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Le vere cause della depressione economica

26.05.2008 - Leonardo Butini



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foto di Indra Galbo (flickr.com/indrasensi)

La depressione economica è da tempo realtà, e le accuse più ricorrenti sono quelle rivolte al libero mercato, che come al solito sarebbe la causa di ogni male.
Il dito viene puntato soprattutto su speculatori e banche, su quel settore privato insomma che non si farebbe scrupoli pur di raggiungere i tanto agognati profitti.
Ma le “tesi” che circolano con insistenza in questi giorni, da quelle del “comunista” Tremonti sino a quelle del “falsario” Trichet, sono profondamente errate, come ci insegna la dimenticata (ahinoi) teoria austriaca del ciclo economico che indaga sui motivi del continuo alternarsi tra fasi di boom e fasi di depressione: Mises, Hayek e Rothbard, per intendersi.
Trattasi in particolare dell’unica teoria del ciclo coerente con la teoria economica generale, la sola in grado di rispondere a tutta una serie di interrogativi che le altre teorie lasciano cadere nel vuoto o sbrogliano solo in parte.

L’idea tutta marxista che le depressioni economiche siano in qualche modo intrinseche al libero mercato poggia sulla separazione in compartimenti stagni fra teoria economica generale e teoria del ciclo. Non sarebbe possibile altrimenti coniugare la “mitica” legge della domanda e dell’offerta, che postula una tendenza costante del mercato verso l’equilibrio (in realtà poi mai raggiunto a causa della continua variazione dei dati economici), con fenomeni talmente bruschi ed imponenti. Tale separazione risulta però del tutto arbitraria e fuorviante: come scrive Rothbard “esiste soltanto una economia e perciò una sola teoria economica integrata. Né la vita economica né la struttura della teoria possono o dovrebbero essere chiuse in compartimenti stagni; la nostra conoscenza dell’economia o è un tutto integrato o è niente. Molti economisti ancora ora si ritengono soddisfatti nell’applicare queste teorie di analisi generale dei prezzi e del ciclo economico separatamente, in modo che si escludano a vicenda. Essi non possono essere degli scienziati economici autentici fin quando si riterranno soddisfatti di operare in questo modo primitivo”.

Ma non si tratta dell’unico “artifizio” utilizzato dai nemici della globalizzazione. Chi si scaglia contro il libero mercato non riesce ad esempio a spiegare come mai colui che del “free market” è il protagonista principale, ossia l’imprenditore, in certi casi finisca col fallire così clamorosamente. Le impressionanti esplosioni di errori che interessano il mondo imprenditoriale in occasione delle ricorrenti recessioni economiche lasciano sbalorditi: milioni di imprenditori, capaci generalmente di produrre ricchezza e diffondere benessere, improvvisamente diventano del tutto incapaci di farlo, finendo con l’essere travolti dalla crisi. Sembra quasi che la libera concorrenza operi una selezione avversa, in modo che solo i peggiori sopravvivano, per poi improvvisamente crollare.
Molti attribuiscono tale crollo ad un generale “sottoconsumo”, ma una diminuzione tanto forte della domanda da parte dei consumatori dovrebbe essere prevista dalla maggioranza degli imprenditori, perlomeno come tendenza generale: prevedere è parte fondamentale del loro mestiere, e sembra alquanto strano che nessuno, come d’incanto, riesca più a farlo.
Chi si straccia le vesti quotidianamente parlando di sottoconsumo dovrebbe poi spiegare come mai a risentire della crisi siano innanzitutto e soprattutto le imprese che producono beni capitali, e non quelle che producono invece beni di consumo. Ma anche in questo caso, tutto tace: "è così perché è così", questa è, a grandi linee, la “spiegazione” più ricorrente.

Insomma, l’attacco al libero mercato sembra poggiare su basi teoriche prive di consistenza. Vediamo in breve le risposte fornite invece dalla scuola austriaca:

• accusare gli “spietati speculatori” (dal latino “specula”, usato per indicare le torri da cui le sentinelle erano in grado di scorgere da lontano chi arrivava, strano destino hanno talvolta certe parole…) di essere all’origine dell’aumento dei prezzi e della depressione non sembra essere molto sensato: la loro capacità d’azione è infatti costantemente limitata dalla domanda dei consumatori, che possono sempre volgersi al mercato in cerca di surrogati. Il caffè diventa troppo costoso? E io cambio marca, oppure mi compero l’orzo… “se gli uomini d’affari sono così avidi da alzare i prezzi del 10% ogni anno, perché -si domanda Rothbard in “Per una nuova libertà”- si fermano qui? Perché aspettano? Perché non aumentano i prezzi del 50% o non li raddoppiano o triplicano immediatamente? Che cosa li frena? Il freno è dato da un limite posto dalla domanda del consumatore”.
Certo, alcuni settori caratterizzati da un grado di concorrenzialità meno marcato lasceranno poche alternative ai consumatori, ma in generale appare difficile imputar colpe a chi specula quando ci troviamo innanzi a crisi tanto vaste e dirompenti, se di colpe si può parlare in presenza di liberi scambi fra adulti consenzienti.
La domanda dei consumatori, che come detto limita le speculazioni, è a sua volta limitata dalla quantità di denaro che questi hanno a disposizione nelle loro tasche. Eccolo qua il nocciolo della questione: la disponibilità o l’offerta di denaro. Se l’inflazione fosse dovuta all’offerta di beni, allora l’offerta globale dei prodotti dovrebbe essere per forza di cose in picchiata, sì da comportare un aumento dei prezzi. Dal momento però che, in generale, l’offerta dei prodotti sul mercato globale sta aumentando vistosamente, l’origine dell’inflazione è da ricercarsi nella domanda, il cui fattore principale è per l’appunto l’offerta di moneta. Quest’ultima viene manipolata attraverso l’espansione del credito bancario alle imprese: le banche a riserva frazionaria creano nuova moneta dal nulla, senza dover produrre e vendere servizi come ognuno di noi è invece costretto a fare quotidianamente. I fondi prestati in questo caso non sono risparmio, non sono cioè una parte della moneta già esistente che viene semplicemente trasferita fra soggetti diversi, ma vanno ad aumentare artificialmente l’offerta. E come sempre, quando aumenta l’offerta, il prezzo del bene, in questo caso il prezzo della moneta – ossia il suo potere d’acquisto – non può che diminuire. Tale cambiamento però, a differenza di quel che accade con gli altri beni,non porta alcun beneficio sociale, in quanto la moneta, in buona sostanza, è utile solo per il suo valore di scambio e non per una sua utilità “reale”.

• oltre ad incidere sul potere d’acquisto, l’emissione di moneta non finanziata da risparmio volontario conduce ad una distorsione dei tassi di interesse che “disorienta” gli imprenditori. I tassi di interesse sono infatti una delle fonti di informazione più importanti per chi deve operare scelte quotidiane in un contesto competitivo.
I tassi dipendono dalle preferenze intertemporali degli individui: chi preferisce il “tutto e subito” avrà un alto tasso di preferenza intertemporale, chi è invece più previdente avrà una maggiore propensione all’investimento e dunque una preferenza intertemporale più bassa. Sul mercato si formerà un tasso di equilibrio, rispondente alle preferenze temporali degli individui.
Le banche, al fine di allocare la moneta di nuova emissione (che altrimenti non sarebbe appetibile), spingono il tasso di interesse verso il basso, come se le preferenze intertemporali degli agenti economici fossero nel frattempo mutate, e vi fosse un aumento dell’offerta di fondi risparmiati. In realtà così non è, e gli imprenditori, che quando aumenta il risparmio tendono ad investire in processi produttivi più lunghi spostando risorse dai settori che producono beni di consumo a quelli che producono beni capitali, finiranno col dare il là a progetti che non avrebbero altrimenti intrapreso, e che si riveleranno fallimentari non appena gli agenti economici cominceranno a spendere i loro redditi secondo le precedenti proporzioni consumo/investimenti.
Ecco spiegata l’esplosione di errori, ed ecco anche spiegato perché sono le imprese che producono beni capitali a soffrire prima e più intensamente rispetto alle altre.

Le banche sono pertanto l’indiziato numero uno, nella nostra “caccia al colpevole”: ma come possono gli istituti di credito operare in tal modo? Semplice, grazie all’intervento dello Stato, che con l’istituzione delle Banche Centrali ha messo in piedi una truffa estremamente raffinata ai nostri danni.
In un mercato veramente libero da interferenze statali, creare moneta dal nulla non sarebbe impossibile, ma una banca che non onorasse i propri impegni verrebbe giustamente sanzionata come si confà ad un ladro, ad un truffatore, ad un falsario. Inoltre, come fa notare ancora Rothbard in “La Scuola Austriaca contro Keynes e Cambridge”, “se le banche fossero veramente competitive, ogni espansione del credito da parte di ciascuna porterebbe velocemente i suoi debiti nelle mani dei suoi concorrenti, e questi ultimi reclamerebbero presto la restituzione del contante”, il che stroncherebbe sul nascere l’inflazione.
La Banca Centrale fa sì invece che tutto questo non accada: le sue banconote aumentano infatti il circolante dell’intero sistema, consentendo alle banche commerciali di espandere il credito potendo contare su una più ampia base di contante.

"Ma la Banca Centrale è costituita da privati!", sbotta a questo punto il marxista di turno impugnando l’elenco degli azionisti di Banca d’Italia: balle.
La Banca Centrale è un cosiddetto “istituto di diritto pubblico”: le nomine sono a cura del Governo, gli utili finiscono in gran parte nelle casse statali, ed il potere di emettere banconote in regime di monopolio, la vera essenza del potere degli Istituti Centrali, è conferito ad essa dallo Stato.
Senza Stato, molto banalmente, la Banca Centrale non avrebbe ragion d’essere, ed il discorso vale anche per la “neonata” Banca Centrale Europea. Sostenere pertanto che le loro nefandezze siano figlie della perversione di privati scarsamente controllati è ingenuo, se non truffaldino.
La soluzione per uscire dalla crisi qual è, vi domanderete a questo punto? Laissez faire, laissez faire, laissez faire: abolizione delle Banche Centrali, ritorno al gold standard, stop alle interferenze governative sul libero mercato. Lasciar “sfogare” la crisi in modo che le distorsioni indotte dall’intervento statale siano riassorbite sarà doloroso, ma solo così potremo recuperare livelli di vita accettabili ed incamminarci, da uomini finalmente liberi, verso un futuro più prospero.

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