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venerdì 23 agosto 2019

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Nucleare? No grazie/1

Incontro con Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne di Greenpeace Italia.

09.12.2007 - Indra Galbo



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In una sua recente intervista sul nucleare civile, il professor Zichichi ha affermato che “i paesi che non vanno a passo con il progresso scientifico e tecnologico sono destinati a rimanere indietro” e poi “se noi scienziati avessimo il controllo delle centrali non succederebbe nulla”. Secondo lei si sta veramente ricreando un dibattito in Italia per rimettere in discussione il risultato del referendum dell’ 87 oppure è un tema destinato a morire sul nascere?
Il dibattito in Italia è un riflesso di una discussione che avviene in alcuni tra i Paesi che hanno sviluppato questa tecnologia, come gli USA e il Regno Unito. Negli Stati Uniti il governo ha dovuto introdurre degli incentivi economici molto forti perché per 30 anni nessun imprenditore ha investito in impianti nuovi, ma solo per rimodernare e ripotenziare impianti vecchi. Che nel Paese in cui il mercato elettrico è da tempo completamente liberalizzato si debbano dare soldi pubblici al nucleare è il segno che questa tecnologia è fuori mercato. La stessa discussione è in corso nel Regno Unito esattamente per le stesse ragioni. Che un Paese possa decidere di sovvenzionare un’industria per evitarne il crollo lo si può capire; che lo debba fare un Paese che quest’industria non ce l’ha è assurdo. La verità è che la liberalizzazione del mercato ha marginalizzato il nucleare che comunque rimane tra le fonti convenzionali la più costosa.
L’assurdità del dibattito in Italia è più evidente se si aggiunge che il costo del kilowattora da nuovi impianti nucleari è molto alto. Per impianti che entrino in funzione nel 2015 il costo industriale è stimato dal Dipartimento energia degli USA a 6,3 centesimi di dollaro (del 2005) contro i 5,5 del gas, mentre l’eolico costa un po’ più del nucleare (ma non ha rischi e non produce scorie).
L’incentivo USA al nucleare è di 1,8 centesimi al kWh e verrà concesso ai primi 6000 MW (oltre ad altre facilitazioni come prestiti a tassi agevolati e assicurazioni coperte da fondi pubblici). Grazie a questi generosi incentivi, sono state presentate domande per una trentina di reattori. Ma, secondo l’agenzia di rating Moody’s, solo una o forse due centrali verranno effettivamente costruire: i costi reali di investimento sono doppi di quanto dice l’industria.
Il motivo per cui abbiamo iniziato a importare elettricità dalla Francia è legato sia alla loro sovrapproduzione per cui ci cedevano l’elettricità sottocosto (fermare gli impianti sarebbe stato peggio per lorro) e anche ai rapporti di collaborazione (al 33% tramite Enel) sul Superphenix, un reattore al Plutonio che è stato il più grande fallimento industriale della storia (13 mila miliardi di lire anni 80 e 90, 2,1 miliardi di euro per lo smantellamento) chiuso dopo 54 mesi per i continui incidenti. [Sui costi del nucleare (in inglese)]
L’industria nucleare francese, che non ha mai operato in un mercato liberalizzato, è alla ricerca di commesse essendo in Francia il mercato saturo e qualcuno in Italia forse vorrebbe favorire l’industria francese, magari nell’ambito di uno scambio di accordi con Enel. EDF si è proposta di ricostruire 4 centrali nel Regno Unito (che dovranno essere chiuse), chiedendo però contratti di cessione garantita dell’elettricità per 20 anni, cosa non semplice in un mercato libero. Il dibattito italiano è dunque piuttosto assurdo, ma non del tutto: EDF è azionista di Edison, assieme a ASM di Brescia e AEM di Milano, il cui presidente vorrebbe riaprire Caorso.

Alcuni parlano di una sorta di ipocrisia italiana per il fatto che non produciamo energia nucleare ma la compriamo e anche per decisioni come il decreto Marzano che di fatto delega il trattamento di 235 tonnellate di combustibile irradiato a Francia e Inghilterra. Come rispondete a chi vi da degli “ipocriti”?
Certo comprare elettricità da nucleare da paesi vicini significa esportare una parte dei rischi. Non è vero però che le scorie vengono esportate: il combustibile irraggiato (non tutte le scorie) verrà ritrattato in Francia e ci tornerà indietro come scorie vetrificate per 267 milioni. Una spesa che non risolve nessun problema, per un processo industriale inquinante finalizzato alla separazione del Plutonio, elemento principe per la produzione di bombe. Gli USA, che hanno Plutonio in quantità, hanno smesso di ritrattare le scorie nel 1977 (Presidenza Carter) e da allora nessun governo ha rimesso in discussione quella scelta. Il governo italiano pensa invece che ritrattare il combustibile irraggiato sia saggio.

Ci vuole spiegare a grandi linee quali sono i problemi a Latina e come si è arrivati a una situazione di precarietà delle scorie?

Problemi di gestione dei siti ci sono in tutti i siti nucleari in parte legati al gioco non sempre lineare tra richieste del Comune e risposte della Sogin (ma questi sono temi di piccolo cabotaggio). La questione di maggior rilievo a Latina secondo noi è la quantità di grafite contaminata da radiocarbonio per circa 3000 metri cubi, (tempo di dimezzamento della radioattività di circa 5000 anni) che non rientra nel contratto con la Francia e di cui non si sa cosa fare.

Quanto pesa, in termini di prelievo fiscale, al cittadino italiano lo smaltimento delle scorie radioattive?
Si tratta di un prelievo in bolletta (oneri nucleari) che attualmente ammonta a circa 150 milioni di € all’anno. I costi stimati per lo smantellamento delle centrali sono di oltre 4 miliardi di €. Qualcuno vuole calcolare il costo del kWh nucleare in Italia?

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