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lunedì 17 febbraio 2020

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CALCIO - A.S. Roma – Gestione americana, vero fallimento?

Baldini & Sabatini: chi guida le scelte tecniche?

08.02.2013 - Marco Zacchia



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Si parla molto ultimamente del fallimento della gestione americana dell'A.S. Roma: ma si tratta di vero fallimento?
Breve (e sbrigativo) riassunto. Nel 2011 il lungo e tormentato percorso Unicredit vs Sensi era giunto al capitolo finale. La A.S. Roma (che ha ridotto, per la sua gestione, ai minimi termini il patrimonio di una storica famiglia romana) era sull'orlo del fallimento. I proprietari non erano capaci di far fronte sia ai debiti contratti sia alla gestione ordinaria. I libri contabili, se presentati al giudice fallimentare, erano inequivocabili. Pur essendo quotata in borsa non vi era soluzione: procedura di fallimento, cancellazione dal listino borsa valori e curatore fallimentare con vendita coattiva del patrimonio sia societario sia dei garanti. Qui Unicredit, anche per il valore politico nonché sociale della A.S. Roma, ha cercato un compratore. Non facile da trovare in un momento in cui la crisi economica cominciava a esprimersi. Il costo era sicuramente elevato e non possiamo ignorare che l'ordinamento civilistico italiano (e l'organizzazione del calcio) non favorisce lo sviluppo di un'attività industriale incentrata sullo spettacolo. Insomma: una vera e propria scommessa per l'istituto di credito. Saltiamo tutti i passaggi della vendita e arriviamo, in questo contesto quasi drammatico, agli americani.

Una doverosa premessa: il mondo finanziario anglosassone, e in particolare quello nord americano, sono soliti agire in contesti diametralmente opposti a quello italiano. Valutazione del brand, financial planning (ovvero ipotesi di rientro del capitale investito) ma soprattutto riservatezza. Insomma, arrivano questi americani che mandano avanti degli emissari, valutano i conti, valutano le prospettive e, alla fine, attraverso l'opera di intermediari, acquistano la maggioranza della A.S. Roma. Perché? Perché il marchio Roma è conosciuto in tutto il mondo, basta costruire una storia di successo intorno al nome e il business è assicurato. A maggior ragione se la storia di successo è quella di una squadra di calcio che vince, che richiama televisioni, spettatori, vendita di prodotti legati al club. Chi non conosce il nome della città eterna?

Cosa fanno quindi gli americani? Si comportano come tutti i proprietari che acquistano un'attività già avviata sul mercato: cambiano il management, sviluppano le unit (uso volontariamente linguaggi tecnici) della società ove questi, per attività, non coincidano con il core business industriale. Ecco cambiare il sito, un nuovo direttore alla comunicazione Daniele Lo Monaco, ora Catia Augelli (a sottolineare l'importanza dei rapporti tra la società e i media), nonché sviluppare molte iniziative legate alla parte commerciale derivante dalla squadra (solo alcune):

- Settore Distinti Nord riservato alle famiglie con possibilità prima della partita di far fare ai bambini le foto con l'"Amico di Romolo", la mascotte giallorossa, ovvero un calciatore della prima squadra non convocato per la gara;
- creazione del "Cuore, Sole, Village" (villaggio di svago per le famiglie prima delle gare);
- creazione di una Hall of Fame romanista (per ogni gara in casa ci sarà un ex giocatore della Roma che farà il giro d'onore);
- cosa ulteriormente importante per i tifosi, è stata la prima società che ha scisso la possibilità di abbonarsi dalla sottoscrizione della tessera del tifoso "A.S. Roma privilege card" e la possibilità tramite il sito di acquistare da subito - il biglietto singolo di ogni partita di campionato.
- Opzione Bronze, Silver, Gold Member. Chi la sottoscrive può, a seconda del livello ottenere da subito sconti sui prodotti ufficiali A.S. Roma fino al tour privato del centro di allenamenti "Fulvio Bernardini" con possibilità di conoscere giocatori, ecc.

Quindi molte altre idee in campo come lo stadio di proprietà e lo sviluppo ulteriore del marchio. Tournée negli USA e in futuro in Asia. Cambio dello sponsor tecnico. Insomma in quasi due anni sono state avviate tutta una serie di iniziative, tipicamente organizzative e di marketing da far intravedere una struttura societaria e commerciale di primissimo livello. Questo è fallimento? Obiettivamente no. È troppo americana questa cosa? E allora gli esempi sempre richiamati del Barcellona o del Manchester United? Forse noi italiani, abituati a comprare le magliette taroccate (anche perché quelle originali costano veramente troppo), siamo più propensi alle gestioni famigliari e personalistiche delle società calcistiche. Alcuni esempi: Cellino, Zamparini, Lotito, Moratti, Berlusconi e tutti gli altri. Tutti bravi, ma avranno un futuro, almeno fuori dei confini nazionali?. Per la prima volta in Italia si tenta di fare di una squadra di calcio una vera e propria "azienda" dello spettacolo.
Questo non può essere definito un fallimento. Va comunque ricordato che non c'è piano finanziario che porti al rientro del capitale in meno di 3/5 anni. Nel caso della Roma si è al di sotto dei 24 mesi. C'è tempo per parlare di eventuale fallimento.

Hanno sbagliato, quindi, questi americani? In qualcosa forse sì, nell'ignorare semplicemente alcuni aspetti del "soccer" nostrano. Intanto una banalità: non si costruisce una team di successo in un anno e neanche in due. A Roma siamo impazienti e facilmente votati al sogno. Questo è un limite del tifoso romanista (e non solo), ma è stato un limite anche della nuova dirigenza non immaginare quante esigenze e aspettative si sarebbero messe in moto. Primo errore.
Il secondo vero errore è stato quello di non definire chi fosse la vera guida del settore tecnico. Baldini o Sabatini? Sono forse (se non) tra i migliori esperti del settore. Possono, anzi devono, poter coesistere un Direttore Tecnico e un Direttore Sportivo, ma uno e uno solo deve decidere per la parte tecnica. Per esempio: la cosiddetta Roma 1.0 ha preso un giocatore, Fernando Gago, che piaceva a uno dei due (Baldini, che l'aveva portato al Real Madrid) ma non a Sabatini. Sappiamo come è andata a finire (salvo poi prendere un Tachtsidis al posto del centromediano della nazionale Argentina!).

In questa confusione di ruoli, l'errore conseguente è stato nella scelta degli allenatori.Due sogni diametralmente opposti: Luis Enrique e Zeman.
La Roma di oggi mantiene solo 5 atleti presenti in rosa due anni or sono, ma 2 di questi sono oggi ai margini della squadra: Totti, De Rossi, Burdisso e ai margini Taddei e Perrotta. Il rinnovamento e il ringiovanimento c'è stato e quindi, seppur spendendo molto e con diversi errori, non si è operato male, ma si è scelto sempre l'allenatore sbagliato. Serviva un uomo normale, uno che potesse cementare il gruppo e dargli un'idea di successo. Poi, alla peggio, un Capello in giro si trova.
Quindi chi ha scelto gli allenatori? La risposta a questo punto non interessa, interessa che gli americani abbiano fatto tesoro di questa esperienza, altrimenti i loro soldi resteranno infruttuosi e i sogni dei romanisti resteranno sogni.

La morale che potremmo trarne è che di vero fallimento non si può parlare, bisogna dar tempo a questa proprietà di entrare nei meccanismi e, soprattutto, di capire cos'è il gioco del pallone in Italia a soprattutto a Roma.
Una cosa è certa all'occhio del tifoso: uno dei due se non tutti e due (Baldini e Sabatini) sono di troppo. Questa è la rabbia del tifoso. Entrambi i manager hanno un percorso professionale di indiscutibile valore e successo: quindi è ragionevole e auspicabile che possano lavorare bene entrambi per l'obiettivo aziendale.

 

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