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giovedì 01 ottobre 2020


Scuola italiana... accesso vietato!

19.09.2012 - Enrico De Col

Tra i tanti problemi del sistema Italia uno dei più gravi, confrontato anche ai corrispettivi esempi europei, è quello dell'accesso all'insegnamento nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado, ovvero è la storia di quei tanti ragazzi e ragazze neolaureati che, mossi da un impeto quasi "vocazionale", vogliono diventare docenti.

Addentriamoci dunque nel mare magnum delle riforme e controriforme che negli anni hanno garantito un'unica sicurezza: l'impossibilità di sapere cosa succederà nel giro di pochi giorni da quando esce l'ultima legge. (Quanto segue si riferisce alle scuole secondarie e sarà esposto solo in modo sintetico per fare chiarezza, non ha pretese di completezza). Nell'ormai lontano 1999 ci fu l'ultimo concorso pubblico nazionale per l'immissione in ruolo, poi vennero poi istituite le famigerate Ssis (scuole di specializzazione per l'insegnamento nella scuola secondaria) che garantivano, una volta terminate, di conseguire l'abilitazione e l'accesso alle graduatorie di "prima fascia". Spesso definite dei carrozzoni costosi e poco utili ai fini professionali (in pratica si allungava l'università di altri due anni), furono finalmente abolite nel 2008, senza però essere rimpiazzate con un metodo di reclutamento alternativo. E chi si era laureato da quell'anno in poi? Restava nel limbo, impossibilitato ad abilitarsi.

Costoro ogni due o tre anni potevano accedere alle graduatorie di terza fascia, quelle solo per le supplenze. Inutile dire che, avendo un punteggio basso o nullo, la possibilità di essere chiamati era (ed è) pari allo zero. Resta l'opzione delle scuole private, paritarie o regionali, che permettono di fare esperienza e guadare punteggi. Un mondo molto variegato che in alcuni casi dipende dai finanziamenti locali (oggi fortemente tagliati), in altri è gestito in modo padronale da presidi con poteri assurdi che decidono "vita e morte" dei loro dipendenti.

Quest'anno l'ennesima novità, il così detto TFA (tirocinio formativo attivo). Ed è stata tragicomica. Il TFA si struttura in più fasi: prima - nello scorso luglio - un test preliminare a crocette con 60 domande a risposta multipla, sulle materie di competenza, poi due prove, una orale e una scritta. Chi passa tutto questo iter accede ad un anno di tirocinio nelle scuole che è inframezzato da lezioni all'università. Premio finale: l'abilitazione alla prima fascia, meglio nota come il "precariato della scuola pubblica". Costo dell'operazione: 100 euro per partecipare al test, cui vanno aggiunti i costi di iscrizione al TFA per chi passa le tre prove suddette (varia dall'Ateneo, dai 2000 euro in su). Svolgimento: domande nozionistiche su autori e opere minori, indovinelli (versi di poesia misteriosi da individuare), comprensioni di testo dalle più varie interpretazioni, domande su competenze che non si insegnano neanche all'università e chi più ne ha più ne metta...

Risultati: il test di filosofia è stato passato da 144 studenti su 3000 a livello nazionale. Molti test hanno avuto domande errate perché imprecise, ambigue o proprio sbagliate (quello delle materie letterarie ben 12 su 60) poi considerate tutte come esatte. Insomma, una strage che dimostra che, o tutti i laureati sono somari, o che il test era fatto solo per sfoltire i numeri (già comunque esigui, basti pensare che in "palio" per le materie letterarie di scuole medie e superiori di tutto il Veneto c'erano solo 60 posti). Replica del Miur, gli esperti che hanno creato il tutto: «i test erano stati fatti ai tempi del precedente Ministro». Conclusione: un nulla di fatto già al primo tentativo per il 90% degli aspiranti docenti italiani. 

Tra poco partirà pure un nuovo concorso per stabilizzare i precari storici, di cui ancora non si conoscono i contenuti. Se non altro si può dire che con il governo Monti sono stati fatti (male) dei passi avanti notevoli, creando opportunità che non si vedevano da anni.

In conclusione l'accesso alla scuola pubblica (in particolare quella di secondo grado) resta forse l'unico settore dove non solo non viene premiato il merito (e questa non è una novità) ma in cui i tanti sacrifici (studio, soldi, tempo) non vengono minimamente ripagati. E' un paradosso perché non si può accedere nemmeno al precariato. In molte professioni la strada è più o meno chiara, sai cosa ti aspetta e quali sforzi dovrai fare (come studiare medicina per esempio), in teoria i più bravi e/o tenaci alla fine ce la fanno. Nella scuola invece no, l'accesso è proprio vietato. Senza poi considerare tutti gli altri faticosi fattori dell'insegnamento vero e proprio (come la gestione dei ragazzi di oggi). Al momento l'amara considerazione è che i giovani sono proprio tagliati fuori. Potrebbero, con le loro energie, risollevare l'ambiente (anche questo tra i più vecchi d'Europa) ma il buon senso impone loro di lasciar perdere una strada così confusa, difficile e senza soddisfazioni. Perché si lotta per un posto di lavoro dignitoso, che aiuti e sia rispettato dalla società, in cui far valere le proprie competenze, non si può lottare per diventare precari.

L'appello accorato è dunque quello di riformare drasticamente il reclutamento per le scuole, unica via per un ricambio in un settore fondamentale per la crescita, culturale e sociale del nostro paese.

 

 

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