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martedì 29 settembre 2020


GIORNATA DELLA MEMORIA - Le ultime testimonianze degli internati

L'insegnamento di Sisto Santin

27.01.2013 - Enrico De Col



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Dopo quasi 70 anni dagli eventi dell'Olocausto, forse la più straziante tragedia dell'umanità, sono rimasti in pochi i superstiti, quelli che hanno vissuto l'esperienza indicibile dei campi di concentramento. Quelli che sono morti dentro ma hanno continuato ad esistere andando oltre l'orrore subito, i "salvati", come scrisse Primo Levi nel suo ultimo e fondamentale saggio, prima di togliersi la vita. E' il caso di Sisto Santin, nato nel 1923 ad Ospitale di Cadore, piccolo comune di 300 abitanti in provincia di Belluno, dove risiede tutt'ora.

La sua storia è simile a quella di molti altri giovani dell'epoca: partito come soldato italiano e poi fatto prigioniero di guerra dai nazisti nei lager dal 1943 al 1945. E' stato incarcerato nei campi di Mittelbau-Dora a Nordhausen (pensate che il nome Dora è stato dato in onore della moglie dell'ufficiale che lo dirigeva!) e Furstenberg, entrambi in Germania. Santin ha dunque quasi 90 anni ma possiede ancora una grande forza d'animo, un impressionate lucidità e una grande sensibilità nel raccontare i frammenti delle sue tristi vicende, per esempio durante gli incontri con le scuole del suo territorio per la ricorrenza della "giornata della memoria".

«Ero ridotto allo stato di una larva umana - ha raccontato Sisto Santin - pesavo 38 kg quando fui liberato. Ci davano da mangiare una fetta di pane una volta alla settimana, il sabato, che ci dividevamo in modo equo con un bilancino che avevamo costruito che ho ancora qui. Un bilancino in cui si soppesavano anche le briciole: ogni pezzo di cibo era preziosissimo. Gli altri giorni si mangiava qualche patata e una brodaglia.»

La salvezza arriva dal lavoro, dall'inventarsi una professione pur di sopravvivere. Santin narra di aver lavorato nella produzione di missili V2, in un progetto i cui era coinvolto anche il celebre scienziato Wernher Von Braun «Si lavorava tutti i giorni dalle 6 di mattina fino alle 6 di sera, uomini e perfino donne, chi non ce la faceva veniva spedito in infermeria e poi non tornava più. Infatti tanti compagni si sono ammalati e poi non gli ho più rivisti. I missili V1 e V2 venivano caricati su dei carrelli e dovevamo occuparci della parte meccanica ed elettrica. Non c'era mai un momento per riflettere, per pensare a cosa stati facendo e cosa ti stavano facendo: era una costante umiliazione perché ti dicevano che "se non lavori, passai per il camino". Ho detto che ero elettricista per evitare di svolgere mansioni pesanti, anche se non ne sapevo niente, sono stato fortunato perché un francese mi ha insegnato come avvolgere i motorini elettrici. Tutto sommato era un occupazione leggera che mi teneva attivo.... e vivo.»

C'è anche orgoglio e amor di patria nelle sue parole: «avevo fatto una bandiera italiana con alcuni stracci raccolti giorno per giorno per riparami dal freddo degli zoccoli di legno, univo i pezzi che riuscivo a trovare qua e là. Ci avevo scritto sopra "stracciati ma fieri". Nel 2012 sono stato commosso dall'invito del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a Roma per la cerimonia ufficiale, in quanto sono uno dei pochi testimoni dei campi di concentramento rimasti in Italia. Ma purtroppo non ci sono potuto andare per problemi logistici, infatti non ho fatto in tempo a prenotare l'aereo.» Commozione per il discorso sul ritorno a casa, la voce si spezza e qui davvero si spegne la voglia di parlare: «nei due anni di prigionia mi sembrava di aver sognato, aver vissuto qualcosa di non reale: come se non fossi mai stato lì. Quando tornai a casa in paese suonarono le campane a festa. Mia nonna mi abbracciò forte dicendo "quando ho pregato per te Sisto ma Dio dov'era? Forse non c'era un Dio per aver subito tutto questo..."»

Il bilancino del pane, il vecchio bastone, la bandiera di stracci ora conservata nel Museo dell'Internamento in località Terranegra a Padova: sono tutti simboli toccanti di un passato terribile ma anche memoria e monito acceso per le nuove generazioni. Nel corso della sua vita Santin si è poi costruito una normale famiglia e ha fatto l'amministratore locale, restando sempre in prima linea nel volontariato. Fino a poco tempo fa poteva capitare di trovarlo a fare la spesa nel supermercato di Longarone, il paese vicino, ancora con la capacità di guidare l'automobile a dispetto dell'età. Questa vitalità può sembrare cosa non comune ma è tipica di chi a vissuto i sacrifici veri come le vittime di tragedie o anche gli emigranti. Di fronte a quello che hanno passato loro ai loro tempi, i nostri problemi quotidiani sono piccolezze.

Questo il suo insegnamento finale, di un'estrema semplicità, e quindi ancora più significativo: «Ragazzi, quando mi incontrate per strada salutatemi, dite "ciao Sisto" Nella vostra vita dovete sempre cercare di essere buoni e aiutare gli altri, sopratutto quando crescerete e avrete di fronte le responsabilità delle scelte.»

 

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