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Spingendo la notte più in là

Mario Calabresi rompe il suo lungo silenzio con un saggio-riflessione sui fatti che scossero l’Italia degli anni di piombo.

19.06.2007 - Roberta Fogli



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Mario Calabresi è un giornalista di successo, attualmente corrispondente da New York per il quotidiano Repubblica, collaboratore d’importanti giornali come la Stampa; ma il suo nome non è da ricordare solo per la brillante carriera e il contributo che essa ha dato, e dà ancora oggi all’informazione nel nostro paese; egli, infatti, porta tuttora sulle spalle un fardello, un pezzo di storia di uno dei periodi più bui per il nostro paese e, dopo anni di silenzio e discrezione, ha deciso di rendere pubblico il suo pensiero, di far emergere la sua verità su un fatto accaduto molti anni fa che sconvolse l’Italia e la stessa vita di quel bambino che un tempo fu Mario Calabresi.

I fatti risalgono al periodo degli anni di piombo, quando nel 1969, in seguito alla strage di piazza Fontana, muore in circostanze misteriose un giovane anarchico, il ferroviere Giuseppe Pinelli; convocato in questura e trattenuto per l’interrogatorio oltre i tempi previsti dalla legge, il 15 dicembre 1969 precipitò dalla finestra dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi, incaricato delle indagini sulla strage. Il caso, che sarà velocemente archiviato come accidentale, mobilitò presto l’opinione pubblica e gli esponenti dell’estrema sinistra che si impegnarono in una violenta campagna contro il commissario Calabresi, il quale fu presto oggetto di ripetute minacce ed intimidazioni. Il 17 maggio 1972 Luigi Calabresi viene assassinato davanti alla sua abitazione con due colpi di pistola sparati alle spalle. L’inchiesta sulla sua scomparsa non produrrà risultati concreti fino al 1988, quando Leonardo Marino, ex militante di lotta continua, confessa il suo coinvolgimento nell’omicidio Calabresi, facendo il nome di Ovidio Bompressi e dei mandanti Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani (allora leader del movimento politico). Marino verrà condannato ad 11 anni di carcere in quanto collaboratore di giustizia (pena che cadrà in prescrizione nel 1995), mentre per Bompressi, Sofri e Pietrostefani saranno sentenziati 22 anni di reclusione. Il 31 maggio 2006 il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, firmerà il decreto di concessione di grazia per Ovidio Bompressi, su proposta e approvazione del ministro della Giustizia Clemente Mastella.

“Spingendo la notte più in là” è il titolo del diario-saggio di Mario Calabresi, primogenito del commissario assassinato.

La sua ricostruzione permette di analizzare e rivivere la questione attraverso una doppia prospettiva: da una parte emerge l’esperienza personale come figlio di un personaggio che è stato un protagonista nella storia della politica italiana e la sofferenza estrema che da ciò è derivata, dall’altra è l’analisi obiettiva e scaltra del professionista dell’informazione che non si ferma mai di fronte all’apparenza delle cose, perseverando nella sfrenata ricerca dell’unica verità… Una denuncia all’accanimento strumentalizzato a scopo politico sulla memoria del commissario Calabresi, una critica alla giustizia italiana a volte troppo clemente nel giudizio di crimini ingiustificabili da nessuna ideologia, una mano tesa in segno di solidarietà alle famiglie delle altre vittime di un gioco di potere meschino, un appello all’opinione pubblica perché non dimentichi mai e perché ciò che è accaduto non possa ripetersi più….

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