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venerdì 23 agosto 2019

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L’immigrazione e la politica ottusa

Mai come oggi, l'Italia ha avuto bisogno di risposte in fatto d’immigrazione: la politica risponderà?

25.12.2007 - Mattia Perino



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Foto di flickr.com/photos/deltafoto/

L’Italia è oggi un viavai di popoli, di culture, di lingue diverse. Per alcuni è un luogo di passaggio, per altri un sogno, per altri ancora è un territorio in più per allargare i confini dei traffici illegali. L’Italia sta cambiando volto e il cambiamento lo percepiamo tutti i giorni per strada, nei telegiornali, nelle chiacchiere della gente. L’unica a non aver percepito il mutamento della società italiana è, a mio parere, la politica. A Torino, nella mia città, sono nate in questi anni migliaia di iniziative con il preciso intento di sottolineare la bellezza che si nasconde dietro l’incontro di etnie e culture diverse. Ancora una volta, parte dei cittadini si è dimostrata più accorta, più solidale, più tollerante della classe politica che li dovrebbe guidare. In verità, alcune istituzioni hanno intrapreso questa direzione, ma a piccolissimi passi, un nulla se confrontato con la velocità con cui la società sta cambiando.

Per ora, si accennano timidi tentativi, che faticano a penetrare nel cuore della gente (ciò che invece un’associazione no profit è in grado di fare).Oggi i cittadini si devono confrontare con un fenomeno nuovo e non hanno un “appiglio” sicuro a cui aggrapparsi per rispondere ai dubbi, alle incertezze, al bisogno di sicurezza che il fenomeno stesso crea. Questo nulla in cui la politica ha abbandonato il cittadino è terreno fertile per atteggiamenti d’intolleranza e talvolta di vera e propria xenofobia, dettati dalla paura di fronte ad un cambiamento radicale e senza una precisa linea guida. Non soltanto: in questo vuoto, mezzi di comunicazione come la televisione si sostituiscono alla politica, dando al cittadino-spettatore un immagine totalmente distorta del fenomeno dell’immigrazione, creando veri e propri mostri. In ogni fatto di cronaca nera, il fattore etnico viene evidenziato come un aggravante: un crimine, se commesso da un immigrato, pare quasi che sia più grave dello stesso crimine commesso da un italiano. Non viene condannato il reato, si condanna il fatto che a farlo sia uno straniero, un “estraneo”. Si dice che gli immigrati abbiano in mano i traffici di droga e della prostituzione, ma non viene detto che sono gli italiani ad usufruire di questi “servizi”. Il problema non viene affrontato globalmente, non si cerca di individuare tutte le implicazioni e magari proporre soluzioni migliori di quelle proposte fino ad ora: mi riferisco alle sanzioni a chi avvicina le prostitute e ai lavavetri; una politica ridicola contro il narcotraffico che, equiparando droghe leggere e pesanti, ha incentivato il consumo e lo spaccio di droghe pesanti (se il rischio è lo stesso, si assume la droga più piacevole o si vende la merce che porta più guadagni). E’ paradossale che il crimine sia riuscito perfettamente ad “integrarsi” nel mondo globale e che invece la politica italiana sia ancora ad anni luce da questo risultato. Ci si limita ad additare l’Uomo Nero e a condannarlo senza appelli.

Un Paese come L’Italia, fin dalle origini terra di immigrazione ed emigrazione, dovrebbe esaltare la sua storia di contatti ed influssi culturali, storie che narrano di grandi porti e navigatori, storie che narrano le speranze e le sofferenze di chi ha dovuto lasciare la penisola per andare in Paesi lontani. Se l’Italia è uno Stato fondato sul lavoro e sull’uguaglianza, allora deve dare la possibilità a chiunque di prenderne parte e, al tempo stesso, pretendere che chiunque segua questo modello. E’ il tempo che nasca una politica tollerante ed autorevole, che conceda premi a coloro che dimostrano di poter dare qualcosa, nel loro piccolo, e punizioni a coloro che invece ne tradiscono la fiducia. Presentando l’immigrazione come una risorsa e dimostrando di avere il controllo della situazione, la politica deve lanciare un segnale forte ai cittadini, rincuorandoli nel loro smarrimento, spiegando il perché queste persone sono fuggite nel nostro Paese, i loro bisogni, le nostre colpe nei loro confronti, la ricchezza che portano. E’ il momento di dare forza, materialmente e simbolicamente, allo scambio tra culture, elemento insito in esse e che garantisce loro la sopravvivenza.

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