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Ricerca a RomaTre: parla Piccinato

08.03.2008 - Raffaele Saggio



Continuiamo a parlare di ricerca con il professor Giorgio Piccinato, Direttore del dipartimento d’Urbanistica, Senatore Accademico e da pochi giorni candidato Rettore.

Professore, M’P ha assistito alle varie giornate della conferenza d'Ateneo sulla ricerca. Molti hanno voluto sottolineare il fatto che su RomaTre si sia aperta una finestra positiva per quanto riguarda la ricerca all’interno del nostro Ateneo. È d’accordo?
Non mi sento di condividere una tale impostazione. C’è sicuramente del positivo ma occorre sempre tenere a mente che nell’unico screening a livello nazionale che è stato effettuato RomaTre è, nella maggior parte dei casi, al di sotto della media nazionale. Occorrerebbe quindi confrontarsi di più con le università che negli ultimi anni hanno dato maggiori impulsi alla ricerca. È una questione globale, che colpisce sia la politica universitaria che lo stesso organico d’Ateneo. Mi pare scontato, infatti, domandarsi perché nella nostra Università manca spesso il ricercatore di alto livello. Esistono, certamente, alcune punte di eccellenza, ma continuiamo ad avere una media non accettabile, soprattutto se confrontata con realtà a noi simili; anche se bisogna sempre dire che esiste, ancora oggi, una difficoltà reale nel valutare e apportare criteri che rendano uniformi i giudizi sullo stadio reale della ricerca tra le varie facoltà ed università nazionali. Tuttavia, specialmente quando ci confrontiamo con i grandi numeri, dobbiamo smettere di illuderci pensando alla nostra università come un ateneo giovane e brillante.

A questo punto le chiediamo come è la situazione all’interno del suo Dipartimento di Urbanistica?
Noi, in realtà, ci vantiamo di essere una delle poche punte di eccellenza, come del resto anche Scienze Geologiche e Biologia. Le grandi aree di Ateneo, tuttavia, pare siano ancora parecchio indietro.

Una delle note emerse dalla conferenze, sottolineata anche dall’intervento di H. Pinkster, riguarda la carenza di una componente Internazionale all’interno della nostra università. Come valuta un tale risultato?
A livello di Ateneo questo è un dato decisamente negativo. Direi, tuttavia, che il problema è soprattutto a livello generale e quindi non riguarda solamente RomaTre, bensì tutte le università romane che tendono ad essere troppo locali nella loro didattica, evidenziando la scarsa mobilità all’interno del nostro paese.
Il nostro Ateneo non ha comunque affrontato con la dovuta accortezza una politica di internazionalizzazione. Gli sforzi compiuti non credo siano stati sufficienti; si è evitato di affrontare la questione in modo sistematico, introducendo delle strutture che permettessero degli scambi con altri ricercatori stranieri, come invece avviene all’estero.

Il Rettore Fabiani ha più volte sottolineato come RomaTre debba cominciare a pensare seriamente ad uno sviluppo interno, capace di premiare la qualità all’interno della nostra università. Ci può dire cosa è stato dall’Ateneo in tal senso?
Comincio con il dire che sono perfettamente d’accordo con quanto detto dal Rettore, ma ultimamente non mi sembra che questo sia avvenuto con la necessaria forza, anche se non credo sia giusto accusare solamente Fabiani per questo. Il supporto alla qualità, che include ovviamente politiche generali d’Ateneo di supporto della ricerca, è certamente molto difficile da farsi: le università sono universi molto complessi in cui, giustamente, gli interessi sono molto diversificati.
In questa incertezza globale degli sforzi certamente ci sono stati, anche se di impatto minimo. Non parlo solamente di investimenti in termini finanziari bensì mi riferisco ad un piano più strettamente politico. Ad esempio il discorso sulla valutazione interna è stato affrontato troppo “all’acqua di rose”, con risultati di conseguenza molto approssimativi.

Lei personalmente quali temi si sentirebbe di portare avanti per la nostra politica universitaria?
Sicuramente maggiore comunicazione e trasparenza, anche se questa può sembrare sempre una brutta parola da dire. La comunicazione è davvero carente. Anche negli organi elettivi, come nel Senato Accademico, le decisioni vengono prese senza una sufficiente conoscenza.
Poi c’è tutta una serie di problemi strutturali, come ad esempio il problema relativo al personale non docente dell’università, vittima di un processo di formazione non uniforme. Parliamoci chiaro: esistono ovviamente delle persone che svolgono molto bene il loro lavoro, ma allo stesso tempo incontriamo casi di inefficienza e scarsa preparazione che ben si riflettono, ad esempio, nella poca conoscenza della lingua inglese, uno strumento fondamentale se pensiamo davvero di voler diventare una università internazionale.
Infine c’è il problema dei servizi, a cominciare dagli quelli dedicati agli studenti stranieri. È del tutto impossibile pensare che oggi le nostre strutture siano in grado di accogliere facilmente studenti arabi o cinesi.
Tutti questi problemi vengono a galla successivamente quando arriva il momento di diffusione dei lavori di ricerca all’estero, aggravando ancora di più la posizione delle università italiane e quindi il loro confronto con le realtà accademiche europee e non solo.

E la recente modifica dello statuto, che permetterà di ottenere un quarto mandato per il Rettore attualmente in carica, crede inciderà negativamente su queste istanze di cambiamento?
Credo che questi temi di cui abbiamo appena parlato sono di interesse generali per l’università e chiunque sia il Rettore dovrebbe affrontarli.
Detto questo, alla modifica dello statuto ero personalmente contrario, soprattutto per quanto concerne per il suo aspetto negativo nel bloccare la crescita della struttura, degli altri candidati e delle proposte alternative.
C’è chi sostiene che Fabiani abbia fatto così bene e che nessuno potrà mai fare meglio di lui. Può darsi, ma in questo modo non avremo più ricambio e finiremo per bloccare la crescita della nostra classe dirigente universitaria.
E poi nessuno è davvero indispensabile, neanche il Rettore Fabiani, anche se il mio giudizio su di lui non deve essere per forza visto negativamente.

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