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mercoledì 23 settembre 2020

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Fondi Sovrani. Quale prospettive per il futuro.

Intervista a Gian Cesare Romagnoli sulla Recessione Americana e le conseguenze sull'economia italiana e mondiale.

26.02.2008 - Raffaele Saggio



Uno dei corollari principali della crisi finanziaria statunitense è rappresentato dalle richieste di intervento ai fondi sovrani, da parte delle maggiori banche d’affari e di grandi imprese con problemi di liquidità. Ritiene giuste le preoccupazioni manifestate da molti politici su questo nuovo fenomeno della finanza globale?

I fondi sovrani sono dei fondi d’investimento controllati direttamente dai governi di alcuni paesi. Ora, non sono solo i politici a volerli regolamentare ma anche molti economisti, come Summers o Gros Pietro, i quali segnalano a gran voce i rischi potenziali associati a questi salvataggi dalla crisi originata dai fondi subprime, operati dai fondi sovrani dei sultanati arabi, della Cina e della Russia
La risposta da dare agli economisti e ai politici è, però, molto semplice: se non siamo riusciti a dare una regolamentazione a fondi di natura speculativa come gli hedge fund, i quali non hanno dietro alcun governo, come possiamo pensare, alla luce di tutto questo, di poter porre dei vincoli a fondi sovrani controllati direttamente da governi stranieri e che per di più non hanno natura speculativa?
Ammesso e non concesso che una tale regolamentazione fosse possibile, non ci deve sfuggire che il potere contrattuale rimarrà sempre e comunque nella mani dei titolari di questi fondi i quali sono venuti incontro alla recente crisi degli istituti finanziari statunitensi fornendo la liquidità necessaria per la loro sopravvivenza.
La preoccupazione condivisibile degli economisti e dei politici di fatto cresce nel momento in cui questi titolari stranieri continueranno e aumenteranno i loro interventi dando luogo a vere e proprie scalate delle più importanti imprese industriali e finanziarie del mondo. Questo atteggiamento, in presenza di una crescita continua degli interventi dei fondi sovrani (dai 3000 attuali a 12000 miliardi di $ in 15 anni), metterebbe in discussione anche le sedi delle grandi banche e delle imprese scalate e i loro obiettivi dettati eventualmente non solo da ragioni di mercato (la Cina sta usando ora le sue riserve ufficiali per l’acquisto dei colossi gestori di materie prime – Rio Tinto etc.) ma anche da interessi extraeconomici estendendosi a fattori quali le relazioni internazionali, la cultura, l’intero processo decisionale che possono affiancarsi a riallocazioni significative della ricchezza planetaria verso i paesi petroliferi e i paesi emergenti spesso non democratici. Sicché lo spostamento di Merryl Lynch o di JP Morgan da NY a Shangai non sarebbe solamente un atto formale. E’ paradossale che i popoli relativamente poveri dei paesi emergenti risparmino per finanziare i debiti dei popoli relativamente ricchi. Ma in questo caso, la situazione da cui eravamo partiti potrebbe non limitarsi a una semplice risposta ad un momento di crisi, a un rimedio temporaneo per tamponare un buco finanziario, bensì potrebbe costituire l’inizio di un nuovo cambiamento strutturale, dovuto alla crescita incessante di un potere di liquidità straniero il quale contribuirebbe in maniera decisiva ad uno spostamento di sovranità dall’Occidente ai paesi emergenti. Uno scenario che non solo fa intravedere la possibilità di un rovesciamento gigantesco nell’allocazione della ricchezza ma contiene al suo interno anche un importante messaggio per tutto l’Occidente. Infatti se esso divenisse incapace di produrre beni e finanziare gli investimenti che gli consentano di mantenere il suo elevato standard di vita, dovrebbe ricorrere inevitabilmente e in modo crescente all’indebitamento. Ma a differenza di quanto avvenuto durategli ultimi due secoli, saranno i paesi emergenti a dettare non solo le condizioni di questo indebitamento ma anche le nuove ragioni di scambio.

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