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domenica 20 settembre 2020


L’Europa e la crisi. Il punto di Mario Deaglio

Il rischio di bancarotta di alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale; lo spaccamento tra Est e Ovest dell’Ue; l’evoluzione dell’asse franco-tedesco e le prospettive future di integrazione comunitaria.

22.03.2009 - Pietro Parisella



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Diversi Paesi dell'Europa centro-orientale, primi tra tutti l'Ungheria e le repubbliche baltiche, sono a rischio di una debacle economico-finanziaria. Professor Deaglio, anche all'indomani del vertice  dei capi di Stato e di governo dei paesi membri dell'Ue dei primi di marzo in cui è maturata una spaccatura, rientrata solo in parte con il più recente vertice, quali sono le prospettive dei Paesi centro-orientali in maggiore difficoltà?
"Le prospettive di questi Paesi vanno dal cattivo al pessimo, perché essi hanno negli anni impostato la propria economia sul debito: si sono indebitati all'estero e sono entrati nei circuiti della finanza internazionale reinvestendo i soldi entrati dall'estero in titoli che oggi hanno con la crisi hanno perso gran parte del loro valore. Si sono insomma creati un macigno da portare al collo, che potrà essere alleviato da aiuti ma che sicuramente riduce le loro possibilità di ripresa. Questa situazione ha inoltre una sua corrispettiva difficile dimensione politica, in quanto questi Paesi, soprattutto le tre repubbliche baltiche e non meno l'Ungheria, erano fortemente filo-americani, entrati cinque anni fa in Europa con una vena polemica nei confronti dell'Ue e favorevole agli Stati Uniti; parliamo della dislocazione di basi statunitensi e dispositivi di difesa strategica sul loro territorio, per intendersi. Questa non è la migliore delle condizioni per avere aiuti dall'Europa, e probabilmente potranno esserci delle contropartite di carattere politico nella forma di un loro atteggiamento più cooperativo all'interno dell'Europa per un sostanziale aiuto dai Paesi europei occidentali."

Quali i rischi per la stabilità del sistema-Europa?
"Le prospettive per la stabilità del sistema sono lievemente peggiorate, anche se non in maniera sensibile. I rischi ci sono per coloro i quali hanno prestato alle repubbliche baltiche soldi che non saranno più restituiti. Si tratta soprattutto di banche europee, le cui perdite derivate da queste operazioni saranno sensibili ma non di primaria importanza, e quindi i rischi da considerarsi contenuti."

Tra gli operatori più esposti in Occidente, quelli austriaci sono in prima linea sul fronte ungherese. Si temono negativi effetti di contagio?
"Senza dubbio l'Austria è il Paese più esposto alla crisi dell'Europa centro-orientale, e forse questa esposizione avrà un effetto congiunto con quello dei paradisi fiscali: l'Austria diverrà meno appetibile come destinazione di capitali, con potenziali difficoltà in termini di pareggiamento della propria bilancia dei pagamenti. In fondo l'Austria e l'Ungheria erano rimaste anche dopo la dissoluzione dell'Impero strettamente legate, e questo legame si è ripercosso in maniera negativa nel momento della crisi del sistema ungherese. Tutto ciò, comunque, non dovrebbe far saltare nessuna grande banca in Occidente."

La discrasia tra la sostanziale stabilità finora dimostrata dai sistemi euro-occidentali e l'instabilità manifestata da alcuni Paesi entrati nell'Ue nel 2004 farà allontanare la convergenza tra Est e Ovest dell'Europa?
"Sotto questo punto di vista credo che il vero problema sia capire se l'Ue manterrà questo perimetro di ventisette Stati. Il passo indietro potrebbe essere che alcuni dei nuovi membri non partecipino ad alcuni avanzamenti che l'integrazione europea potrebbe avere, ad esempio, nel campo delle politiche economiche e dell'occupazione. Ovvero, che l'Europa a due velocità si realizzi di fatto con alcuni dei Paesi centro-orientali che percorrano l'integrazione più lentamente degli altri per diverso tempo."

Un arretramento, insomma, rispetto agli avanzamenti possibili. Avanzamenti che partirebbero con tutta probabilità dall'Eurogruppo, in cui si è in buona parte percorsa la via del coordinamento in risposta alla crisi. Sotto questo punto di vista, il momentaneo allentamento della stabilizzazione ortodossa "alla tedesca" all'interno dell'Eurozona, a suo giudizio, tenderà a favorire nel tempo una via "francese" dell'integrazione dell'area-Euro, e a ridisegnare l'equilibrio dell'asse franco-renano in maniera favorevole a Parigi anche in materia economico-finanziaria?
"Concordo sul fatto che il coordinamento abbia sostanzialmente funzionato, ma ritengo difficile una risposta a tale interrogativo per la mancanza di elementi fattuali. Sostanzialmente, anche i tedeschi hanno scoperto nel proprio armadio qualche scheletro che pensavano di non avere; ovvero, un sistema che aveva maggiore bisogno di sostegno pubblico di quanto si pensasse.
La signora Merkel ha fatto un mezzo passo indietro rispetto alla posizione secondo cui le banche non devono essere aiutate perché un sistema di corretta vigilanza è sufficiente per garantire l'esistenza di banche solide, e qualora esse non lo siano tanto vale che falliscano: quando si è andato a vedere quali banche fossero a rischio, in Germania si sono abbassati i toni più squisitamente liberisti. I francesi dal canto loro sembrano avere un'idea più aggressiva, basata su una ripresa legata alla vecchia idea dei loro campioni nazionali, e quindi offrono ai tedeschi degli accordi tra grandi imprese dei due Paesi come struttura portante dell'economia europea. Ciò vale soprattutto per le industrie aerospaziale, ferroviaria e dei veicoli industriali. È difficile prevedere un epilogo, ma sembra riproporsi la situazione che c'è sempre stata nel dopoguerra, cioè di una Francia che si mette alla guida dell'Europa e di una Germania che fa da massa di manovra: Parigi più esposta come rappresentanza dell'Europa del mondo con la Germania che dà peso specifico a questa costruzione, continuando del resto a costituirne un terzo in termini di Pil e rimanendone il Paese nettamente più grande. Se questo accordo era vacillato all'indomani dell'unificazione tedesca, con uno 'squilibrio' favorevole a Berlino, questa crisi sta restituendo all'Europa i pesi politici che c'erano una volta, in una prospettiva in cui l'unificazione tedesca non ha finito per accrescere il peso specifico della Germania."

In conclusione, questa crisi lascerà dietro di sé un'Europa più o meno unita, e soprattutto con basi eventuali per procedere ad una futura integrazione?
"Penso che la crisi potrebbe lasciarci un'Europa allo stesso tempo più e meno unita. Più unita perché ci saranno relazioni più strette tra una parte dei Paesi europei, mentre meno unita perché, come già detto con riferimento ad alcuni sistemi centro-orientali, una parte dei Paesi potrebbero finire per avere relazioni più allentate con il gruppo in avanzamento. Le aree in cui sembra possibile una futura maggiore integrazione sono naturalmente quelle dell'economia, dove la non esistenza di un vero e proprio Ministero comunitario ha reso il coordinamento in risposta alla crisi più complicato. In un giro d'un paio d'anni, qualora questo periodo fosse sufficiente per uscire dalla crisi, i Paesi europei - i maggiori tra essi quantomeno o la maggior parte dei membri dell'Ue se tutto andrà per il meglio - potrebbero accettare di centralizzare una quota maggiore dei loro bilanci a Bruxelles in una sorta di Ministero dell'economia comunitario, dove magari alla presidenza e vice-presidenza ci sarebbero un francese e un tedesco. Il problema riguarda inoltre la Bce i cui poteri, pur molto ampi, non sembrano all'altezza delle azioni che dovrebbe intraprendere. In altri termini, la Bce non potrebbe fare quanto ha fatto la Fed pochi giorni fa, ovvero stampare moneta a fronte dell'emissione di titoli del debito pubblico statunitense. Ad oggi, la Bce non può acquistare titoli di debito emessi dai Paesi che ne fanno parte. Una linea possibile, che stenta a diventare maggioritaria ma si sta comunque diffondendo, è quella che nuovi titoli di debito vengano emessi direttamente dall'Unione Europea, sotto la responsabilità della Commissione; questi titoli potrebbero forse essere sottoscritti dalla BCE. In definitiva, l'ipotesi più rosea nel senso dell'integrazione sarebbe quella di un grande piano di sostegno, salvataggio e rilancio dell'economia europea attraverso la collaborazione di tutti i Paesi, con la formazione di una imposta europea tesa a dare un gettito diretto a Bruxelles che servirebbe a finanziare ad esempio grandi opere, accompagnata da un finanziamento della Bce non ai singoli Stati ma all'Ue nel suo complesso."

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