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giovedì 06 agosto 2020

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Il Media Forum di Roma. Come ci vedono gli afghani?

All'Italia- Afghanistan Media Forum, organizzato dal Servizio Stampa del Ministero degli Affari Esteri, l’incontro tra i media italiani e afghani.

22.03.2010 - Irene Selbmann



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Ma che ci stiamo a fare in Afghanistan? Ogni cittadino italiano almeno una volta deve essersi posto questa domanda. E certamente qualcuno si sarà anche chiesto se e quanto la popolazione afghana sia contenta di vedere soldati stranieri girare armati sulla propria terra, arrivare con elicotteri e tende, elmetti e uniformi mimetiche. Nonostante la presenza internazionale, infatti, gli attentati continuano ad uccidere militari e civili; il terrorismo è vivo e vegeto; la maggior parte della popolazione vive ancora in povertà; non ci si può baciare per le strade e le donne afghane ancora non vanno in discoteca in minigonna.
E allora che ci stiamo a fare lì? Ci sforziamo invano? Ci imponiamo ad una popolazione locale che fondamentalmente non ci vuole? A queste e altre domande è diventato forse meno scontato rispondere dopo l'Italia- Afghanistan Media Forum, che si è svolto a Roma dal 14 al 20 marzo 2010. Evento fortemente voluto e organizzato dal Servizio Stampa del Ministero degli Affari Esteri, il Forum è stato un'occasione unica di incontro e scambio tra gli attori del sistema di informazione italiano e quello afghano. I 20 giornalisti afghani (tra cui anche due donne) sono stati invitati a partecipare ad attività di training presso vari organi di informazione, hanno partecipato ad incontri istituzionali e hanno preso parte attivamente a trasmissioni televisive e radiofoniche. Alcuni venivano in Italia per la prima volta, restando stupiti della nostra libertà, della quantità di gente che affolla il centro di Roma a tutte le ore, della naturalezza con cui ragazzi e ragazze parlano e ridono tra loro nelle piazze e nelle strade, si tengono per mano, si scambiano effusioni.
Lo scopo fondamentale del Forum è stato fare in modo che i mezzi di informazione afghani riescano a far capire alla popolazione locale che la coalizione internazionale che opera in Afghanistan sotto la guida dell'Onu, è lì con l'obiettivo di portare pace e democrazia nel Paese. La coalizione può, anche attraverso l'azione dei media, agire in modo più trasparente e guadagnarsi la fiducia della gente.

L'intervento del Ministro Frattini
La giornata più interessante è stata quella del 17 marzo, quando la delegazione afghana ha incontrato il Ministro degli Esteri Franco Frattini. Ne è seguito un dibattito che ha messo in evidenza quello che non viene mai, o quasi mai, considerato quando di parla dell'intervento italiano in Afghanistan: la percezione che gli afghani hanno di noi italiani nel loro Paese. La parola "percezione" è di fondamentale importanza in questo contesto, perché ci porta direttamente a centro della discussione del Forum, ovvero i media. Perché è tramite i media che i cittadini sono messi in grado di formarsi un'opinione, e attraverso le visioni che questi propongono, immagini precise raggiungono chi dell'informazione usufruisce a vari livelli.
I giornalisti afghani ci hanno raccontato che non è facile per la popolazione locale comprendere la nostra presenza. Ci hanno detto che la vita è ancora difficile nel loro Paese, che la povertà spinge le persone ad unirsi ai terroristi, perché solo così le loro famiglie hanno la certezza di ricevere denaro. Le donne ci hanno fatto capire che c'è ancora tanto da fare per migliorare la loro condizione. Però tutti i giornalisti afghani hanno anche sottolineato che rispetto a 10 anni fa' i progressi sono stati enormi e anche i mezzi di informazione stanno ottenendo più libertà. Tutta la delegazione ha sottolineato più volte che senza di noi, senza la coalizione internazionale, loro non possono farcela. Questo è quello che noi italiani non sappiamo. Questo è quello che gli afghani chiedono ai media italiani di iniziare a dire. Non parlare solo di bombe, quindi, o di attacchi suicidi. Ma iniziare a raccontarci piccole storie di rinascita. Soprattutto, sarebbe importante, e anche meno contraddittorio, se invece di parlare di "missione di pace" si parlasse piuttosto di "missione di peace-keeping".
E cosa chiede l'Italia ai media afghani? Come dichiara il Ministro Frattini, ciò che i mezzi di informazione afghani devono necessariamente riuscire a fare è dire alla popolazione locale che per l'Italia "[...] il successo in Afghanistan non può essere raggiunto attraverso lo strumento militare; garantire una cornice di sicurezza è funzionale allo sviluppo economico, istituzionale e sociale dell'Afghanistan. Soltanto attraverso questo sviluppo potremo avere una sicurezza sostenibile in Afghanistan nell'interesse degli afghani e della comunità internazionale nel suo insieme". Sostiene sempre il Ministro: "Il nostro obiettivo è di restituire l'Afghanistan agli afghani, continuando ad impegnarci in campo civile ed economico, anche nel lungo periodo, sulla base di una partnership paritaria e nel pieno rispetto della sovranità afghana".

Emerge, dunque, l'idea che la stabilità afghana (e chissà, magari un giorno anche la democrazia) passi necessariamente per un minimo di sviluppo socio-economico. Si pone perciò la necessità di innescare un circolo virtuoso fatto di stabilizzazione, crescita economica e riduzione della povertà che richiede necessariamente un'informazione della popolazione sui progressi ottenuti in questi nove anni di "guerra al terrorismo". Conquistare i cuori e le menti degli afghani, dunque, diventa importante quanto i successi militari ottenuti contro i Talebani e i terroristi, e non c'è dubbio che in una tale operazione il ruolo dei media risulti essere di fondamentale importanza. Si tratta di un percorso probabilmente obbligato ma che non può essere raggiunto mediante scorciatoie. I tempi sono necessariamente lunghi e, stando alle cicliche richieste provenienti da parte dell'opinione pubblica (non solo italiana) per un ritiro delle truppe dal teatro afghano, emerge il dubbio su quanto la coalizione internazionale sia disposta a rimanere nel Paese. D'altra parte le situazioni complesse richiedono soluzioni complesse che, per loro natura, sono difficili da "spiegare" all'opinione pubblica.  Riusciranno perciò, i media ad illustrare la bontà e l'utilità dell'intervento internazionale in Afghanistan dinnanzi ad una situazione ancora lontana dagli obiettivi minimi che ci si era posti originariamente? La risposta è ardua da dare e, una certezza tra le poche presenti nell'intricata questione afghana, è che essa riguarda non solo i giornalisti afghani, ma anche quelli italiani.

 

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