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La RAI tra editti e libertà

La morte di Biagi riaccende vecchie polemiche sulla libertà d’informazione televisiva in Italia. Ma perché chi oggi piange Biagi non fa nulla per onorare la sua figura, liberando la Rai dalla servitù dei partiti?

18.12.2007 - Paolo Ribichini



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Era il 18 aprile del 2002 quando Silvio Berlusconi, da un anno a capo del governo, durante un viaggio in Bulgaria dichiarò espressamente: «Biagi, Santoro e [...] Luttazzi hanno fatto della televisione pubblica, pagata con i soldi di tutti, un uso criminoso, ed io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza di non permettere più che questo avvenga».
Dopo poco tempo i tre conclusero la propria collaborazione con la RAI. «Cari telespettatori, questa potrebbe essere l’ultima puntata de ‘Il Fatto’. Dopo 814 trasmissioni non è il caso di commemorarci. Eventualmente è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità che restare a prezzo di certi patteggiamenti». Biagi concluse così la sua ultima trasmissione dell’era berlusconiana.
A Biagi non fu rinnovato il contratto mentre fu chiusa la trasmissione di Santoro “Sciuscià” adducendo motivi di tutela aziendale. Per quanto riguarda la satira, non solo Luttazzi fu allontanato dalla TV pubblica, ma anche i fratelli Guzzanti non ebbero più spazio in Rai. Inoltre, Luttazzi si dovette difendere in giudizio di fronte ad accuse di calunnia, rivelatesi poi infondate. Da quel momento la Rai si trasformò in una televisione ingessata in cui la satira era completamente sparita dai palinsesti, mentre nei Tg e nelle trasmissioni di approfondimento scomparvero i fatti, per lasciar spazio alle opinioni. Santoro venne rimpiazzato dal più politically correct Floris con la trasmissione “Ballarò”, mentre ebbe vita breve la trasmissione filo-clericale e filo-governativa di Antonio Socci, “Excalibur”.
Solo una trasmissione non era stata intaccata dai drastici cambiamenti del 2002: “Porta a Porta” di Bruno Vespa, che, tra un plastico di Cogne e un monologo dell’allora presidente del Consiglio, continuava ad andare dritto per la sua strada della distrazione.
Come non ricordare, poi, l’autocensura applicata regolarmente dal Tg1 sugli strafalcioni berlusconiani? Non è un caso che la Rai in quegli anni vive una seria crisi di ascolti. Mediaset, gruppo televisivo dell’allora presidente del Consiglio, dimostrava certamente maggiore libertà.
La televisione di Stato è stata da sempre asservita al potere politico. «In Cina Martelli ha chiamato Craxi: “Qua c’è un miliardo di persone e son tutti socialisti” e Craxi ha detto “Si, perché?”, “Ma allora se sono tutti socialisti a chi rubano?”». Qualcuno ricorderà questa battuta di Grillo detta in prima serata nella trasmissione “Fantastico 7” del 1986 che gli costò l’esclusione dalla TV pubblica per molti anni.
Fu solo con Mani Pulite che la TV di Stato riuscì in qualche modo ad affrancarsi dalla politica. Non è un caso che proprio con il ciclone che ha rivoluzionato il sistema politico italiano, in Rai sono comparsi giornalisti scomodi come Santoro, il quale parlava di Mafia e di tangenti, e trasmissioni di satira politica come “Avanzi”.

Poi, lentamente, il potere politico si riappropriò della televisione. Con l’Editto Bulgaro si toccò certamente l’apice dell’asservimento dell’informazione pubblica alla politica, ma oggi la situazione non è particolarmente migliore. Né a destra, né a sinistra fa comodo una TV libera. Ogni volta che cambia la maggioranza in parlamento, i direttori dei Tg vengono sostituiti ancora oggi. Biagi è tornato in Rai ma non più su sulla prima rete e non più in un orario in cui poteva nuocere. Non è tornato Luttazzi, che ha firmato un contratto con La7, e non sono tornati i fratelli Guzzanti. La vera anomalia? Santoro. Forse i nuovi vertici Rai di sinistra pensavano che Santoro avrebbe continuato a colpire Berlusconi mentre oggi se lo ritrovano come una spina nel fianco.
L’Editto ebbe successo perché a genuflettersi furono in molti. Quante manifestazioni di protesta da parte dei giornalisti Rai vi furono, per la cacciata di Biagi e Santoro? Ma il vero problema non erano loro, e nemmeno Luttazzi. Mancava, semmai, nel 2001 una voce favorevole al Cavaliere in Rai. Allora perché ammutolire il dissenso invece di migliorare il pluralismo? Pluralismo non significa silenzio, non significa asetticità dell’informazione. Significa dialogo e confronto, senza dimenticare la notizia. Non esiste un giornalista obiettivo. Il giornalista racconta delle storie dal suo punto di vista, determinato dalle sue inclinazioni e dalla sua cultura. L’importante è eliminare gli ostacoli politici alla libertà di espressione e non imporre limiti. Ma finché sarà la politica a controllare la TV pubblica, di libertà ne vedremo sempre poca. Allora perché quelli che oggi esaltano la grande lezione di Biagi, non si adoperano per una legge che affranchi la Rai dalla schiavitù dei partiti?

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