorire la coesione. Per cui abbiamo avuto una spinta strabica: le leggi elettorali hanno spinto per un lato verso il bipolarismo, dall’altro verso la frammentazione dentro i due poli. Ciò crea un sistema bloccato dai veti dei singoli partiti, che impedisce alla coalizione vincente di governare e decidere. Occorre riformare la cultura politica della classe dirigente ed inserire adeguati strumenti istituzionali che incentivino la coesione.

Cosa pensa del fatto che l’attuale legge assegni il surplus di seggi alla coalizione più votata? Preferisce un premio al singolo partito?

Dipende. Se si ritiene che questo premio di coalizione non sia lo strumento migliore per bipolarizzare, perché rischia di favorire anche la frammentazione, io sono d’accordo a patto che una volta tolto il premio si metta qualcos’altro. Se sostituiamo il premio con uno sbarramento poco selettivo, forse riusciremo in parte a ridurre la frammentazione, ma certamente sparirebbe qualsiasi parvenza di bipolarismo.

Potrebbe essere una valida alternativa all’ empasse la legge elettorale che risulterebbe dal referendum abrogativo che è stato recentemente proposto?
La legge che potrebbe emergere dal referendum è senz’altro migliore di quella attuale perché dà un premio alla lista invece che alla coalizione. Però non c’è contraddizione nel togliere qualsiasi tipo di premio e passare a sbarramenti seri. Ma bisogna ragionare su quali sbarramenti si vogliono inserire.

Quali sono i motivi che l’hanno spinta a bocciare la recente proposta di D’Alema per un sistema elettorale alla tedesca? Preferisce il modello spagnolo?
A me interessa il risultato. Se noi prendiamo un sistema che si limita a fotografare chi supera lo sbarramento, uno sbarramento del 5% (ammesso che si possa trovare l’accordo), finiamo per avere una serie di aree politiche, nessuna delle quali può vincere le elezioni. Un’area di sinistra poco sotto il 10%, il Partito Democratico intorno al 30%, un’area centrista poco sotto il 10%, e poi le destre. Questo quadro complicherebbe la situazione, a meno che non ci sarà un’ondata elettorale così forte nella quale il centro destra travolge l’attuale coalizione di governo. Altrimenti si determinerà una situazione bloccata. L’unica soluzione, nella quale l’UDC farebbe da “cerniera”, sarebbe una grande coalizione, e si tornerebbe indietro. Per questo è preferibile un premio che consenta al primo partito di avere una sovrarappresentazione in seggi. Credo sia sbagliato tornare ad un sistema bloccato al centro.

Riusciremo così a scrivere quelle che lei ha definito “le pagine bianche” della nostra Costituzione?
I margini per fare un accordo esistono. Questi margini, è chiaro, devono incontrarsi con la situazione politica. Se il governo dovesse superare lo scoglio della Finanziaria, le forze maggiori di centro-destra dovranno prender atto che la “spallata” non ha funzionato e di conseguenza potrebbero cambiare opinione sulla riforma costituzionale ed impegnarsi a costruirne una nuova anche migliore dell’attuale, insieme.

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