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domenica 22 settembre 2019


L’Italia degli snack e l’Europa sbagliata

Al G20 l’Italia si è presentata senza richieste, scegliendo un fragile allineamento a Francia e Germania

05.04.2009 - Lorenzo Biondi



 

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LONDRA - A pochi giorni dall’inizio del G20 di Londra, il quotidiano britannico Guardian ha pubblicato un inserto con venti domande sul vertice. In una, il giornale indicava i Paesi che al summit ci sarebbero stati «solo per gli snack»; insomma, solo a fare presenza. Un elenco piuttosto lungo, a dire il vero: Canada, Messico, Spagna e diversi altri. E Italia.

È vero. La linea ufficiale la aveva spiegata bene Giulio Tremonti alla vigilia della riunione preparatoria di Horsham, due settimane fa: sostegno per la creazione di «legal standards» comuni, cioè regole per la finanza accettate a livello globale, e pressioni «culturali». Aveva detto il Ministro: «Siamo in una fase in cui servono dichiarazioni di principi. Poi vedremo come applicare i principi. La crisi può essere una causa storica di accelerazione: crediamo nel diritto come contenitore di valori etici.»

 

Tutto molto bello, ma in pratica? L’Italia è arrivata a Londra con tre richieste. La prima è quella di regole chiare e più stringenti, in linea con la posizione franco-tedesca. Con la differenza che Francia e Germania questa linea «di principio» l’hanno riempita con la proposta (concretissima) di estendere la regolamentazione agli hedge funds. Proposta di cui lo stesso Tremonti si dichiarava all’oscuro fino al giorno prima di Horsham.
Il controllo degli hedge funds è poi stato inserito nel documento finale del G20. Merito di certo dell’azione comune dei Paesi europei; ma fino a che punto l’Italia ha pesato?
Seconda richiesta: il riferimento alla «dimensione umana della crisi» e al sostegno per i più deboli. La mattina del 2 aprile, entrando al centro Excel dove si sarebbe svolto l’incontro, il Presidente Berlusconi ha allungato a Gordon Brown un foglio. «Era l’emendamento sulla dimensione umana», ha poi spiegato con soddisfazione. Sì, perché il testo conclusivo ha incluso l’impegno a «sostenere l’occupazione stimolando la crescita, investendo sull’educazione e tramite politiche attive sul mercato del lavoro, concentrandoci sui soggetti più vulnerabili.»
Anche questo un bel successo. È importante che i grandi della Terra si siano ricordati che la crisi tocca prima di tutto le persone. Il punto è che un emendamento del genere crea ben pochi vincoli per gli Stati. Un ottimo principio, ma come lo si applica?
Terzo elemento: il G20 è un incontro importante, ma il G8 della Maddalena (presieduto dall’Italia) lo sarà di più, perché è lì che si prenderanno le decisioni vere. E allora poco importa se questo documento non conterrà niente di rivoluzionario; se ne tornerà a parlare in Sardegna. È qui che è emersa la debolezza italiana; un Paese senza grandi pretese ne ha incontrati altri con pretese elevatissime.


A Berlusconi è stata riconosciuta la capacità di «creare il clima», anche se con un’esuberanza goffa e talvolta fuori luogo (e spesso con un’imbarazzante carenza di senso delle istituzioni); ma le decisioni importanti le hanno prese altri. Basti guardare l’agenda degli incontri bilaterali del premier qui a Londra: nessun colloquio privato con Obama, con Brown, con la Cina, e neppure con gli altri europei.
Francia e Germania sono arrivati al G20 con l’idea di «alzare l’asticella», per cercare di ottenere di più sul tema delle regole anche a costo di far saltare l’accordo. Se fosse accaduto, dando risalto alla voce europea, sarebbe stato un successo davvero misero per questa «Europa» a due sulle sponde del Reno. È una fortuna che abbiano trovato controparti disposte a trattare, perché il fallimento del vertice avrebbe potuto solo aggravare la crisi.


Durante i precedenti governi Berlusconi, l’Italia si era allineata a Stati Uniti e Gran Bretagna sugli interventi in Medio Oriente. Ora si è detto: l’Italia torna all’Europa, avvicinandosi all’asse franco-tedesco. Ma è stato un avvicinamento quasi casuale, di circostanza. Più che scegliere una posizione, abbiamo scelto di non avere una posizione. Forse è meglio che stare dalla parte sbagliata. Ma il rischio è che non ci invitino più ai tavoli delle decisioni importanti, neanche per gli snack

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