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martedì 18 febbraio 2020

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La pesca illegale piaga del Mediterraneo

Nonostante i divieti e i soldi ricevuti dell'UE e dallo Stato per la riconversioni delle reti, si continuano ad usare i muri della morte.

29.07.2008 - Giuliana Caprioglio



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Tra alimenti ogm, sofisticazioni e contaminazioni, per i così detti consumatori consapevoli la spesa è diventata questione assai complicata. L’estate può invogliare a consumare più pesce che carne, ma anche in questo caso è necessario usare le dovute precauzioni nella scelta di quali pesci comprare, qualora non si vogliano avere sulla coscienza consumi “eco-insostenibili”. Se non sappiamo più quali “pesci pigliare” Greenpeace ci viene in aiuto con la sua "Guida ai consumi ittici", in cui sono indicati quali pesci non bisogna comprare e quali è meglio mangiare con alcune precauzioni. Nella “lista rossa” finiscono il tonno pinna gialla, il tonno rosso, il pesce spada e il merluzzo. Per ciò che concerne queste specie lo stato delle risorse è disastroso, peggiorato ulteriormente dalla pesca pirata. I gamberoni tropicali provengono invece da paesi in via di sviluppo i cui allevamenti fanno spesso uso di sostanze chimiche per controllare la diffusione di malattie negli impianti, con conseguenze potenzialmente gravi per la salute umana. Questi allevamenti fanno poi spesso uso eccessivo di acqua dolce creando zone dove la popolazione non ha più accesso all’acqua potabile.
Se si guarda invece al Mediterraneo e ai mari italiani esiste un fenomeno scandaloso che vede il perpetuarsi di sistemi di pesca illegali che consistono nell’uso di reti derivanti (comunemente conosciute come spadare). Queste reti sono calate in mare e lasciate libere di spostarsi con l'azione delle correnti; essendo dotate di una linea di galleggianti superiore e di una zavorra inferiore, le reti rimangono  verticali, inoltre  possono raggiungere i 35 m di altezza e i 20 km di lunghezza. Per queste caratteristiche sono chiamate “muri della morte”, le cui vittime spaziano dalle tartarughe ai cetacei. Una tecnica vietata sia da una risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite  che dall'Unione Europea. Dopo il bando dell'Unione Europea del 1997, milioni di euro sono stati spesi come indennizzo a chi praticava questo tipo di pesca illegale, senza tuttavia riuscire ad impedire una nuova espansione dei muri della morte. Da anni le associazioni ambientaliste hanno dimostrato che alcuni pescatori, pur avendo ricevuto gli indennizzi, continuano a pescare con le reti derivanti, tanto che ci si chiede se i soldi della riconversione non siano stati usati addirittura per comprare nuove reti e per armare nuove imbarcazioni.
Dalle indagini di Oceana risulta che oltre 137 imbarcazioni italiane, molte delle quali dopo aver ricevuto sovvenzioni comunitarie e dallo Stato italiano, continuano ad utilizzare questo attrezzo da pesca illegale. L’importo totale percepito dalle imbarcazioni identificate da Oceana come contributo alla loro riconversione ammonta ad oltre 900.000 euro. Approssimatamene si può stimare che oltre 500 imbarcazioni continuano a pescare con queste reti nel Mediterraneo. Questa situazione d’illegalità si è prodotta sia per l’indifferenza delle Autorità sia per la scarsità dei controlli, sia perché dopo essere state sequestrate queste reti non vennero distrutte ma addirittura furono spesso affidate “in custodia” agli stessi proprietari. Ciò ha fatto si che in passato la Commissione Europea avviasse un procedimento di contravvenzione contro l’Italia per inadempienza agli obblighi di controllo in materia di pesca con reti fuorilegge.
I muri della morte sono la principale causa di mortalità dei cetacei: secondo alcune stime, nel mondo possono morire ogni anno 300.000 cetacei, catturati da queste reti. Nel Mediterraneo invece le reti derivanti causano ogni anno la morte di 10.000 cetacei. Ma tra le specie colpite nei nostri mari vi sono anche delfini, stenelle, capodogli, balenottere minori, tartarughe marine ecc. Una delle ultime vittime (di cui si ha notizia) di questa ennesima forma d’illegalità italiana è stato un capodoglio avvistato il 12 giugno scorso al largo di Cetraro, davanti alle coste calabresi. Nonostante l’intervento del WWF e della Guardia di Finanza, a causa di un temporale scatenatosi durante le ricerche, del capodoglio se ne sono perse le tracce. Le ricerche sono continuate anche il giorno seguente senza però riuscire a trovare l’animale: è possibile  che il capodoglio abbia trovato la forza di nuotare e che pur avvolto nella pesante rete si sia allontanato sempre più al largo ma non potendosi immergere è difficile immaginare che sia riuscito a sopravvivere.

 

Il videorapporto di Greenpeace sul perché non si riesce a fermare la pesca pirata delle reti derivanti in Italia.


Il rapporto 2007 di Oceana “Reti derivanti illegali italiane:
la pesca illegale non si ferma”.



Firma la petizione del WWF contro la pesca illegale.
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