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giovedì 01 ottobre 2020


Intervento del rappresentante degli studenti, Pietro Salvatori

Una sfida per l'Università

18.10.2007 - Redazione



Magnifico Rettore,
Amplissimi Presidi,
Chiarissimi Professori,
Illustri Autorità Presenti,
Signore e Signori tutti.

Ho l’onore e la responsabilità di rappresentare in questa solenne giornata l’intero corpo studentesco del nostro Ateneo, che si ritrova a vivere, dopo un lungo e proficuo periodo di assestamento, una fase di consolidamento e di ulteriore maturazione.
È auspicabile che tale fase non significhi adagiarsi su quanto di buono è stato fatto finora, ma rappresenti, un’occasione feconda per stimolare ancora di più la vitalità ideale e culturale della nostra comunità accademica, favorendo quotidianamente la visibilità di quel capitale umano che costituisce il sale del sistema universitario e che è rappresentato da noi studenti.
Da questo punto di vista, non si può non sottolineare come, pur con tutte le inevitabili difficoltà del caso, nel panorama cittadino, la nostra sia probabilmente la realtà accademica che meno si è fatta imbalsamare da schemi burocratico-istituzionali, che più ha incentrato nel rapporto e nella “cura” del singolo studente la propria credibilità e il proprio prestigio.
Oggi ci troviamo di fronte alle considerazioni e alla sfida che il recente ‘decreto delle classi di laurea’ pone all’intera Università italiana, e che riteniamo sia – o debba essere – colta come un ottimo spunto per riflettere a tutto tondo sullo stato dell’intero sistema.
È nostro convincimento, infatti, che il decreto in parola evidenzi in modo preciso e puntuale l’alternativa di fronte alla quale si trova oggi ogni giovane che intenda iscriversi all’Università:
1) scegliere di vivere questo fondamentale momento della propria vita come una semplice, spesso sterile, rincorsa all’acquisizione di crediti, all’interno di un’organizzazione del sapere frazionata in moduli; o invece
2) vivere questo “nuovo inizio” come momento unico e imparagonabile per una scoperta reale di cosa sia vivere, di cosa possa costruire una dimensione umana e culturale di spessore, più appassionante, più consona ai propri desideri e alle proprie aspirazioni.
Non possiamo esimerci in tal senso dal notare come, fino ad oggi, si sia assistito ad un atteggiamento da parte dell’accademia intera volto a far prevalere la prima strada: ci riferiamo in particolare al sistema del 3+2 e al conseguente eccessivo frazionamento di esami o moduli di esami: lo diciamo chiaramente, tutto ciò non favorisce una reale organicità del sapere, non fa crescere la ragione e la libertà, in una parola non educa. Se aggiungiamo che l’attuazione del decreto sul taglio delle spese intermedie ha costretto, con scelte che potevano essere più ponderate, gli Atenei a ridurre al minimo possibile gli orari di apertura di aule e laboratori notiamo come la situazione generale abbia subito un’ulteriore complicazione all’interno di un quadro già decisamente problematico. Ma il 3+2 è legge e occorre applicarla al meglio.
Nel panorama ora brevemente tracciato, il ‘decreto delle classi’ si pone su questa linea di confine, gettando le basi perché il singolo ateneo sia sostenuto a valorizzare una maggior cura e attenzione nei confronti del curriculum formativo degli studenti e andando verso un’omogeneizzazione, all’interno delle diversi classi di laurea, di una conoscenza che oggi, in molti casi, risulta per lo più disorganica. Ma si scontra inevitabilmente con una serie di posizioni di rendita difficilmente scardinabili, di cui sono esempio principe quelle di un personale docente spesso sovrabbondante, incardinatosi grazie alla proliferazione di corsi dovuta all’immediata applicazione del modello del 3+2: è nostro convincimento che esse possono porsi come il vero grande ostacolo ad una riforma che, pur con tutte le attenzioni e i dubbi che si possono porre, porta con sé aspetti di rilievo, che non vanno trascurati, né assimilati a semplici modifiche tecniche o amministrative.
Occorre dire che tale decreto rappresenta per noi studenti un punto di partenza interessante per stimolare un dibattito franco e serio su una serie di questioni, le quali, se affrontate superficialmente, rischiano di ridurre l’Università ad un arido esamificio, invece di celebrarla come luogo di elaborazione di idee, di imprescindibile humus culturale del Paese.
Inoltre, è nostra ferma opinione che il fermento che si profila (e che già in parte si avverte nel nostro Ateneo), rispetto alle diverse possibili prospettive di cambiamento, deve tener conto dell’emergere di un dato fondamentale e per certi aspetti nuovo rispetto al passato: ci riferiamo al sorgere e al proliferare di tutta una realtà di studenti che, per iniziativa personale o tramite associazioni studentesche, avvertono il desiderio di implicarsi in prima persona, di vivere fino in fondo la propria permanenza nell’ambiente di studio, a 360°, coinvolgendosi attivamente nei processi decisionali che investono il quotidiano, rischiando un giudizio sugli aspetti più stringenti della realtà con cui tutti i giorni entrano in contatto. Ad essi occorre guardare, essi occorre coinvolgere, essi occorre amare.
Concludendo, ci sembra importante dire una parola su cosa tocca a noi studenti, protagonisti della vita universitaria che troppo spesso ci poniamo come sindacalisti di noi stessi senza realmente interessarci della nostra crescita. Su questo mi sia consentito parlare per me ed esprimere un auspicio per tutti: che quest’Anno Accademico, che si inaugura oggi in modo solenne, non sia per noi il riavviarsi della “solita routine”, il riassestarsi stanco di dinamiche conosciute, ma si connoti evidentemente come un “nuovo inizio”, da affrontarsi con slancio, ideale e concreto allo stesso tempo, e con una passione per l’istituzione in cui si vive che, è il mio auspicio più accorato, sia il fondamento per un ritrovarsi comune di tutte le realtà e di tutte le componenti presenti in Ateneo.
Per questo ci auguriamo che chi guida oggi e chi guiderà in futuro la nostra comunità si percepisca innanzitutto come grande educatore, anche se educare, cioè introdurre alla realtà e al suo significato, è una responsabilità di tutti noi, nessuno escluso.
Sentiamo il bisogno di avere come riferimento Maestri, nel senso più alto del termine, che consegnino la nostra ricca tradizione culturale alla libertà degli studenti, che li accompagnino nella verifica piena delle ragioni e del senso della realtà, che insegnino loro a stimare ed amare se stessi e le cose. Perché l’educazione comporta un rischio, sempre contenuto in un rapporto tra due libertà. Chiediamo ai nostri professori di non rinunciare con noi, di insistere, di essere tenaci come padri. Perché ci siano i figli occorrono prima i padri, lo dice la natura. E ce ne sono!
D’altronde, riteniamo indispensabile che da parte innanzitutto delle autorità d’Ateneo, ci sia un riconoscimento sempre più convinto, un dialogo realmente interessato e una valorizzazione di quel capitale umano che, attraverso le iniziative di singoli o istanze organizzate, già ora emerge dal corpo studentesco.
È solo a partire da una adeguata considerazione nei confronti di chi l’Università la vive tutti i giorni con passione, da protagonista attivo e non da mero fruitore disinteressato, che la grande sfida dell’educazione cui ci richiamavamo prima e che oggi si pone di fronte a tutti può essere affrontata con la convinzione di essersi incamminati sulla giusta strada.
Sappiamo che come in Italia anche in Cile gli studenti reclamano il diritto di essere considerati protagonisti del loro percorso formativo. Alla Presidente della Repubblica del Cile Sig.ra Bachelet così come alle autorità politiche italiane chiediamo che sia dato concreto ascolto ai bisogni più profondi di chi rappresenta il futuro del Cile e dell’Italia.
È con questo auspicio che auguro a tutti noi un buon inizio di Anno Accademico e un buon lavoro.
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