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lunedì 24 febbraio 2020

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Teniamo alta l'attenzione sulle Mafie

05.07.2008 - Stefano Tretta



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“La lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità” (P. Borsellino)

Parlare di mafia non è mai semplice. Mettere a fuoco l’argomento non è facile, perché la mafia, anzi, meglio, le mafie, fanno parte della vita del nostro Paese in maniera tanto profonda e radicata che, quasi, ci dimentichiamo che sono un cancro da estirpare e da combattere quotidianamente. Per questo, è essenziale tenere accesa la luce sull’argomento.

Mafia o mafie?
Spesso, si usa in senso indifferenziato il termine per indicare qualsiasi organizzazione di criminalità organizzata ed associazione di potere malavitoso che, parallelamente allo Stato, crea un sistema economico e comportamentale tale da entrare in diretta concorrenza con le istituzioni stesse, talvolta sopravanzandole.
Questo è senz’altro vero, ma occorre scindere il fenomeno mafioso: le organizzazioni più grandi sono Cosa Nostra e la Stidda in Sicilia, la Camorra in Campania, la “Ndrangheta in Calabria e la Sacra Corona Unita in Puglia. Questo è il pentagono più rilevante.
Da dove traggono forza le mafie, e come continuano ad arricchirsi ed attecchire? Non solo con il provento dei loro traffici illegali, che di certo costituisce gran parte del finanziamento e del sostentamento interno; la vera forza che rende radicati e potenti questi fenomeni è l’alleanza con settori dello Stato ed il supporto che proviene da certi strati della popolazione. D’altronde, è la sovranità sui territori, sfacciata e impunita, che contribuisce ad alimentare il mito mafioso e garantire alle stesse organizzazioni la capacità di resistere nel tempo.
“Dove non arriva la Stato, arriva la mafia”, si sente spesso dire fra la gente del Sud, la terra martoriata da anni di assenza generale delle istituzioni, in cui il circuito delle mafie ha saputo costruire una concreta alternativa di sopravvivenza a coloro che ne avessero spalleggiato le attività.
Sono proprio i fiancheggiatori, è l’omertà, che contribuiscono a potenziare le cosche, ossia le cellule mafiose presenti sui territori e che operano per destabilizzare i circuiti del potere legittimo statale, condizionando le decisioni politiche. Senza la capacità di controllare l’assegnazione di lavori pubblici, senza il tacito ed informale accordo fra notabili e capimafia locali, senza la costruzione di un universo parallelo di visione del mondo e della legalità, svuotata nei contenuti e maltrattata nei comportamenti, non ci sarebbe potere mafioso.
Certo, le mafie sono anche delle grandi aziende: l’ultimo rapporto Eurispes annota che le mafie, nel complesso, (il pentagono di cui sopra) hanno realizzato un fatturato di circa 220 miliardi di euro, circa il 15% del PIL italiano. Ogni organizzazione è specializzata in traffici peculiari: c’è chi punta agli appalti e le concessioni edilizie, chi fa traffici di droga direttamente con il Sudamerica, chi governa la prostituzione, chi si impegna sul traffico di armi, chi gestisce il circuito delle estorsioni (il pizzo): ecco, siamo di fronte ad un quadro diversificato, proprio perché non ci si pesti i piedi a vicenda e si possa sviluppare nel migliore dei modi la sovranità sui territori di appartenenza.

Reagire per non rimanere soffocati

“Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”. Sono parole di Giovanni Falcone, eroe dell’Italia, magistrato che della lotta alla mafia ha costituito la sua ragione di vita, simbolo ed esempio di quella fetta del Sud e del paese intero che non si arrende a tale incredibile, mostruosa, gigantesca rete di illegalità e sopraffazione della giustizia.
Nel 1992, a due mesi di distanza l’uno dall’altro, morivano i simboli della magistratura antimafia: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono eroi dei nostri tempi, che hanno scritto, col loro coraggio e la loro dirittura etica e morale delle pagine indelebili del riscatto dell’altra Italia, quella che non si arrende alle mafie. Eroi nazionali, non solo della Sicilia.
Perché la mafia è una questione italiana, non solo meridionale.
A Falcone e Borsellino è dedicato lo speciale di approfondimento di questo numero.
23 maggio – 19 luglio 1992: per non dimenticare.

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