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martedì 29 settembre 2020

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Un miliardo di poveri al mondo

Le nostre responsabilità, il nostro silenzio, i nostri interessi

31.10.2009 - Pietro Parisella



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Immaginate gli abitanti di Europa, Giappone e Stati Uniti messi insieme. Spazzate via i loro redditi e lasciateli vivere - che dico, sopravvivere - con uno o due dollari al giorno. Lasciateli in sostanza morire di fame. Spegnete ora questo tremendo esperimento mentale e aprite gli occhi sull'ancor più tremendo, perché reale, dato di fatto: più di un miliardo di persone al mondo soffrono la fame. Sono dati del più recente State of Food Insecurity in the World della FAO, pubblicato non molti giorni fa.

Questi poveri non hanno accesso al cibo, perché non dispongono di un reddito sufficiente ad accedere ai mercati alimentari o di un'autoproduzione idonea a garantire un consumo di sussistenza.

Questo miliardo di poveri che soffrono la fame smentisce la vulgata sulla diminuzione della povertà mondiale nell'ultimo trentennio, portata avanti da istituzioni finanziarie e di ricerca quali la Banca mondiale e per troppo tempo accettata, quasi acriticamente, a livello internazionale. La verità che emana dal recente rapporto della FAO è che sostanzialmente, durante il periodo di intensificata globalizzazione dell'economia e di accelerata crescita e diffusione del turbo capitalismo, sono aumentate sia la ricchezza sia la povertà. I frutti della crescita della produzione e delle opportunità di profitto connesse alla diffusione delle nuove tecnologie, alla liberalizzazione del commercio e dei flussi di capitale mondiali e all'internazionalizzazione della produzione attraverso gli investimenti diretti esteri sono andati a vantaggio di alcuni paesi, di alcune regioni, di alcuni gruppi sociali e di alcuni operatori economici, ma non hanno diffuso globalmente prosperità e benessere, né tanto meno sradicato dal complesso del pianeta la povertà e l'indigenza, la fame e la sete. Dal punto di vista geografico, la fame è diminuita in alcuni paesi (Cina su tutti), ricomparsa in altri (Occidente) e ha continuato ad abbracciare centinaia di milioni di persone in regioni (Asia meridionale, Africa sub-sahariana) e contesti sociali (slums, bidonville e favelas di mezzo mondo, aree rurali depresse) rimaste ai margini della crescita economica mondiale.

Assistiamo inermi a questa catastrofe umana, non consapevoli, quando non assuefatti, della fame quotidiana, dell'esistenza di milioni di persone come noi cui non è concesso però - dal sistema economico e di proprietà, dalle condizioni ambientali, dalle guerre - di poter disporre della propria vita come.

Un tempo potevamo forse miopemente chiudere gli occhi, perché quel mondo era anche a casa nostra oltre che lontano da noi, e non avevamo rapporti diretti con le privazioni che lo affliggevano. Ma oggi non possiamo: abbiamo la responsabilità storica di aver dominato quel mondo con le armi e di averlo immerso nel nostro sistema di produzione, di scambio e di consumo. Non possiamo cullarci nella globalizzazione dell'economia, avviata e tutt'ora trainata dagli interessi e dai profitti degli operatori provenienti dalla nostra parte di mondo opulento, e chiudere gli occhi sulla globalizzazione della povertà. Questa, evidentemente, ci scotta e non ci deve interessare, perché la verità sulla sua esistenza è un tutt'uno con la realtà della profonda ingiustizia del modello di sviluppo globale che ha permesso di espandere la ricchezza della nostra fetta di mondo; ed è l'altra faccia della medaglia delle contraddizioni e dei fallimenti della cooperazione che abbiamo finanziato.

Dai nostri ministeri, dalle nostre banche per lo sviluppo internazionale, dalla Banca mondiale, dal Fondo monetario internazionale e dalle agenzie di sviluppo delle Nazioni Unite abbiamo prescritto ricette, realizzato investimenti, erogato enormi finanziamenti. Nei casi migliori, siamo intervenuti in ritardo ma in buona fede, abbiamo "messo una pezza" quando la tragedia si faceva per noi umanamente intollerabile; nei peggiori, abbiamo condizionato il nostro aiuto e dispiegato i nostri progetti in modo interessato, finalizzato a fare di comunità lontane dei mercati accessibili e profittevoli per i nostri traffici e i nostri investimenti. Abbiamo molto spesso poggiato su elite autocratiche e operatori locali interessati soltanto al consolidamento del proprio potere politico, economico e sociale. Abbiamo avallato condizioni di sfruttamento per mandare avanti la nostra locomotiva, nell'illusoria menzogna che la crescita della produzione avrebbe incluso i più poveri, che il nostro sistema di produzione avrebbe creato opportunità per tutti, che il prezzo del drenaggio delle risorse del pianeta sarebbe stato funzionale allo sradicamento di condizioni di povertà intollerabili.

Questa è la verità che dobbiamo accettare. Questo è il fallimento da cui dobbiamo imparare. È ora di invertire radicalmente l'ordine di priorità del sistema globalizzato in cui, ancora per poco, i nostri stati, i nostri eserciti, i nostri consumi, le nostre banche e le nostre multinazionali sono dominanti; è ora di invertire radicalmente l'orientamento della nostra politica e della nostra cooperazione internazionale.

Mettiamo i poveri al primo posto, nella loro reale dimensione d'esistenza e non nella loro funzionalità alla nostra idea di progresso e di crescita economica, sulla cui sostenibilità e giustizia, anche per il nostro bene, dovremmo iniziare seriamente ad interrogarci. Accettiamo la dignità dell'esistenza di comunità lontane dalla produzione di massa, dalla nostra tecnologia di consumo, dall'adozione dell'individualismo comportamentale e consumistico. Liberiamo la nostra assistenza dai nostri interessi, dalle nostre burocrazie, dalle nostre teorie e dai nostri modelli. Diamo invece ai poveri opportunità attraverso un credito dimensionato alle loro esigenze, alle loro concrete e sentite prospettive di avanzamento socioeconomico, piuttosto che portare loro infrastrutture che violano le loro terre e cui per la loro povertà non hanno accesso. Portiamo loro libertà sostanziale e non sistemi di produzione attratti dalla loro mancanza di reddito e dall'assenza di tutele alla loro salute e dell'ambiente in cui vivono. Mettiamo la loro persona e la dignità della loro esistenza al centro della nostra agenda e della nostra sensibilità.

 

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