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giovedì 01 ottobre 2020

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Palestina anno zero

MEDIO ORIENTE. Accesso alle risorse, Cisgiordania e Gerusalemme, futuro dell’OLP. Intervista con Mohammad Ghazawnah del Land Research Center.

15.03.2010 - Feliciano Iudicone



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Signor Ghazawnah, può dirci di cosa si occupa il Land Research Center?

È una Ong palestinese, fondata nel 1986, che si occupa anzitutto di monitorare le violazioni che vengono compiute dalle forze di occupazione israeliana in Cisgiordania nel settore agricolo. Congiuntamente, l'attività si estende al monitoraggio del rispetto dei diritti umani, della demolizione di case, delle confische di terreni, degli insediamenti, etc... Questo è il nostro lavoro, cerchiamo di documentare violazioni in questi campi e diffondere in tutto il mondo materiale informativo in materia. Cerchiamo poi di aiutare i contadini che si trovano in situazioni molto difficili attraverso progetti, microinterventi e un sostegno per fare resistere la terra, perché i piccoli coltivatori si trovano da soli di fronte a un mostro che si chiama occupazione e confisca dei terreni. Noi con dei microprogetti mirati, con l'aiuto della comunità internazionale, delle Ong, specialmente dell'Italia, riusciamo a fare qualcosa per i contadini, ma resta qualcosa in un mare di buio. 

Recenti studi dimostrano che di fatto, in Cisgiordania, è stato fortemente limitato l'accesso all'acqua per le popolazioni palestinesi residenti. Cosa può dirci al riguardo?

Secondo gli accordi di Oslo, lo status dell'acqua doveva essere trattato nella fase finale del processo di pace. Per questo il controllo dell'acqua è nelle mani degli israeliani, nella Cisgiordania specialmente, intendo. Nella striscia di Gaza la situazione è molto molto critica perché si è vicini al mare, e il consumo di acqua è maggiore dell'acqua che arriva. La percentuale di sale è aumentata e l'acqua lì non è pressoché adatta per l'uso umano, mentre invece in Cisgiordania la situazione è ancora (per adesso) migliore, ma il consumo di un palestinese è quasi un terzo del consumo di un colono israeliano. Nel frattempo non possiamo neanche scavare un pozzo artificiale, e i pozzi che c'erano prima dell'occupazione del '67 non possono essere ritoccati. Tirano l'acqua fino a un certo punto con il contatore per calcolare l'acqua che i palestinesi consumano, mentre gli israeliani ne possono consumare quanta ne vogliono, ne possono tirare quanta ne vogliono. 

Che sostegno avete dalle istituzioni internazionali sono presenti nella zona?

Anche esse cercano di fare tutto, ma bisogna ricordare che criticare Israele vuol dire essere passati subito da antisemiti. Allora tu non hai il diritto di criticare Israele, per questo le istituzioni internazionali hanno un limite, altrimenti vengono cacciate via. Lavoriamo molto con le Ong, con la società civile internazionale, specialmente quella europea. Israele accetta questo intervento economico ma nega l'intervento politico della Comunità europea e afferma che la cosa deve essere risolta attraverso la trattativa diretta tra palestinesi e israeliani. Ormai sono 60 anni che non si è riusciti a fare niente: noi chiediamo l'intervento della società internazionale perché da soli non possiamo fare niente, non possiamo lasciare un giocatore solo nel campo, cioè gli Stati Uniti, perché gli Stati Uniti sono schierati, vogliamo l'intervento dell'Europa, ma l'Europa purtroppo è debole, non ha fatto nessun intervento o sostegno politico deciso per porre fine a questo conflitto. 

Siete in contatto con la realtà di Bi'lin e con la loro lotta non violenta?

Certo, perché la storia di Bi'lin inizia con la costruzione del muro e anche noi facciamo parte di un gruppo di Ong palestinesi che segue questo muro che ha rovinato, proprio ha distrutto non soltanto la terra ma ha distrutto anche il popolo palestinese moralmente. 

Siete in contatto anche con Ong israeliane che appoggiano la resistenza del popolo palestinese, come B'Tselem?

Noi scambiamo qualche volta dei documenti con loro, ma per adesso non possiamo entrare più, la nostra sede era a Gerusalemme, adesso non ci fanno più entrare ma i nostri rapporti arrivano a B'Tselem, loro qualche volta usano i nostri rapporti e anche noi usiamo i loro. B'Tselem è una Ong, un'associazione israeliana per i diritti umani e noi apprezziamo il loro lavoro, però questa associazione rappresenta una minoranza della società civile israeliana, come dire, sono quattro gatti. 

Cosa è successo alla vostra sede?

La nostra sede era a Gerusalemme Est ed era presso l'Orient House, la sede dell'OLP, da dove partiva la delegazione palestinese per i processi di pace. Nel 2002 hanno chiuso la nostra sede e hanno confiscato tutti i materiali che avevamo dentro: computer, attrezzatura e adesso abbiamo la sede nella città di Hebron. A Gerusalemme Est non ci fanno più entrare. 

La polizia israeliana assume dei comportamenti discriminanti nei confronti dei palestinesi?

Certo, noi siamo palestinesi e siamo sotto occupazione e lì vale la legge della giungla, chi è più forte ha più diritti. C'è un gioco di parole tra la forza della logica e la logica della forza. Loro usano la logica della forza perché alla fine dei conti vogliono avere la terra vuota senza popolazione. Noi andiamo avanti con il nostro lavoro per far capire al mondo che noi stiamo vivendo sotto occupazione, l'unica occupazione che è rimasta adesso nel mondo. 

E la polizia palestinese in Cisgiordania quali diritti riesce a tutelare, che margini di manovra possiede?

Secondo gli accordi di Oslo, la Cisgiordania è stata divisa in 3 zone: la zona A sotto il controllo totale palestinese, militare e amministrativo; la zona B sotto il controllo amministrativo palestinese ma militare israeliano; la zona C sotto il totale controllo israeliano. Anche nella zona A gli israeliani possono entrare per questo la polizia palestinese non ha nessun potere, magari ha un potere la polizia municipale per il controllo del traffico, ma per il resto non ha nessun potere. Tutto è nelle mani degli israeliani. Israele è stata capace di entrare e arrestare anche nella zona A. Sono entrati più di una volta, entrano, arrestano, ci sparano, uccidono. 

Anche a Gerusalemme Est la situazione sembra non essere molto più serena...

La confisca delle case adesso viene considerata nella zona di Gerusalemme perché il loro obiettivo è quello di ridurre la percentuale di palestinesi dentro le città, perché per loro Gerusalemme è una città, dev'essere la capitale eterna dello stato israeliano. Allora diciamo che non vogliamo un muro che divida le città, noi vogliamo costruire un ponte per la pace, due capitali per due stati. Per ora, una città aperta dove c'è la circolazione libera tra est e ovest. Gerusalemme Est sarà nostra, sarà sempre nostra, senza Gerusalemme non ci sarà mai la pace. Ed ora, in questo periodo hanno già confiscato in questi ultimi mesi quattro case nel quartiere proprio all'entrata nord della città, proprio vicino all'ufficio della Cooperazione Italiana, perché lì intendono costruire un insediamento, proprio nel cuore di un quartiere palestinese. 

Considerato che si avvicinano le elezioni dell'ANP ed è molto discussa la leadership di Al Fatah, vorrei sapere gli umori dei palestinesi nella Cisgiordania nei confronti di Al Fatah e Hamas.

Oltre all'occupazione abbiamo questo problema della separazione tra  Cisgiordania, che è sotto il controllo amministrativo della ANP e sotto il controllo militare israeliano, e la striscia di Gaza sotto il controllo totale di Hamas. E' un problema che colpisce tutti i palestinesi, stiamo pagando la conseguenza come cittadini palestinesi. Io penso che le elezioni non saranno vicine perché fin quando non arrivano a un accordo Al Fatah e Hamas, che sono le due potenze principali nell'OLP nei territori occupati, non possiamo arrivare alle elezioni: pensare di fare due elezioni separate, una nella striscia di Gaza, una in Cisgiordania, sarebbe assurdo. Noi stiamo parlando di 4 milioni di persone, quasi come Roma. Finché non si arriva a un accordo tra Al Fatah e Hamas non si svolgerà nessuna elezione. La gente ormai non ha fiducia neanche nella leadership perché pensa che questa è salita su un albero alto e non è capace di scendere per conoscere la gente e per essere vicino alla gente, ai problemi della gente. 

Si è arrivato addirittura a proporre di sciogliere l'OLP. Pensa sia una soluzione disfattista oppure l'inizio di un nuovo percorso per la Palestina?

La OLP resta la OLP, perché dà l'identità del popolo palestinese, per questo non si scioglierà l'OLP. Bisogna modificare qualcosa, bisogna cambiare perché non possiamo andare con i principi di qualche anno fa. Bisogna introdurre nuove facce, i palestinesi ormai hanno capito che ci sono tanti corrotti, diciamo la verità, ci sono tante persone che non sono ben viste dentro l'OLP. Questo è un invito, è la strada, si parla di cambiare qualcosa ma l'OLP non può essere sciolta perché rappresenta l'indirizzo del popolo palestinese. 

 

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