Strict Standards: Only variables should be passed by reference in /web/htdocs/www.mpnews.it/home/archivio/config/routing.php on line 4
MP News | Archivio
collabora redazione chi siamo


giovedì 01 ottobre 2020


“I programmi di studio? Fatti per i professori, non per gli studenti”

Intervista al professor Patrick Boylan

06.05.2008 - Andrea Pergola



«Ecco da dove è venuta l'idea del happening con i fantasmi nel cortile e sulla scalinata: se tu potessi vedere lo spirito di ogni studente che ha abbandonato Roma Tre – vedresti solo fantasmi in giro. Ti accorgeresti allora che qualcosa non va»

Professor Boylan, ma la vuole smettere di rompere i maroni? Prima ha dormito fuori la Facoltà di lettere e filosofia dentro una tenda; ora vestito da Virgilio si fa seguire da un gruppo di studenti scagnozzi vestiti da Casper. Non siamo mica in California! Cosa vuole ottenere?
«Un po' di serietà da parte delle istituzioni. Il mio Corso di Laurea in particolare: Lingue e Comunicazione Internazionale. Bada bene, riconosco i meriti del mio Corso di Laurea, che soffre però dell'antico vizio universitario di cui soffrono i CdL in generale: fanno i programmi di studio più per i professori che per gli studenti. Nel mio caso, i programmi di Lingua sono frutto non di un progetto didattico complessivo elaborato in risposta alla richiesta di saperi specifici da parte degli studenti e della società, ma di una spartizione tra fazioni di docenti, ognuno che tira la coperta dalla sua parte. Risultato: dal momento che nel mio CdL non ci sono "baroni" potenti nel settore lingue, abbiamo un Corso di Laurea in Lingue con insufficiente spazio dato...alle lingue. Ti pare una cosa seria? Guarda, lo posso quantificare: da noi lo studente studia due lingue straniere che, messe insieme, contano per meno del 40% dei crediti totali! A filosofia, invece, il 60% dei crediti sono in filosofia, come è giusto che sia. Dopo il primo o secondo anno lo studente si rende conto che con questo programma di studio, uscirà dall'Università sapendo tutto tranne le lingue. Si scoraggia e lascia. Ecco la principale causa degli "abbandoni", che io chiamo "morti bianche" perché, come nei cantieri, la gente sparisce e non sembrerebbero esserci delle responsabilità da parte delle strutture. Invece responsabilità ce ne sono: nel caso di Lingue, sono quelle del CdL che non ha mostrato la serietà che si riscontra altrove.
Negli atenei europei infatti – cito la Sorbona – gli studenti vengono trattati con più rispetto, i programmi corrispondono maggiormente alle loro aspirazioni. Già vent'anni fa la Sorbona prevedeva, accanto alla tradizionale laurea in lingue e letterature straniere, una laurea in mediazione linguistica che offriva corsi sulla traduzione interculturale e sul negoziato interculturale per gli studenti francesi che volevano cultura, sì, ma anche conoscenze "pratiche" nelle lingue in quanto vive. Quindi all'estero da 20 anni hanno quello che ancora oggi non siamo riusciti a creare qui da noi a Lingue, ossia un corso di laurea che insegni la lingua viva come cultura e come conoscenza operativa. Non sorprende, dunque, che altrove in Europa solo uno studente su cinque abbandona; in Italia due studenti su tre. Risultato: in Italia solo il 10% della popolazione è laureata, gli altri paesi hanno due, tre o quattro volte più laureati ogni cento abitanti. La presenza massiccia di laureati in questi paesi non crea disoccupazione intellettuale: al contrario, avendo a disposizione una grande concentrazione di competenze e di intelligenze, le industrie del terziario avanzato possono decollare in questi paesi. Sembra una contraddizione, ma con più laureati c'è più lavoro per tutti e più lavori qualificati. In Italia invece, i laureati che ci sono risultano troppi per i pochi posti ministeriali a concorso e, nel contempo, troppo pochi per far decollare un vasto settore terziario avanzato, la cosiddetta “Economia della Conoscenza”.»

I corsi di lingua delle altre facoltà sono migliori? Può indicarcene uno come modello?
«Tra le facoltà straniere conosco personalmente i corsi alla Sorbona, a Lille, a Lipsia, a Ghent e a Laval: sono ottimi. In Italia conosco i programmi a Torino e a Bologna; sembra che essi corrispondano meglio alle richieste di saperi degli studenti. Comunque in Italia complessivamente le lingue, e in particolare gli insegnamenti della lingua viva, sono quasi ovunque la “Cenerentola”. All'inizio di questa intervista hai accennato alla protesta che alcuni studenti ed io stiamo facendo in questi giorni. Ebbene questa protesta ha come scopo quello di chiedere una normativa generale che obblighi qualsiasi CdL a rendere conto alla società civile, delle proprie scelte educative e formative. Libertà assoluta d'insegnamento, sì! Ma non libertà assoluta nell'elaborare i programmi di studio, perché i programmi condizionano il futuro dei giovani. Condizionano anche il futuro economico e culturale del paese. Queste scelte devono essere responsabilizzate.»

Come si è comportato l'attuale Rettore di fronte alle sue proteste?
«L'attuale Rettore è consapevole del problema, anzi nel suo programma fa qualche proposta per attenuare gli abbandoni. Ma non affronta la questione spinosa dei vincoli da porre sull'assoluta discrezionalità di cui godono oggi i docenti nel fare i programmi di studio. Del resto, non potrebbe: sarebbe suicida farlo durante una campagna elettorale.»

Ha ottenuto risposte dagli altri candidati alla carica di rettore?
«Stesso discorso, siamo in campagna elettorale: non è possible fare proposte limitative della discrezionalità dei docenti e poi sperare di ottenere i loro voti. Devo dire, però, che la professoressa Potestio, in un dibattito pubblico, si è sbilanciata e ha detto che da Rettore vigilerebbe perché i programmi di studio siano "sostenibili".»

Lei non sembra avere molto a cuore la sua carriera accademica: si sta mettendo contro tutta la dirigenza ed è arrivato a dare le dimissioni. E' tanto egocentrico da rischiare il posto?
«Egocentrico? Pensavo dicessi "altruista". Nei fatti, però, non mi sento nemmeno altruista. Faccio quello che posso per le persone che ho a cuore, in questo caso i miei studenti. Ecco tutto. So che le proteste "scocciano". Ma che devo fare? Ho usato per anni i metodi discreti che usano i colleghi non "baroni" per smuovere le cose, con pochi risultati. Perciò non mi rimane che denunciare i soprusi contro gli studenti quando mi sembra di vederne, pur sapendo che l'Università reagirà male. Ho imparato a nutrire molti sospetti verso chi, da una parte, difende lo status quo nel votare programmi di studio inamovibili e poi, dall'altra parte, si professa difensore delle grandi tradizioni universitarie umanistiche. Magari fosse un umanista! A me il suo comportamento sembra più tipico degli Scolastici, contro i quali lottavano gli umanisti. Gli umanisti erano veri ribelli. Comunque la mia non è ribellione fine a se stessa o esibizionismo, è solo un tentativo di rompere l'omertà “vaticanense” che impedisce a questa Università di mettersi davvero in questione.»

Parla di "baroni" e di programmi decisi non in base ai bisogni degli studenti e del paese, ma in base ai giochi di potere tra fazioni di "baroni". Ci spieghi meglio: perché avverrebbero questi presunti giochi di potere?
«L'università italiana, soprattutto nel settore umanistico, cambia così lentamente perché si formano raggruppamenti di docenti che, attraverso la programmazione degli studi, si garantiscono a vicenda un afflusso costante di studenti. Costringono gli studenti a seguire certe materie che, altrimenti, avrebbero le aule semi-vuote, non importa se queste materie non siano centrali nel progetto formativo degli studenti. Usano gli studenti come un “parco buoi”. Ciò facendo acquisiscono le basi numeriche per chiedere assistenti. Grazie ai numeri, possono chiedere anche nuove cattedre (ossia nuovi docenti che diventeranno voti sicuri nei Consigli). Possono, così, chiedere con maggior successo più fondi, orari più comodi, attrezzature e via discorrendo.»

Perché non ci fa qualche nome? La prego: apra gli occhi a noi studenti.
«Una polpetta avvelenata, questa domanda! A capeggiare questi raggruppamenti sono i docenti ordinari influenti. Chi? Basta andare sul sito di Roma Tre, vedere la composizione di un CdL, individuare gli ordinari, poi cercare in Internet per vedere quali sono (o sono stati) dappertutto nelle commissioni che decidono fondi e carriere, nelle istituzioni di governo dell'ateneo, negli organismi esterni come le società di consultazione e via discorrendo.»

Mi spieghi una cosa...lei è californiano: avete donne in bikini tutto l'anno. Perché è venuto a dannarsi l'anima qui in Italia?
«Le donne californiane in bikini non hanno il senso italiano del tempo, cioè della nostra insignificanza nel flusso degli eventi; non hanno il senso italiano dell'umanità che ci rende solidali verso chi ci sta intorno e comprensivi delle debolezze umane; non hanno il senso italiano della fisicità che ha prodotto le opere di Caravaggio ma anche le lasagne al forno. Insomma, alla lunga non è molto interessante parlare con una donna californiana in bikini di reality show e di carriere mentre si ingoia un Big Mac, credimi. Certo, Mediaset sta facendo tutto per inculcare proprio quella cultura qui, ma ancora trovo gente che resiste.»

Potrebbe gentilmente indicarmi fonti alle quali fare riferimento per i dati che lei snocciola?
«Apprezzo la serietà e, come ho detto all'inizio, vorrei che i Corsi di Laurea a Roma Tre ne avessero altrettanta, pubblicando sul sito dell'università i dati sugli abbandoni. L'unico documento che ho potuto reperire è uno studio occasionale del 2002-03 commissionato dal Senato Accademico. Il Rapporto Ministeriale 2006, il Rapporto OCSE/Banca d'Italia 2007 ed alcuni articoli giornalistici recenti: (1, 2 e 3) parlano di 1 abbandono ogni 5 studenti in Europa e di 2 abbandoni ogni 3 in Italia, per una medesima percentuale della popolazione iscritta all'Università. Per quanto riguarda il caso specifico di Lingue a Roma Tre, da anni svolgo approfonditi studi qualitativi e quantitativi. Chiedo alle matricole nei miei corsi di riempire una scheda indicando, oltre ad un recapito, la loro formazione anteriore e le loro aspettative. Confronto queste schede con quelle che chiedo loro di riempire al terzo anno quando li incontro di nuovo. In quanto agli studenti che non arrivano al terzo anno perché fuori corso o abbandoni, scrivo ad una campionatura di loro per avere un'idea dei relativi motivi. L'insieme di queste pratiche mi dà una finestra sul fenomeno a Lingue, non totale ma abbastanza attendibile. Premesso ciò, i miei dati quantitativi indicano che il tasso di abbandoni a Lingue oscilla tra il 55 e il 70%, a seconda della leva. Analizzando i dati qualitativi poi, da un'analisi delle email raccolte, si evince chiaramente che il motivo principale dell'abbandono è il disappunto nello scoprire che a Lingue si studiano le lingue per troppo pochi crediti rispetto al totale. Sono persone che tante volte nessuno conosce. Ecco da dove è venuta l'idea del happening con i fantasmi nel cortile e sulla scalinata. Chiedete ai vostri rappresentanti di fare qualcosa per fermare questa strage, anche per un puro calcolo egoistico. Infatti, è nell’interesse di ogni studente che ci siano più laureati

BlinkListDiggFacebookFurlGoogleLinkedInLiveMySpaceNetscapeNetvibesNewsVineOk NotiziePliggPliggaloPostanotiziePrintRankaloSegnaloStumbleUponTechnoratiTechnotizieTwitterYahooBuzzdel.icio.usemailfainformazione.it

Commenti

Per poter lasciare un commento devi prima effettuare il login o registrarti al sito.