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Serie TV: Prison Break

La nuova serie di culto made in USA si nasconde dietro i tatuaggi di Mr. Scofield

10.08.2008 - Valentina Ariete



Gli appassionati di telefilm pensavano che “I segreti di Twin Peaks” fosse il massimo. Poi arrivò “Buffy” e i vampiri tornarono di moda. Poi “I Soprano”, “Six Feet Under” e “24” sembravano aver battuto tutti. Arrivò “Nip/Tuck” e per un attimo si pensò che un telefilm più cult non ci potesse essere. Giunse infine “Lost”e con questo veramente tutti hanno detto:"Non ci può essere niente di più geniale!". E invece si sbagliavano. Nel 2005 è comparsa sugli schermi americani una serie veramente, veramente, veramente stracult: “Prison Break”. La trama in breve è questa: Michael Scofield, brillante ingegnere di Chicago, fa una rapina, viene arrestato e rinchiuso nel carcere di massima sicurezza Fox River. Perché mai un uomo dalla vita apparentemente perfetta si fa sbattere in galera con i peggiori delinquenti? In realtà Michael è lì perché nella prigione c’è suo fratello Lincoln, condannato a morte per un delitto che non ha commesso, e lui si è fatto tatuare su tutto il corpo la piantina del carcere con lo scopo di farlo evadere. A complicare la situazione ci sono il compagno di cella di Michael, Sucre, il secondino Bellick, il direttore del carcere Pope, la bella dottoressa Sarah e i detenuti T-Bag, Abbruzzi e Franklin. Detta così la storia sembra abbastanza banale, se non fosse che il protagonista della serie è un vero genio e sono già leggendarie le trovate che inventa per evadere dal carcere: miscele chimiche che sciolgono grate, buchi apparentemente insignificanti che fanno crollare muri perché realizzati da una mente matematica e tante altre invenzioni così complicate e brillanti che non si possono raccontare, vanno viste e letteralmente vissute. Questa serie si distingue da tutte le altre perché ogni minimo dettaglio è importante ai fini della storia e ogni evento è perfettamente consequenziale al precedente: non c’è nulla di lasciato al caso, di superficiale o di così assurdo che non avrà mai una spiegazione. Il ritmo della storia è sempre a livelli altissimi e non c’è un singolo istante in cui non si pensi:"Oh mio Dio che è successo!". I personaggi poi sono memorabili: finalmente non ci sono i buoni e i cattivi, le vittime e gli aguzzini, ognuno ha luci e ombre, ha qualcosa da nascondere ed è sopraffatto dagli eventi proprio come nella vita vera. Dopo le prime puntate non potrete più farne a meno: è comprovato che questo telefilm dà dipendenza totale. Inoltre, a differenza di altri titoli che già dalla seconda serie cominciano a perdere mordente, nella seconda stagione “Prison Break” riesce a superarsi: i fratelli, riusciti ad evadere, devono compiere una fuga disperata per non farsi arrestare di nuovo e a questo punto viene introdotto un personaggio leggendario, l’agente del FBI, Alexander Mahone la vera nemesi di Michael, l’unico altrettanto intelligente e in grado di tenergli testa. La storia qui si fa ancora più complicata perché il complotto organizzato contro Lincoln si scopre esser architettato da pesci molto, molto grossi. Ma non si può dire di più, altrimenti si rovina la sorpresa. In America è appena cominciata la terza stagione che sicuramente, viste le premesse, sarà ancora migliore delle precedenti. Il bello di “Prison Break” è proprio questo: gli sceneggiatori sono così geniali che quando pensi non possano inventarsi più nulla, succede sempre qualcosa che ti lascia senza parole. Scordatevi quindi chirurghi corrotti, supereroi scontati e isole misteriose che non si sa se avranno mai una spiegazione plausibile e lasciatevi conquistare dalla logica cristallina, dal ritmo sincopato e dal fascino dei personaggi di “Prison Break”, la nuova serie di culto degli anni duemila.

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