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E i docenti dei licei? Bocciati dall’Università

Una ricerca dell’Università di Bergamo mette in luce le grandi carenze culturali dei docenti delle scuole superiori. Non sarebbe ora di ridare spazio alla meritocrazia e alle conoscenze?

28.12.2007 - Eva Songini



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E’ innegabile: il povero studente medio italiano viene continuamente messo alle strette. Dopo che nel 2006 il Programme for International Student Assessment (PISA), lo studio curato dall’OCSE per l’analisi delle conoscenze degli studenti dei principali paesi industrializzati, lo aveva piazzato tra gli ultimi classificati, egli si è ritrovato accusato e denigrato per le sue forti carenze (soprattutto in matematica). Nessuno però ha cercato di analizzare la situazione in modo critico per individuarne le cause, si è preferito accontentarsi di compiangerne le conseguenze.

Poi un giorno la Dott.ssa Domenica Giuliana Sandrone, docente presso l’Università di Bergamo, si è fatta portavoce di un’innovativa teoria: «e se i liceali del bel paese non avessero niente da imparare perché nessuno ha qualcosa da insegnargli?». Un’ipotesi che, a dir la verità, a noi, ex liceali, era gia venuta, soprattutto alla luce delle difficoltà che comporta il passaggio dal Liceo all’Università, ma che adesso è stata messa in luce da una fonte più accreditata.

Il Centro di Ateneo per la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento (CQIA) dell’Università di Bergamo, patrocinato dal Ministero dell’Università e della Ricerca, sotto la direzione della Dott.ssa Sandrone e di altri 16 ricercatori, ha svolto un’indagine sulla preparazione dei docenti durante l’anno scolastico 2005-2006. Ed il quadro che ne è uscito risulta tristemente negativo. Su 130.386 candidati (tutti i docenti della Lombardia) chiamati a sottoporsi ad un test di verifica, 129.999 non hanno voluto neanche leggere le domande. Molti hanno dato come motivazione un rifiuto di ordine ideologico. Politicamente difforme per alcuni (il progetto era stato commissionato da un ministero del governo di centro-destra), eticamente scorretto per altri secondo i quali si sarebbe minata l’autorità della carica agli occhi degli studenti.
Ai 387 coraggiosi partecipanti è stato somministrato il test di ammissione ai corsi universitari di odontoiatria (52 domande a risposta multipla). Un docente su due non sarebbe stato ammesso. E se è accettabile (forse) che alcuni non abbiano saputo dare una giusta definizione a termini più specificamente medici come “cura palliativa” o “patogeno” (è questo il grado di difficoltà delle domande più “tecniche”) quello che spaventa è che anche per quanto riguarda i quesiti di cultura generale i risultati non sono stati consolanti. Davanti a domande del tipo «In quale anno votarono le donne per la prima volta in Italia?» o «Cosa successe il 25 luglio del 1943?», i cari vecchi professori si sono trovati in grossa difficoltà, non raggiungendo neanche il 50% di risposte esatte.

Un quadro generale che spaventa e incupisce gli animi, soprattutto alla luce della comprovata relazione tra i risultati ottenuti dai docenti ed il livello di apprendimento del povero studente medio. L’unico in fin dei conti a pagarne veramente le conseguenze.

E se ancora la Finanziaria 2007 ha previsto l’assegnazione di cattedre (150 mila insegnanti per essere precisi) tramite graduatoria, la speranza è che l’iniziativa dell’Università di Bergamo (da cui il volume “La cultura assente” edito da Rubbettino, Soveria (CZ) 2007) possa essere un primo passo verso una politica di selezione del personale docente che preveda la premiazione delle conoscenze e delle capacità didattiche più che per il tempo passato da precario, scaldando una sedia.

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