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domenica 22 settembre 2019


RyanAir festeggia il sì di Dublino

In Irlanda vince il “si” per la ratifica del Trattato di Lisbona

07.10.2009 - Lorenzo Biondi



Al secondo tentativo l'Irlanda ha detto sì. Sedici mesi dopo il voto negativo nel primo referendum sul Trattato di Lisbona, gli elettori irlandesi hanno cambiato idea, per la gioia degli euro-entusiasti di tutto il continente e del governo di centro-destra in crisi di popolarità. Ma non solo. Il più felice di tutti sembra essere il re dei voli low-cost Michael O'Leary, presidente di RyanAir, e con lui altri colossi come Microsoft, Intel o la farmaceutica Pfizer.

La sola RyanAir aveva investito mezzo milione d'euro nella campagna elettorale per il sì, le altre aziende poco meno. In un Paese che conta non più di tre milioni di potenziali elettori, sono cifre da capogiro. Tanto entusiasmo per il Trattato di Lisbona? In un certo senso, sì. L'Irlanda è da anni una preziosa «testa di ponte» per molte multinazionali americane: pur facendo parte del mercato comune europeo, l'isola offre un regime fiscale più vantaggioso di qualsiasi altro Paese dell'Europa occidentale. L'ipotesi di un'Irlanda che si allontana dall'Unione europea spaventava non poco le corporations d'oltre oceano.

Qualche motivazione aggiuntiva per RyanAir, vettore irlandese che controlla la fetta più grande del mercato low-cost europeo. Lo stesso O'Leary, a pochi giorni dal voto, aveva ammesso: «Una delle ragioni per cui sostengo il sì è che il nostro governo è incompetente, ma li devo convicere a vendermi AerLingus», la compagnia di bandiera della Repubblica. Il primo ministro Brian Cowen, conservatore del Fianna Fail, ha scommesso molto sulla vittoria del sì per rilanciare le fortune del governo di coalizione, fiaccato dalla crisi economica e dalle accuse di incompetenza.
L'esecutivo controlla il 25% delle azioni di AerLingus, RyanAir ne ha già comprato il 30%, ma ulteriori acquisizioni vennero bloccate proprio dalla Commissione europea, per violazione delle regole sulla concorrenza. A quanto pare O'Leary non si è dato per vinto: sostenere il sì all'Europa per sedurre il governo e scavalcare il veto di Bruxelles.

Anche Microsoft in passato aveva avuto a che fare col Direttorato Competitività della Commissione europea, ma sembra che i vecchi rancori non abbiano lasciato traccia. Uno che invece ha la memoria lunga è Rupert Murdoch, il magnate delle telecomunicazioni. La sua più che decennale avversione alle istituzioni europee non ha mancato di manifestarsi prima del voto irlandese, con le edizioni irlandesi del Sun e del Times impegnate in prima linea nella campagna per il no. Un coinvolgimento non irrilevante, considerando che la stampa britannica controlla un quarto del mercato dei quotidiani sul suolo d'Irlanda.

L'impegno di Murdoch, però, potrebbe esser stato controproducente. Così come quello dello Uk Independence Party, la destra antieuropeista britannica, che ha fatto recapitare volantini contro il Trattato di Lisbona in ogni casa d'Irlanda.
Il fronte del sì ha avuto gioco facile nel derubricare la propaganda inglese come l'ennesimo attacco della «perfida Albione» all'indipendenza irlandese. L'Irish Times, quotidiano vicino al governo, ha parlato di «influenze maligne» in arrivo dalla Gran Bretagna. Il laburista Eamon Gilmore - leader del principale partito d'opposizione, ma allineato alle posizioni dell'esecutivo sull'Europa - ha spiegato: «Se i Tories vengono eletti al governo [a Londra], la mia preoccupazione è per un'Europa a due velocità: un'Europa continentale e le isole britanniche. E noi ricadremmo sotto l'influenza del Regno Unito». Un pensiero che avrà fatto rabbrividire non pochi irlandesi.

Ma più che la diffidenza per gli inglesi, hanno contato le questioni economiche. L'Irlanda è stato il primo Paese europeo ad essere colpito dalla crisi, con il tasso di disoccupazione in ascesa al 15%. Il gruppo antieuropeista Coir («Giustizia») ha incentrato la propria campagna elettorale sull'argomento che il Trattato di Lisbona abbasserebbe il livello del salario minimo in Irlanda da 8,65 a 1,84 euro. A Dublino i loro manifesti elettorali, nella notte precedente il voto, sono stati coperti dalla scritta «bugie».
Secondo il comitato per il sì, almeno 54 organizzazioni imprenditoriali si sarebbero schierate a favore della ratifica: aziende che forniscono complessivamente 1,7 milioni di posti di lavoro. Con queste premesse, la vittoria del sì non sorprende. E allora poco importa, dal punto di vista irlandese, che la ratifica del Trattato apra la strada alla nomina di un inglese, l'ex premier Tony Blair, come primo Presidente dell'Unione.

 

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