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lunedì 19 agosto 2019

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Inchiesta M'P: Speciale sulla sicurezza a Roma - parte 3

Ma Rumeni e Rom non sono la stessa cosa. La sola repressione non risolve il problema sicurezza, serve integrazione
Intervista con Padre Massimo Nevola, assistente ecclesiastico Lega Missionaria Studenti, associazione di volontariato dei gesuiti ita

18.12.2007 - Stefano Tretta



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Padre Nevola, il problema sicurezza a Roma nasce oggi o ha radici lontane nel tempo?

E’ un fatto che si è sedimentato lentamente, soprattutto in quei luoghi dove malessere e degrado rendono più indifesi i cittadini e più facile la reazione violenta. Va di pari passo con l’estendersi dell’immigrazione in Italia, il cui flusso in costante aumento ha fatto sì che venissero riviste con frenesia le politiche di accoglienza.

Esiste sicurezza senza integrazione sociale? Si può accogliere senza far partecipare?


Ecco, questo è un punto delicato. Tengo a sottolineare come la repressione non basti a risolvere il problema della sicurezza: il poliziotto, seppur fondamentale, da solo è un palliativo. Il tema vero è come l’immigrazione influisca e s’inserisca sul tessuto sociale dello Stato. Sarebbe riduttivo pensare che gli italiani siano tutti dei santi e solo lo straniero porti tutto il degrado.

La realtà è ben più complessa, immagino…


Già. L’immigrazione s’inserisce in un contesto sociale già degradato, pervaso dalle mafie e dalla delinquenza, ad ogni livello. Il lavoro nero e l’economia sommersa beneficiano dell’arrivo dei clandestini, li sfruttano per le loro attività illecite e mettono in moto un meccanismo malsano e difficilmente controllabile.

Quanto servirebbe avere regole certe, ad esempio sulle sanzioni e sulle pene? Qual è l’approccio che le risposte istituzionali dovrebbero mantenere?

Certo, se valesse per tutti (non solo per gli immigrati) la regola del giusto processo, la certezza della pena, la galera sicura per chi delinque, già sarebbe un enorme passo in avanti.
Inoltre, la soluzione da immaginare non è facile, e necessita la presa in considerazione di molteplici fattori. Sul tema sicurezza, la risposta non può che essere multilaterale. Anche la politica del pugno duro, così tanto invocata, può essere inefficiente e pericolosa, dato che può alimentare la xenofobia e la violenza. Se pugno duro deve essere, inoltre, che lo sia con tutti, in primis con gli italiani.

Nella risoluzione del problema, come si coniugano i valori del solidarismo e della tolleranza cristiana con la necessaria fermezza e rigidità?

Il punto d’obiettivo deve essere la dignità umana. In questo senso, è possibile trovare un’efficace sintesi delle due posizioni, nient’affatto confliggenti. Nello specifico, trovo che le misure concrete da prendere debbano essere l’assicurazione della giustizia, non solo legalitaria, ma soprattutto sociale e distribuitva. Il ruolo della Chiesa è dare l’esempio, indicare valori, lanciare dei messaggi che poi le istituzioni devono continuare, nel rispetto delle proprie sfere autonome.

Comunità Rom e comunità rumena: sono la stessa cosa? In cosa si differenziano?

Lo scarto è notevole. Occorre senz’altro distinguere. I Rom hanno i loro valori, i loro peculiari atteggiamenti (non solo quelli notati in senso negativo dall’opinione pubblica in seguito ai casi di attualità): attenti a non generalizzare, anche perché si crea un circolo vizioso di accomunazione che incattivisce la questione. Il popolo Rom non è rumeno, sono semi-nomadi, in parte cristiani ed in parte musulmani. Anche la Romania è un mix di etnie, fra l’altro con problemi e discriminazioni derivanti. Ovviamente, l’integrazione europea ha portato i rumeni ad esplorare con più vigore le vie della migrazione, perché, nonostante il crollo sovietico e la lenta ripresa dell’economia, oltre il 30% della popolazione è disperata e fugge. Sarebbe ipocrita respingere questa gente, da qualunque parte venga e di qualunque razza sia, è bene che lo Stato ne tenga conto. L’obiettivo è essere giusti.

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