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domenica 22 settembre 2019

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Generazione “né-né”, tutti sotto la gonnella di mamma

Sempre più giovani non lavorano e non studiano. Preferiscono non fare nulla, senza progetti e soprattutto senza speranze

17.07.2009 - Paolo Ribichini 1



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Li chiamano "inattivi convinti". Qualcun altro alcuni anni fa li chiamava bamboccioni. Giovani ma non troppo, non lavorano. Non studiano. Aumenta in Italia un fenomeno dei giovani "né né". I dati recentemente presentati del Rapporto Giovani 2008, elaborati dal Dipartimento di Studi sociali, economici, attuariali e demografici della Sapienza di Roma per conto del ministro della Gioventù Gorgia Meloni, lo certificano con chiarezza.

Tra gli adolescenti, di età tra i 15 e i 19 anni, 270mila giovanissimi non studiano e non lavorano: il 9%. La maggior parte di questi dichiara di non riuscire a trovare un lavoro. Ma non è solo un problema di disoccupazione. Una parte minoritaria, circa 50 mila, sono inattivi per scelta. E poi c'è chi preferisce farsi accompagnare ai quartant'anni appesi alla gonnella di mamma: 11 mila di lavorare o studiare non ne vogliono sapere perché sono convinti che non ne hanno bisogno.

Non cambia molto tra i giovani over 25. Un milione e 900mila non studia e non lavora. Più o meno uno su quattro (il 25%). Molti di questi dichiarano di essere disoccupati involontari ma tra di loro, spesso, c'è sconforto che non li motiva a mettersi seriamente alla ricerca del lavoro. Settecentomila sono invece gli «inattivi convinti»: non cercano un lavoro e non sono disposti a cercarlo. I veri nichilisti del ventunesimo secolo. «Studiare è inutile perché non ti apre la strada per il futuro, lavorare è impossibile, non c'è». In questo pessimismo cosmico, alcuni preferiscono arrendersi e rimanere adolescenti fino a quarant'anni, età che li costringerà, inesorabilmente, a fare i conti con la realtà.

Manca un progetto, un'idea da realizzare nella vita. Complice il precariato, complice un'Università capace di produrre geni ma non di avere le giuste connessioni con il mondo del lavoro, i giovani sono sempre più scoraggiati. Ma il vero problema è l'assenza di modelli di riferimento. Il benessere diffuso, nonostante la crisi, difficilmente costringe i genitori a mandare i propri figli fuori di casa. Anzi, la mano protettrice della famiglia continua a proteggerli anche dopo i 30 anni. Se si può vivere anche senza lavorare, perché farlo? E poi perché studiare? Se il sogno di una ragazza a dieci anni era di fare il medico, crescendo si rende conto che non ne vale più la pena. Progetti destinati a sfumare, a perdersi nel dimenticatoio dei sogni. Studio, specializzazioni su specializzazioni per ritrovarsi un pugno di mosche, o poco più. Allora meglio il Grande Fratello, l'occasione della vita che ti cambia l'esistenza. Fama, successo e soldi senza fare nulla. Cosi ci vogliono, così ci vogliamo.

 

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