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Ombre di Recessione. L'intervista Completa

L’economia italiana e mondiale alle prese con la crisi statunitense. Ne parliamo con il professor Gian Cesare Romagnoli, ordinario di Politica Economica all’Università di RomaTre

26.02.2008 - Raffaele Saggio



Sempre più presente nelle parole di economisti e politici del pianeta, la recessione americana spaventa non solo l'economia statunitense ma l'intera congiuntura internazionale costretta, oggi più che mai, a fare i conti con le incongruenze e le crisi di una globalizzazione finanziaria giunta ormai alle sue conseguenze più estreme.

Abbiamo cercato di capire con l'aiuto di Gian Cesare Romagnoli, Professore Ordinario di Politica Economica presso la facoltà di Scienze Politiche a RomaTre, quale saranno le implicazioni e le conseguenze di lungo periodo che l'economia mondiale sarà costretta ad affrontare.

Professor Romagnoli, ormai la frenata dell’economia statunitense è sotto gli occhi di tutti. Lasciando da parte il dibattito semantico se e da quando si può parlare di recessione, crede che le recenti mosse della Federal Reserve e della amministrazione Bush riusciranno davvero ad evitare il propagarsi della crisi?


Come lei dice, se si tratti di recessione o di rallentamento si potrà dire solamente fra qualche mese. Comunque, le previsioni di azzeramento della crescita statunitense nel quarto trimestre sono state rispettate, visto l’incremento, prossimo allo zero, registrato dal Pil.
Occorre comunque guardare con attenzione a quest’ultimo dato. A fronte degli effetti reali delle recenti manovre già intraprese per stimolare del 2% le componenti positive della domanda (consumi privati, spesa pubblica, esportazioni), quest’ultima è cresciuta solamente dello 0,6%. Questo è un importante segnale del fatto che, in assenza di interventi, avremmo già incontrato un quadrimestre, appunto l’ultimo del 2007, segnato da una crescita negativa dovuta a una caduta delle scorte. Ora l’annuncio di una doppia manovra a tenaglia, la quale coniuga gli sgravi fiscali proposti dal governo al congresso e i recenti tagli sui tassi d’interesse, potrà avere un importante riflesso sull’andamento dell’economia americana per diluire gli effetti recessivi sulla produzione interna e favorire la crescita dei consumi e degli investimenti. A ciò si aggiunge l’effetto della politica valutaria che da mesi vede il continuo deprezzamento del dollaro nei confronti dell’euro e, in misura minore del renmimbi e dello yen.
D’altra parte, se i dati lasciano presagire una recessione americana, si deve tener conto anche degli effetti monetari sull’aggiustamento dei portafogli dovuto alla caduta dei rendimenti delle attività in dollari e quindi all’inversione dei flussi di attività e passività finanziarie (fuga di capitali che potrebbe deprimere ulteriormente il dollaro, rispetto a euro e yen, e minori fondi per finanziare i deficit gemelli). Questo effetto si aggiungerebbe al prosciugamento del credito dovuto alla crisi dei mutui che ha fatto crollare i prezzi delle case e di conseguenza aperto voragini nei bilanci delle banche e delle società finanziarie e, in prospettiva, delle compagnie di assicurazione. Per contrastare questo rischio sistemico è stata programmata la manovra congiunta di breve periodo sui tassi e sulla politica di sostegno alla domanda. Ma al rischio suddetto se ne possono affiancare altri due: la permanenza di bassi tassi di risparmio e la creazione di altre bolle inflattive dovute a maggiori quantità di moneta non accompagnate da maggiore offerta di beni. Questa risposta risanatrice è però ostacolata dalla presenza degli squilibri strutturali dell’economia US di cui facevano parte anche le bolle immobiliare e finanziaria.

Uno degli interrogativi che sono emersi dal recente congresso di Davos riguarda le nuove economie in ascesa ed in particolare il cosiddetto fenomeno del decoupling, ovvero la possibilità che l’economia asiatica riesca a mantenere gli standard di crescita degli ultimi anni, senza subire dunque l’effetto negativo del ciclo americano. Come valuta una tale ipotesi?

Dieci anni fa, con crescite meno accentuate del commercio internazionale e soprattutto in assenza di fenomeni come quelli cinese ed indiano, come pure brasiliano e russo, una crisi statunitense si sarebbe propagata in maniera molto più veloce e consistente. Oggi invece queste economie emergenti, grazie alla loro notevole forza produttiva, riescono a sostituire, in parte, il motore economico statunitense.
Dico in parte perché il PIL degli Stati Uniti rappresenta più di un quinto del prodotto mondiale e dunque nessun paese può eludere il rischio del contagio globale e non risentire di questa crisi, sia che si tratti di semplice rallentame nto o di vera e propria recessione.

 

Nouriel Roubini
Nouriel Roubini
C’è chi individua nell’economia del nostro paese una delle vittime più probabili di questa sempre più probabile crisi. Mi riferisco in particolare al recente intervento dell’economista Nouriel Roubini che non ha escluso la possibilità che la nostra crescita possa registrare un tasso di crescita negativo nel futuro.

Questa recessione ha un precedente importante, una immagine storica che ci può venire in aiuto per comprendere molti dei suoi possibili effetti, a cominciare da quelli sulle economie europee. Nel 1907 gli Stati Uniti sperimentarono infatti una crisi molto simile a quella attuale, che colpì prima il mercato finanziario e poi quello dei beni dopo un periodo particolarmente florido dal punto di vista economico. Questa crisi portò a due conseguenze: il nazionalismo economico e il protezionismo che favorirono lo spostamento di risorse nella spesa per gli armamenti.
La crisi del 1907 ebbe in Europa due vittime principali: la Germania e l'Italia. Questi due paesi, oggi come allora, presentano infatti una struttura manifatturiera ampia e sensibile all'andamento della domanda globale. E’ per questo che, di fronte al rapido spostamento dell’attuale crisi finanziaria sull'economia reale statunitense, in Europa i paesi più vulnerabili rimangono la Germania e l'Italia. Quest'ultima inoltre, a differenza della Germania, ha sperimentato una scarsa crescita della produttività negli ultimi 10 anni e questo, con un dollaro che continua a perdere valore rispetto all’euro, rende la nostra economia particolarmente fragile di fronte al propagarsi della crisi.
Queste considerazioni ci inducono a sottolineare la crescente vulnerabilità acquisita dal sistema globalizzato che ha favorito l’adozione di modelli economici di crescita basati sulle esportazioni emarginando quelli basati sulla sostituzione delle importazioni. Ciò ha moltiplicato i rapporti di interdipendenza economica tra paesi e moltiplicato i guadagni statici e dinamici del commercio internazionale associati alla specializzazione produttiva. Ciò tuttavia è valso e vale finché vi è una sostanziale distensione delle relazioni internazionali e il processo di crescita non si interrompe. Altrimenti si manifestano i costi associati alla specializzazione produttiva che sono rappresentati dal traboccamento della dipendenza economica in quella politica e dall’azione di un processo demoltiplicatore del reddito molto rischioso per il mantenimento dei livelli di benessere acquisiti dalle popolazioni.

Le vicende recenti hanno reso sempre più chiaro lo spread fra le politiche monetarie della Fed e della BCE, quest’ultima attenta, sin dalla sua istituzione, al controllo dell’inflazione, in linea con gli obiettivi della Bundesbank.
Sono in molti però ad oggi ad invocare un cambiamento di rotta, attraverso l’abbassamento dei tassi d’interesse nel tentativo di stimolare la crescita dell’Europa minacciata dalla possibile propagazione della crisi americana. Condivide tale impostazione?


La differenza delle politiche delle due banche centrali è legata ai loro rispettivi statuti e quindi alle diverse priorità degli obiettivi in essi contenuti. La diversità di questi statuti riflette quella dei contesti economici in cui sono stati scritti.
La Federal Reserve nasce nel 1913, come esito della crisi del 1907 di cui abbiamo parlato poco fa, una crisi che minacciava soprattutto la stabilità finanziaria dei mercati, ma anche il livello di attività economica e l’occupazione degli Stati Uniti. Questi obiettivi si affiancarono perciò, in modo naturale, a quello della difesa del potere d’acquisto della moneta che è comune a tutte le banche centrali.
La BCE ha una storia completamente diversa, nasce alla fine di un periodo di relativa prosperità economica minacciata soprattutto dall’uso perverso della politica fiscale negli anni ’70 e ‘80. Questo spiega perché il Trattato di Maastricht, all’inizio degli anni ’90, ha condizionato soprattutto l’uso irresponsabile dei deficit pubblici strutturali che sono stati all’origine della crescita del debito pubblico e dell’inflazione in molti paesi dell’UE. Oggi, la minaccia prevalente per la BCE, è quella di un accelerazione delle tensioni inflazionistiche, non quella di una crisi internazionale che può contrarre la domanda nei paesi dell’area dell’euro. Per questo ha arrestato il movimento al rialzo dei tassi d’interesse piuttosto che seguire la Fed nella loro riduzione. Occorre comunque tenere presente che anche la Bce ha un “secondo pilastro” che lascia spazio a obiettivi diversi rispetto all’inflazione. Questi obiettivi, tra cui quelli anticiclici, però, possono essere perseguiti solamente se si dimostra che l’azione di stimolo non pregiudichi, oltre il tetto previsto, quello del mantenimento del potere d’acquisto della moneta nei paesi dell’Unione Monetaria Europea.

Dall’altra parte dell’Oceano invece c’è chi individua in Bernanke il nuovo “cavaliere bianco” del capitalismo finanziario statunitense, una definizione che riprende fedelmente quella coniata, in tempi non sospetti, per il suo predecessore, Greenspan.

Greenspan ha certamente esasperato le iniezioni di liquidità e i movimenti dei tassi d’interesse per ragioni legate alla eccezionalità della situazione finanziaria e geopolitica verificatasi a partire dal 2001 pur di disinnescare turbolenze e tracolli del mercato finanziario americano in forte espansione. Bernanke ha mostrato, attraverso le sue recenti mosse da governatore, una notevole attenzione rivolta all’andamento ciclico dell’economia oltre a una disponibilità ad aiutare l’amministrazione in un anno elettorale.
Entrambi hanno mostrato di considerare il ciclo economico patologico e non fisiologico dell’attività economica, nonostante la mainstream economics. E’ fondamentale osservare come, dal punto di vista teorico, ancora una volta la “sintesi neoclassica” continui ad operare attraverso lo scambio di una impostazione teorica dominante, propria della nuova macroeconomia classica, con una effettiva politica economica keynesiana a tutto tondo. Come era già avvenuto con i consiglieri monetaristi di Reagan (incluso Friedman) che avevano suggerito politiche keynesiane all’allora presidente degli Stati Uniti nei momenti di difficoltà del ciclo economico, così oggi Bernanke adopera una politica monetaria espansiva in cui il meccanismo di trasmissione opera, in modo keynesiano, attraverso i tassi d’interesse e l’accompagna ad una politica fiscale di sgravi per incentivare la domanda.
Ciò che sta avvenendo in queste ultime settimane prova che non è la quantità reale di moneta di Don Patinkin, principe della sintesi neoclassica, a guidare le mosse del governatore della banca centrale statunitense. Bernanke ha capito ormai che le continue immissioni di liquidità non possono da sole risolvere i complessi problemi generati dalla crisi.

Uno dei corollari principali della crisi finanziaria statunitense è rappresentato dalle richieste di intervento ai fondi sovrani, da parte delle maggiori banche d’affari e di grandi imprese con problemi di liquidità. Ritiene giuste le preoccupazioni manifestate da molti politici su questo nuovo fenomeno della finanza globale?

I fondi sovrani sono dei fondi d’investimento controllati direttamente dai governi di alcuni paesi. Ora, non sono solo i politici a volerli regolamentare ma anche molti economisti, come Summers o Gros Pietro, i quali segnalano a gran voce i rischi potenziali associati a questi salvataggi dalla crisi originata dai fondi subprime, operati dai fondi sovrani dei sultanati arabi, della Cina e della Russia
La risposta da dare agli economisti e ai politici è, però, molto semplice: se non siamo riusciti a dare una regolamentazione a fondi di natura speculativa come gli hedge fund, i quali non hanno dietro alcun governo, come possiamo pensare, alla luce di tutto questo, di poter porre dei vincoli a fondi sovrani controllati direttamente da governi stranieri e che per di più non hanno natura speculativa?
Ammesso e non concesso che una tale regolamentazione fosse possibile, non ci deve sfuggire che il potere contrattuale rimarrà sempre e comunque nella mani dei titolari di questi fondi i quali sono venuti incontro alla recente crisi degli istituti finanziari statunitensi fornendo la liquidità necessaria per la loro sopravvivenza.
La preoccupazione condivisibile degli economisti e dei politici di fatto cresce nel momento in cui questi titolari stranieri continueranno e aumenteranno i loro interventi dando luogo a vere e proprie scalate delle più importanti imprese industriali e finanziarie del mondo. Questo atteggiamento, in presenza di una crescita continua degli interventi dei fondi sovrani (dai 3000 attuali a 12000 miliardi di $ in 15 anni), metterebbe in discussione anche le sedi delle grandi banche e delle imprese scalate e i loro obiettivi dettati eventualmente non solo da ragioni di mercato (la Cina sta usando ora le sue riserve ufficiali per l’acquisto dei colossi gestori di materie prime – Rio Tinto etc.) ma anche da interessi extraeconomici estendendosi a fattori quali le relazioni internazionali, la cultura, l’intero processo decisionale che possono affiancarsi a riallocazioni significative della ricchezza planetaria verso i paesi petroliferi e i paesi emergenti spesso non democratici. Sicché lo spostamento di Merryl Lynch o di JP Morgan da NY a Shangai non sarebbe solamente un atto formale. E’ paradossale che i popoli relativamente poveri dei paesi emergenti risparmino per finanziare i debiti dei popoli relativamente ricchi. Ma in questo caso, la situazione da cui eravamo partiti potrebbe non limitarsi a una semplice risposta ad un momento di crisi, a un rimedio temporaneo per tamponare un buco finanziario, bensì potrebbe costituire l’inizio di un nuovo cambiamento strutturale, dovuto alla crescita incessante di un potere di liquidità straniero il quale contribuirebbe in maniera decisiva ad uno spostamento di sovranità dall’Occidente ai paesi emergenti. Uno scenario che non solo fa intravedere la possibilità di un rovesciamento gigantesco nell’allocazione della ricchezza ma contiene al suo interno anche un importante messaggio per tutto l’Occidente. Infatti se esso divenisse incapace di produrre beni e finanziare gli investimenti che gli consentano di mantenere il suo elevato standard di vita, dovrebbe ricorrere inevitabilmente e in modo crescente all’indebitamento. Ma a differenza di quanto avvenuto durategli ultimi due secoli, saranno i paesi emergenti a dettare non solo le condizioni di questo indebitamento ma anche le nuove ragioni di scambio.

Professore, un’ultima domanda sull’indagine condotta da Bankitalia che ha avuto come oggetto i redditi delle famiglie. L’emergenza è sotto l’occhio di tutti, i redditi reali da lavoro dipendente sono fermi dal 2000. Noi, come giornale universitario, non possiamo che guardare con allarmismo alla disastrosa situazione dei giovani in Italia. Il noto economista Tito Boeri ha individuato in essa la vera emergenza del paese. La ritiene una affermazione avventata, oppure non siamo poi tanto lontani dalla verità?

Il dibattito in corso su questo tema ci mostra che ci troviamo di fronte a due modi per esplicitare la stessa realtà. Da una parte abbiamo il governatore di Bankitalia, Draghi, il quale da tempo denuncia la scarsa dinamica dei salari e di come essa, secondo l’insegnamento di Keynes, trasmetta i suoi effetti negativi sui effetti negativi sui consumi, sulla domanda interna di beni e servizi e infine sulla crescita. Dall’altra parte vediamo Confindustria dirci continuamente di non guardare ai salari in termini assoluti bensì rapportati alla produttività e osservare come sia stata proprio quest’ultima a rimanere immobile di fronte ad un seppur minimo aumento dei salari.
Condivido la posizione assunta da Tito Boeri che privilegia una risposta di tipo strutturale a una di tipo congiunturale. La ricetta di Boeri è quella di intraprendere una politica di aumento delle remunerazioni differenziata, legando le variazioni salariali, magari esentate dalle imposte, a quelle della produttività, abbandonando gradualmente la contrattazione nazionale a favore di quella aziendale. Il segnale è quello della necessità di cambiamenti strutturali. Occorre quindi trovare dei modi che permettano di premiare la produttività nell’azienda così come occorre trovare un meccanismo che premi il merito all’interno della scuola e dell’ università per dare ai giovani che si impegnano la speranza di migliori prospettive nel futuro.
Perché oggi il giovane si trova troppo spesso penalizzato da una istruzione appiattita nei suoi vari livelli, dalla difficoltà di trovare un tirocinio che gli offra almeno un rimborso spese e da un sistema che lo vede laurearsi ed entrare nel mondo del lavoro con due anni di ritardo rispetto agli altri paesi dell’UE. Tutto questo spiega la reazione di alcuni giovani: lo sballo, il bullismo, la difficoltà di mettere su famiglia. Sono tutti sintomi della stessa paura che finisce per paralizzarli di fronte alla possibilità, decisiva per il futuro del nostro paese, di mettere al mondo un figlio che possa rivivere le loro stesse delusioni, la loro stessa mancanza di speranza.

 

 

 

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