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domenica 22 settembre 2019

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Il Sessantotto, 40 anni dopo: musica e contestazione

A quant’anni dal 1968 c’è ancora voglia di capire il perché. Che ruolo svolse la musica? Lo spiega Gianni Borgna, durante il convegno a RomaTre su «Il '68, la musica, la contestazione»

02.03.2008 - Paolo Ribichini



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Luigi Tenco

Parlare oggi del Sessantotto, quaranta anni dopo, significa parlare della vita passata di una generazione che oggi può raccontarla. Ma cosa è stato il Sessantotto? Alla Facoltà di Lettere di Roma Tre, mercoledì 27, si è tenuto il convegno «Il 68, musica e contestazione» con la partecipazione del prof. Gianni Borgna. Al convegno, a cui hanno partecipato anche alcune scuole superiori romane, è stato affrontato il tema dello stretto rapporto che è esistito tra la musica e la rivoluzione culturale di quegli anni.
Il Sessantotto, dal punto di vista culturale, chiude un ciclo e ne apre uno nuovo. Ma come ogni grande rivoluzione, ha radici più lontane che si sviluppano negli anni precedenti. Secondo Gianni Borgna, il momento di rottura e l’inizio di un periodo di transizione che porterà al Sessantotto fu il 1954, quando venne incisa la canzone “Rock around the Clock”. Fu una delle prime canzoni rock‘n’roll e fu scelta come colonna sonora del film Blackboard Jungle (Il seme della violenza) che denunciava la dura e violenta realtà delle scuole popolari americane, dove il disagio giovanile era molto forte. Grazie al successo del film, la canzone fece il giro del mondo e contribuì a diffondere il rock‘n’roll a livello globale. Il rock non era solo musica, ma era anche un ballo, un modo di ballare, di muoversi, di esprimersi. Insomma, una danza rivoluzionaria che liberò il corpo e creò una profonda frattura generazionale, tra figli e genitori.
In Italia, contemporaneamente alla diffusione del rock, nacque la cosiddetta canzone d’autore, un genere musicale diverso dal rock, ma comunque di rottura rispetto al genere melodico imperante di quei tempi. I cantautori vennero immediatamente attaccati dalla critica eppure per la prima volta la musica italiana affrontò temi sociali impegnativi, partendo proprio dal malessere sociale dei giovani. Borgna individua in Luigi Tenco il massimo esponente musicale di quel malessere giovanile che si esprimeva attraverso il dissenso nei confronti dei valori sociali e della guerra.
Altra data fondamentale, secondo Borgna, è il 1957, con la nascita della cultura “beat” in Italia. La cultura “beat” nacque negli USA tra il 1947 e la fine degli anni Cinquanta e rappresentava una vera e propria rivoluzione letteraria. Arrivò anche in Italia con la pubblicazione, nel 1957, del libro “On the road” dello scrittore Jack Kerouac. Il libro esprimeva dei valori in netto contrasto con quelli dominanti borghesi: contro il conformismo, l’opulenza, i consumi. Borgna è convinto che quel libro rivoluzionò l’idea stessa di sessualità e l’idea di vivere la vita. «In una società che impone modelli vincenti di realizzazione materiale della vita, – sostiene Borgna – la cultura beat vuole proporre modelli da “battuti” (dal termine beat, battito – ndr), da sconfitti».
Gianni Borgna è convinto, comunque, che senza la musica non ci sarebbe stato il Sessantotto, perché solo la musica poteva permettere a tutti di comprendere il nuovo messaggio. Nel 1965, a Roma naque il Piper, divenendo uno dei locali cult della Capitale, dove si esibiva una diciottenne chiamata Patty Pravo. Cantava “Ragazzo triste”: «Ragazzo triste sono uguale a te, a volte piango e non so perché, tanti son soli come me e te ma un giorno spero cambierà». È racchiuso in queste strofe un malessere oscuro, un disagio profondo. Non più giovani disinteressati ma impegnati a comprendere e a cambiare la società, insieme. Sarà proprio la mancanza di questa unità a non permettere ai giovani d’oggi di esprimere collettivamente il proprio disagio? Borgna pensa di si, anche se comprende che tra le due generazioni vi sono tali differenze da non permettere un parallelismo. Nel 1968 il malessere era prodotto dal diffuso benessere, nel 2008, viceversa il malessere è prodotto dall’incertezza di un oscuro futuro.
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