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venerdì 23 agosto 2019

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LEGALITA’ E INTERNET, RAPPORTO DIFFICILE?

Intervista al Prof. Vincenzo Zeno Zencovich, docente ordinario presso il nostro Ateneo delle cattedre di diritto privato comparato, sistemi giuridici comparati e diritt

11.12.2007 - Alessandro Sica



Il Disegno di legge (Ddl) Levi. Una proposta che ha fatto molto discutere nelle scorse settimane poichè metteva a rischio la sopravvivenza di praticamente tutti i blog italiani. Che ne pensa?

Mi sembra che in realtà questo disegno di legge sia ancorato ad una visione preistorica del mondo dell’informazione e della comunicazione. Il tentativo di fornire definizioni che, tra l’altro, avrebbero effetto solo in Italia e non nel resto del mondo nell’attuale situazione di comunicazione globale, mi pare un’ipotesi velleitaria. Un tentativo di limitare le straordinarie capacità informative di cui dispongono tutti i cittadini mettendo delle “gabbiette” di cui veramente non si sente il bisogno. Esiste già il diritto ordinario che è più che sufficiente. Il problema semmai è un problema di enforcement: non abbiamo bisogno di nuove leggi ma dobbiamo vedere un attimo come applicare quelle già esistenti.

Secondo lei questo Ddl è stato semplicemente redatto in modo erroneo, o il suo vero intento era realmente quello di “zittire” i blog italiani, soprattutto quelli più scomodi, come ad esempio quello di Beppe Grillo?
Se devo esprimere il mio parere in tutta sincerità, se Beppe Grillo facesse il comico anzichè un mestiere che non gli è proprio,sarebbe meglio per tutti...
Detto questo, non secondo me non è tanto un problema che riguarda solo i blog, altrimenti ci si riduce ad una visione un pò restrittiva dell’uso del web. Il punto è che tutti possono usare le risorse di informazione elettronica e fare informazione. Ma nel momento in cui ciò accade, obbligare all’iscrizione in un registro piuttosto che in un altro, ci riporta ad una visione analoga a quella del 1400-1500 quando chi aveva una macchina tipografica, per avere la possibilità di stampare, era obbligato ad ottenere l’autorizzazione dal sovrano. Questa è una visione che al giorno d’oggi non trova esempi analoghi in giro per il mondo.


Parliamo del Ddl sulla riforma del diritto d’autore proposto dal senatore Pecoraro Scanio. In pratica si tratterebbe di legalizzare la pratica del P2P a fronte del pagamento di un canone mensile da versare alle Major...
Il problema della riproduzione di contenuti digitali è un problema molto complesso ed ancora una volta di carattere planetario. Una soluzione nazionale francamente mi sembra risibile. Non si può pensare di risolverlo autonomamente in un singolo stato, poichè la maggior parte di questi contenuti provengono da paesi diversi (in particolare dagli Stati Uniti, soprattutto per quanto riguarda i contenuti audiovisivi e musicali). Detto ciò, ci sono alcuni equivoci da evitare. Sicuramente nel corso degli ultimi 25 anni c’è stata un’espansione ipertrofica del diritto d’autore, con i produttori di contenuti che hanno cercato di contrastare l’erosione di profitti dovuti alla digitalizzazione attraverso forme di tutela più stringenti e rigorose. Questa tendenza viene fortemente contrastata perchè nella comune percezione, gran parte di ciò che viaggia in rete è facilmente fruibile in maniera gratuita. Ma è una visione poco realistica e illegittima: stiamo sempre parlando di opere di ingegno da tutelare. Così come uno non va al cinema gratis non si capisce perchè debba poter scaricare gratis dalla rete lo stesso film. Mi sfugge proprio il senso di questa rivendicazione. Deve esser ben chiara però la differenza tra chi cede ad un amico una canzone e chi invece mette in rete dei film e consente a chiunque di riprodurlo senza pagare niente.


Software e hardware da tempo sono venduti assieme in modo inscindibile dai grandi produttori di computer. Recentemente però in Italia e in Francia ci sono state alcune sentenze giurisprudenziali favorevoli a consumatori che chiedevano il rimborso di licenze Windows pagate obbligatoriamente al momento dell’acquisto del notebook, ma in realtà non richieste. Acer per ora è l’unica azienda che ha previsto una procedura di rimborso standard delle licenze per tutti coloro che ne facciano richiesta. E’ d’accordo nell’abbattere del tutto quest’ennesimo cartello posto dalle grandi aziende e procedere direttamente alla vendita separata di software e hardware?
Dagli anni 70 negli usa il Department of Justice aveva imposto, o meglio, vietato, ad IBM la vendita abbinata di hardware e software. Da quella decisione che smantellò il monopolio di IBM e quindi dalla conseguente apertura del mercato, è nata Microsoft. Mi sembrerebbe assolutamente ovvio, e non dovrebbe essere solo un’iniziativa di una singola impresa, che a chiunque acquisti un elaboratore venga offerta in partenza la possibilità di scegliere tra diversi sistemi operativi. Attualmente invece o si sceglie Windows o un Macintosh. Non c’è altra possibilità. Tra l’altro anche il caso Macintosh è particolare. Nonostante non si trovi in una posizione monopolistica, non è possibile acquistare uno dei loro esteticamente bellissimi computer senza prendere anche i programmi Apple. Steve Jobs può esser più simpatico di Bill Gates perchè guadagna meno, ma il problema mi pare che sia assolutamente identico. Mi sembra che rientri nella normale regola della concorrenza, regola che da questo punto di vista mi sembra non venga molto rispettata.


Linux e la P.A. (Pubblica Amministrazione): un matrimonio possibile in futuro visto e considerato che permetterebbe di risparmiare i costi delle licenze e magari personalizzare di più i programmi secondo le proprie esigenze?
Ritengo che una scelta del genere porterebbe una serie di effetti positivi. Innanzitutto un notevole risparmio di spesa pubblica sul costo delle licenze. Poi, un incremento delle capacità informatiche all’interno della P.A. perchè i programmi open source richiedono che la P.A. abbia al proprio interno delle persone che siano in grado di operare sui programmi stessi per poterli personalizzare a seconda delle esigenze lavorative. Questo dunque aumenterebbe sensibilmente la capacità tecnica del personale della PA. Infine ci sarebbe la possibilità di realizzare un meccanismo di condivisione di risorse informatiche dei programmi open source realizzati all’interno della pubblica amministrazione. Ad esempio, se il ministero della difesa progettasse un’efficiente sistema di gestione degli appalti questo programma potrebbe essere usato anche dal ministero dei trasporti.
Credo che sia una strada che debba essere seguita con forza seppur rispettando i tempi necessari. Il ministro Stanca aveva introdotto questo principio (e Stanca non era sospettabile di antipatia nei confronti dei grandi produttori poichè proveniva dll’IBM) ma confido che anche l’attuale maggioranza(che continua a occuparsi di innovazione tecnologica e di risparmio di spesa) insista altrettanto per l’adozione di programmi open source all’interno della P.A.

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