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martedì 29 settembre 2020

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Ponte mediterraneo

Italia e Libia rinsaldano i propri legami e rimarginano una ferita storica. Greggio, finanza e investimenti in un intreccio che si gioca anche sul dramma dei disperati che solcano il Mediterraneo per raggiungere il nostro Paese

23.11.2008 - Pietro Parisella



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Il Parlamento italiano e il Congresso del popolo libico si apprestano a ratificare il Trattato di amicizia siglato lo scorso 30 ottobre da Berlusconi e Gheddafi. Il Trattato intensificherà i già forti legami tra i due Paesi, e va inquadrato da un lato nel più ampio raggio dell’attivismo diplomatico dell’Italia nel Mediterraneo, dall’altro in quello della volontà libica di allentare la tensione con l’Occidente al fine di reinvestirvi i propri petroldollari.

 

Tempi di ratifica

Da Tripoli premono per una ratifica rapida, come confermato dall’ambasciatore libico a Roma Hafez Gaddur, che ha parlato di un voto positivo in Libia addirittura entro la fine di novembre. Più caute sono le previsioni per la ratifica italiana, che si farà aspettare verosimilmente almeno fino a primavera, se non addirittura per un anno.

 

Contenuti

Espressamente volto a chiudere il contenzioso storico del colonialismo italiano in Libia, carta polemica da sempre giocata da Gheddafi nei rapporti con Roma, il “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” italo-libico impegna l’Italia ad investire nel Paese nordafricano, attraverso imprese italiane, 5 miliardi di euro nei prossimi 20 anni. Mettere una pietra sopra il passato coloniale, anche attraverso capitoli dedicati alla cooperazione militare e al coordinamento dell’azione bilaterale in materia migratoria.

 

Interessi reciproci

Italia e Libia hanno forti legami economico-finanziari. L’Italia è un attore-chiave per l’economia petrolifera del Paese nordafricano: l’ENI è il maggiore produttore di greggio libico, e l’Italia è il maggiore importatore di esso. Radicata è anche la presenza di imprese italiane in Libia, e con l’impegno finanziario e la clausola di preferenza contenuti nell’accordo del 30 ottobre questa è destinata ad aumentare ulteriormente, soprattutto nel settore delle infrastrutture di trasporto, verso cui verosimilmente sarà destinata buona parte di quei 5 miliardi previsti nel trattato. Se l’Italia opera attraverso investimenti diretti, la Libia è interessata a costituirsi un proprio portafoglio finanziario internazionale. È storia recente e ben nota, a tal riguardo, l’ingresso di investitori libici nel capitale di Unicredit, mossa che fa parte del più ampio disegno di Tripoli di legami strategici intessuti investendo i proventi dell’esportazione del greggio; disegno nel quale il nostro paese rappresenta un bacino di interesse crescente. V’è poi il capitolo movimenti migratori, campo tra i più delicati, dato che tanti degli immigrati illegalmente diretti verso l’Italia passano proprio dalla Libia, e Gheddafi ha finora utilizzato i flussi in uscita dal proprio Paese come elemento di pressione nei confronti dei vari governi italiani.

 

Ventaglio politico

Gheddafi vede nell’Italia un partner pragmatico, che offre ciò di cui la Libia ha bisogno (mercato per l’export petrolifero, mercato finanziario in cui penetrare, investimenti diretti, tecnologia militare) e che ha al contempo bisogno della cooperazione libica per allentare la pressione migratoria in entrata. L’Italia non mette in discussione la natura del regime di Gheddafi, come gli Stati Uniti, e non ha una ambizione egemonica sull’area, come la Francia; anzi, essa opera proprio sulle relazioni bilaterali per ritagliarsi un qualche ruolo di “ponte” verso il Mediterraneo al di fuori delle aspirazioni francesi, un ruolo da spendere in Europa e nelle relazioni con Washington. Gheddafi è consapevole di tutto ciò, e preferisce questo tipo di partner non intrusivo e relativamente debole per avvicinarsi all’Occidente, trarne ciò di cui ha bisogno, e operare in vista di una relativa distensione con Washington, già avviata in questi ultimi mesi di amministrazione Bush con lo storico incontro dello scorso 5 settmebre tra Condoleeza Rice e il leader libico. Mentre si tessono le fila di questo gioco diplomatico, però, continua a consumarsi il dramma dei disperati che muoiono annegati nelle acque tra la Sicilia e la Libia tentando di raggiungere il nostro Paese in condizioni di viaggio disumane, preda della criminalità organizzata che ne direziona i flussi.

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