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giovedì 01 ottobre 2020


Il rapporto difficile tra università e politica

Intervista al professor D’Alessio: la burocrazia universitaria, la laurea triennale che non conta, le richieste al nuovo governo

25.02.2008 - Lorenzo Biondi



L’Università, la (troppa) burocrazia, la politica. Ne parliamo con il Professor Gianfranco D’Alessio, direttore del Dipartimento di Istituzioni pubbliche, economia e società, e organizzatore del recente convegno per i dieci anni dalle leggi Bassanini – che hanno costituito «l’episodio più corposo di riforma amministrativa degli ultimi decenni, secondo alcuni addirittura il più importante dal 1865», ci spiega il professore.

Il peso della burocrazia all’Università spesso è percepito come eccessivo: cosa si è fatto e cosa ancora si può fare?
«Come ha ricordato il Rettore durante il convegno, l’università è una pubblica amministrazione e ha una sua burocrazia, con cui noi tutti ci incontriamo e spesso ci scontriamo. Il mio “pallino” è quello della formazione: si va dalle difficoltà create dalle nuove tecnologie - specie in un’organizzazione a “rete” come l’università - a quelle che riguardano l’aggiornamento sui dati normativi e le nuove forme di gestione a carattere manageriale.
«Andrebbe poi fatto un aggiornamento nelle università su cosa è cambiato nelle amministrazioni, e nelle amministrazioni su cosa è cambiato nelle università. Per esempio nelle amministrazioni, che sono delle grandi datrici di lavoro, non c’è consapevolezza dell’offerta delle università: dei nuovi titoli di studio, del 3+2, dei contenuti dei diversi corsi. Lo si vede nelle commissioni dei concorsi: c’è un pregiudizio enorme nei confronti delle lauree triennali, che vengono considerate lauree di quart’ordine; è vero che spesso, per come è stata gestita nel mondo accademico, la riforma non ha dato i risultati sperati, ma non si può discriminare a priori, e c’è un problema di valore legale del titolo.»

Università e riforme: quanto conta il dibattito accademico per la politica?
«Poco. La politica utilizza a volte l’università e le sue competenze, anche per le sintonie ideologiche e politiche di qualche docente con questa o quella maggioranza di governo. Ma è un uso abbastanza strumentale: si utilizzano le energie delle università ma solo sul piano della fiducia personale, coinvolgendo raramente l’istituzione in quanto tale.
«Nel caso del nostro convegno c’è stato anche un altro problema, interno all’Università: abbiamo chiamato ad intervenire il Ministro Amato perché il Professor Amato è un autorevole esperto della materia, e abbiamo badato ad invitare esponenti sia dell’ultimo Governo sia del Governo Berlusconi. Alcuni studenti, di destra e di sinistra, hanno protestato per questa presenza o per la “militarizzazione” della Facoltà: ma è da chiedersi se abbia senso privarsi del contributo di uno studioso di fama internazionale per il fatto che questi ricopre una carica politico-istituzionale; e si rischia di arrivare a dire che “qui non si deve parlare di politica”, il che appare paradossale specialmente in una Facoltà di Scienze Politiche.»

A proposito di ospiti illustri al convegno: il ruolo di Roma Tre nell’organizzare convegni di alto livello è crescente. Ma non potrebbero essere considerati come «distrazioni» dal lavoro universitario, semplici tentativi di mettersi in mostra?
«L’idea è quella di cercare attraverso iniziative pubbliche un riscontro delle attività che svolgiamo. Questi momenti possono avere anche un ritorno per l’immagine esterna, ma è importante che riguardino questioni di cui ci occupiamo regolarmente, come nel caso del convegno sul sistema amministrativo, che ha avuto ad oggetto temi centrali per ben due corsi di laurea della Facoltà e per molte delle ricerche del nostro Dipartimento: le relazioni, una volta pubblicate, potranno avere sicuramente un’utilità anche per l’attività didattica. Se invece c’è una schizofrenia tra l’attività universitaria e un convegno, allora queste iniziative possono a volte essere inopportune.»

Durante il convegno Amato ha accusato i «vincitori del 2001» di non aver saputo cogliere lo spirito delle riforme. Cosa chiede la PA al prossimo governo, e cosa chiede l’università al prossimo governo?
«Al governo si chiede di mantenere un impegno che tutti assumono in campagna elettorale: dare rilievo al ruolo della formazione e della ricerca. Promesse che regolarmente non vengono mantenute. Le motivazioni sono di carattere economico, ma anche legate a vicende contingenti o a spinte di gruppi di interesse: pensi all’ultima legge finanziaria, in cui alcuni fondi destinati all’università sono stati tagliati per venire incontro alle esigenze degli autotrasportatori. Questo fa capire che voci un po’ più prepotenti hanno la priorità su chi non ha la forza di farsi sentire. Certo ci vuole la consapevolezza che l’università, poi, deve rispondere sul piano dei risultati, della qualità di quello che produce.
«Quanto all’innovazione dell’amministrazione, Amato ha ragione: l’impostazione della riforma Bassanini è stata completamente cancellata nel 2001, così come il secondo Governo Prodi ha scarsamente valorizzato alcuni (pur limitati) elementi positivi derivanti da decisioni dal Governo precedente. Un errore che è stato fatto dagli ultimi governi è aver eliminato (scorporando ministeri e dipartimenti) un soggetto propulsore, in grado di guidare lil processo di riforma: serve, oltre ad una coerenza del progetto, una continuità nell’azione riformatrice ed un’unitarietà nella gestione della sua attuazione.
«Certo l’attenzione a queste tematiche non è uguale per tutti: esiste un modo di pensare - trasversale, ma che si colloca prevalentemente nel centrodestra - che ritiene che l’amministrazione migliore sia quella che non c’è. Così come in una parte della sinistra c’è l’idea che “pubblico è bello” e “privato è brutto”, e quindi il ruolo del pubblico va garantito al di là di ogni innovazione e a prescindere dalla efficacia della sua azione. Bisogna uscire da queste due logiche, trovare una linea equilibrata: l’amministrazione può essere un male, ma è un male necessario; ne vanno fotografate le criticità, per trovare dei rimedi che consentano di costruire un sistema amministrativo davvero in grado di rispondere alle istanze dei cittadini. È da dubitare, però, che nella classe dirigente ci sia davvero la capacità e la volontà di andare in questa direzione».
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